Il terremoto del Csm
la crisi democratica
e il fantasma di Licio Gelli

Secondo i giornali in una informativa della Guardia di Finanza starebbe scritto che “Palamara avrebbe trascinato nelle trattative anche il presidente della Lazio Lotito: è suo amico, promette e dà biglietti per le partite”.

Di Luca Palamara si sapeva poco. Probabilmente non molti in Italia finora avranno prestato attenzione al suo nome e sarebbe andata avanti così se lo scandalo non fosse scoppiato, se qualcuno non avesse scoperto che sul capo dell’ex presidente della Associazione nazionale magistrati pende l’accusa di corruzione per aver trafficato con altri, magistrati e politici, per indirizzare le nomine degli uffici giudiziari di varie città, la principale Roma e poi Perugia. Indirizzare quindi il processo penale.

Lotito è celebre. Claudio Lotito, imprenditore nel campo delle pulizie, presidente della Lazio, candidato di Forza Italia alle politiche dell’anno scorso (nel momento sbagliato: trombato!), coinvolto in svariati processi…

 

I dribbling di Savic

Un magistrato, che ha goduto in passato di ruoli di un certo prestigio, mercanteggia con altri magistrati, membri del Consiglio superiore della magistratura, considerato nella sua autonomia “imprescindibile baluardo delle garanzie e dei diritti dei cittadini” (la definizione è in un documento votato dai magistrati napoletani in assemblea), a colpi di gol e di dribbling di Sensibile o di Milinkovic Savic, in una scena da “piccola Italia” di quarta serie, disposta alla corruzione per pochi spiccioli, una scena da porre in sequenza con molte altre, purtroppo: l’assessore che nasconde cinquecento euro della tangente in un pacchetto di malboro, l’amministratore pubblico che incassa direttamente alla scrivania di lavoro, il capo ripartizione che si fa pagare la festicciola con gli amici, persino il ministro che piazza moglie, fidanzate, figli qui e là tra uffici regionali e ministeri… Il pranzo offerto è una costante.

Via: una sequela interminabile, mentre lo sdegno si stempera nella noia della ripetizione, nel risaputo, nel lassismo, nella rassegnazione o nella protesta rumorosa quanto vacua, persino – in ultimo – nello “sblocca cantieri”.

Il vicepresidente del Csm, David Ermini, ha usato queste parole a sintesi dei fatti: “degenerazioni correntizie“, “giochi di potere”, “traffici venali“. A completare l’opera mi verrebbe da chiamare in causa anche il presidente in carica della Associazione nazionale magistrati, Pasquale Grasso, che in una intervista alla Stampa di Torino aveva definito “fisiologiche” le relazioni tra consiglieri del Csm, esponenti delle associazioni e della politica… Molti suoi colleghi han protestato.

 

Il rapporto tra politica e magistratura

Non so se Grasso si riferisse alla situazione d’oggi o di ieri o alla natura stessa del Csm, organo di rilievo costituzionale, composto da membri “togati” e da membri “non togati”, indicati comunque dal parlamento, cioè dalla politica, proprio per stabilire una relazione tra un corpo di “dipendenti statali” e la società civile. E’ ovvio che Grasso non mettesse in conto di giustificare o condannare la magistratura tutta.

Sono convinto che il paradiso in terra non esiste, che nessuno sia al riparo dalla tentazione, che la trasparenza è un mito, che la politica non ha mai rispettato l’autonomia delle istituzioni (si è mai indagato sui criteri delle nomine nel Csm in rapporto alle varie maggioranze di governo?), che le cene per distribuire i posti a tavola si sono sempre organizzate, nella prima o nella seconda o nella terza repubblica (Luca Lotti e Cosimo Ferri, un altro ex magistrato, parlamentari del Pd, non sono mosche bianche o nere), che probabilmente il coperchio lo si sarebbe dovuto alzare molto prima…

 

Il prezzo della corruzione

Per questo mi sorprende lo “sconcerto” di alcuni commentatori, soprattutto commentatori assai qualificati in ragione del loro passato proprio nella magistratura. Forse non si è mai andati così a fondo, secondo un piano, con in testa un obiettivo, che si presumeva di poter raggiungere grazie ai biglietti di Lotito. La novità sta anche in questo, nel prezzo della corruzione così basso e così avvilente. Si è letto anche di trenta o quarantamila euro nelle tasche di Palamara. Ma quanto valgono la responsabilità, la rettitudine, la dignità, l’interesse pubblico, il rispetto della legge: sembra un paradosso doverselo chiedere di fronte a un magistrato che dovrebbe essere il primo custode di quei valori…

Il cinema, da Fellini a Scola a Sorrentino, ci ha raccontato tutto di Roma capitale, del potere, della politica, del clero, dell’informazione, anche della magistratura, che è cosa assai complicata e voluminosa, un universo di giurisperiti tra i quali si possono annoverare eroi di ogni tempo, volonterosi, capaci e incapaci e, naturalmente corrotti. Un paese decente dovrebbe essere in grado di limitare i danni, quelli che subisce in conseguenza di questo variegato stato di cose la cosiddetta “gente”. L’Italia non lo è, evidentemente, dove corruzione e connivenze, superficialità e menefreghismo, omertà e paura prosperano assieme.

 

Un altro sintomo di un Paese in crisi

Per questo non ci va di leggere questa vicenda per sé. Fosse possibile, la chiuderemmo punendo i colpevoli e ringraziando i magistrati che lavorano per onorare la giustizia. Dovremmo invece mettere in fila i fatti e considerarli dentro il contesto di un paese dall’economia in caduta da un decennio, con il debito che sale e la vera occupazione che cala, eccetera eccetera, l’Europa che ci guarda con diffidenza, in una crisi devastante dei cosiddetti corpi intermedi, partiti o sindacati, che sono attori fondamentali di una democrazia parlamentare.

Il governo produce slogan e provvedimenti inefficaci o dannosi, il pressapochismo e la propaganda sono in capo all’Italia, il parlamento è vuoto, un ministro che civetta con i neonazisti si agita da capo della polizia, lancia proclami contro gli immigrati, legittima le armi , occupa la Rai, va all’attacco dei magistrati… L’altro ministro s’accoda per salvare il posto.

Manca nel quadro generale Licio Gelli, ma chissà che il capo ingegnere della P2 non abbia trovato un erede. Nel nostro “diciannovismo”, le difficoltà economiche e la debolezza della politica, il disprezzo per la democrazia liberale e l’esaltazione della forza (ricordate il solito ministro che impugna il mitra?), il clericalismo infedele, l’angoscia piccolo-borghese di perdere quanto si è guadagnato (tutto ciò che nel 1919 del primo dopoguerra aprì la strada al fascismo) ed ora le mani sulla magistratura rappresenterebbero le condizioni adeguate per il piano di quarant’anni fa.