Danimarca, 80 tombe ebraiche violate a 81 anni dalla “notte dei cristalli”

Nell’ottantunesimo anniversario della “Notte dei cristalli”, ottanta tombe del cimitero ebraico di Randers, nella Danimarca centrale, nella penisola dello Jutland, sono state profanate e divelte, tutte dipinte con vernice verde.

Il cimitero risale al diciannovesimo secolo. Per ora non sono stati individuati i responsabili. Nell’Europa del Nord, che si oppose al nazismo e aiutò i perseguitati con importanti operazioni, oggi crescono l’antisemitismo e l’odio per le minoranze. I gruppi neonazisti e di estrema destra, legali o segreti, hanno un seguito crescente.

La resistenza collettiva dei danesi nel 1940

La violazione del cimitero ebraico è avvenuta nella stessa Danimarca, in cui, nel 1940, il movimento di resistenza, con l’aiuto di molti civili che si mossero “solo” per comune senso di umanità, riuscì a evacuare nella vicina Svezia settemila duecento e venti ebrei e seicento ottantasei mariti o mogli di fede diversa ed egualmente in pericolo. Il fatto è considerato ancor oggi la più grande e partecipata azione di resistenza collettiva.

Sono passati ottant’anni dalla “notte dei cristalli”: nel 1938 i nazisti incendiarono millequattrocento sinagoghe in Germania e demolirono settemilacinquecento esercizi commerciali, case, luoghi di ritrovo degli ebrei tedeschi. Milletrecento i morti a causa delle violenze, trentamila gli ebrei arrestati. Le settimane che precedettero o seguirono quella notte di novembre furono anch’esse il prologo dello sterminio del popolo ebreo: tra il 27 e il 29 ottobre 1938 le autorità tedesche arrestarono diciassettemila ebrei di origine polacca che fin dal secolo precedente avevano cercato rifugio dalle persecuzioni nell’Est. I nazisti li lasciarono al confine con la Polonia, che chiuse le frontiere.

Il pogrom di novembre

Sono settimane di memoria in Europa, a partire dalla Germania: Alan Steinweis, storico, ha spiegato che il termine “Notte dei cristalli” fu probabilmente coniato dal ministro della propaganda Joseph Goebbels come un eufemismo. Ormai ci si riferisce agli eventi come al “pogrom di Novembre”, oppure con i termini “Pogromnacht” o “Reichspogromnacht”.

Moshe Zimmermann, docente emerito di storia della Germania, aggiunge che la vecchia dizione “minimizza l’importanza dell’evento, la riduce alla bagatella di vetri andati in frantumi a causa di pochi esagitati”.

E Zimmermann non è neppure d’accordo con la rappresentazione di quella notte che si limita a richiamare le sinagoghe incendiate. “Perché di lì a pochi giorni – aggiunge – i primi trentatremila ebrei tedeschi furono mandati nei campi di sterminio di Buchenwald, Sachsenhausen e Dachau. Furono già catturati uno su cinque uomini ebrei tra i venti e i cinquant’anni”.

La catastrofe prima della catastrofe

La notte dei cristalli fu l’inizio, da tempo preparato, di una strategia: cancellare il popolo ebraico. Farli abbandonare per sempre la Germania, lasciando ogni loro proprietà era l’inizio. Per Raphael Gross, svizzero, presidente del museo storico tedesco di Berlino, questa prima deportazione fu ben studiata e colpiva, con un certo preavviso, gli ebrei i cui beni non erano stati ancora “arianizzati”: in questo modo furono alienati a pochissimo prezzo, in tutta fretta, pensando di poter tenere le modeste somme raccolte. Era insomma la catastrofe prima della catastrofe, ed era stata organizzata da tempo.

È vero, la soluzione finale fu sancita nel gennaio del 1942, alla conferenza di Wannsee, ma il punto di svolta fu quella notte di novembre del 1938. Per Gross fino a quella data per gli ebrei l’idea era di emigrare il più in fretta possibile ma con qualche settimana per organizzarsi. Dopo il pogrom di novembre l’idea è di cercare di scappare.

Lo dimostra l’operazione Kindertransport, in cui diecimila bambini ebrei furono mandati da genitori disperati a volontari britannici. “Se mandi un bambino piccolo solo, in un altro Paese, senza sapere chi lo accudirà e senza sapere se lo rivedrai mai più, allora la situazione è senza ritorno”, aggiunge il direttore del museo storico di Berlino.

 

“Rottura della civiltà tedesca”

È in questo clima, dopo aver ricevuto una cartolina dalla sorella che gli dice “siamo stati cacciati senza un solo soldo” che il 7 novembre Herschel Grynszpan, diciassette anni, ebreo polacco cresciuto ad Hannover, entra nell’ambasciata tedesca a Parigi e spara a un diplomatico. Grynszpan era riuscito a scappare a Parigi, sperando poi di imbarcarsi per la Palestina sotto protettorato britannico. Il 9 novembre, quando il diplomatico Ernst Vom Rath muore in ospedale, il governo nazista dirama il passaparola per scatenare la violenza contro gli ebrei. Tutto era pronto da tempo, da qui in avanti la strada al genocidio è una vertiginosa discesa.

Si arriva così al 9-10 novembre e giorni successivi. Angela Merkel, parlando alla sinagoga di Rykestrasse, ha definito quegli eventi “una rottura” nella civiltà tedesca, le stesse parole usate dal presidente Frank-Walter Steinmeier.

Accelerazione anti-semita

È in tutta Europa che questi ottant’anni dal pogrom di novembre cadono in un clima di odio. A Parigi il primo ministro Édouard Philippe ha detto che gli atti di antisemitismo sono aumentati in un anno (la fonte è il ministero dell’Intero francese) del 69 per cento, mentre in Italia ammontano a cento e ottantuno, secondo l’Osservatorio sull’antisemitismo della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC onlus di Milano).

È un clima d’odio che si riversa, come un contagio, su tante altre minoranze, con pretesti diversi. Serve davvero quel “comune” senso di umanità che migliaia di danesi provarono esponendosi al pericolo e mettendo in salvo i loro i concittadini ebrei.