La Grecia sola davanti all’emergenza Covid19 nei campi profughi

Con l’arrivo in Finlandia di circa cento minori non accompagnati e di trenta adulti che hanno parenti nel Paese nordico, si conclude un primo, esiguo trasferimento di bambini e di soggetti particolarmente deboli dagli inferni greci di Lesbo, Chios, Samos, Leros e Kos e altri.

Sono campi profughi dove oggi vivono quarantaduemila persone in spazi che potrebbero in tutto ospitarne cinquemila. Un sovraffollamento non umano anche durante questa pandemia mondiale che potrà avrà diverse, imprevedibili ondate e focolai per almeno un anno e mezzo. Tra i rifugiati, soprattutto afghani e siriani, potrebbe fare un’ecatombe.

Circa un terzo della popolazione detenuta ( i più fortunati vivono in venticinque per tenda) sono minorenni, e il 13% di questi non accompagnati, senza un parente o un adulto responsabile per loro.

Il primo caso positivo al SARS-CoV-2 si è verificato a Ritsona, a nord di Atene, a fine marzo scorso. Qui sono concentrati duemilatrecento profughi e di questi duecentocinquantadue bambini soli. Una ragazza incinta di 19 anni, detenuta a Ritsona, quando è andata in ospedale per avere il suo bambino, è risultata positiva al virus. Il centro è stato messo in quarantena, con ventitré casi di Covid rilevati in migranti asintomatici.

Questo ha sollevato il problema legato a malattie e morti senza scampo, al di qua di una recinzione, senza cibo sufficiente, acqua potabile vicina, senza servizi igienici e solo con i pochi punti di assistenza delle organizzazioni umanitarie, a cominciare da Medici senza Frontiere. Assieme ai profughi, in accresciuto pericolo di contagio c’ è anche la popolazione greca. Fra l’altro vi sono posti dove i rifugiati possono andare e venire.

Poche risposte dai Paesi Ue

Finora il tentativo e la determinazione dell’Unione Europea di svuotare i centri di raccolta profughi ha avuto una modesta risposta dai Paesi membri. Hanno detto sì all’accoglienza a scaglioni dei bambini e di pochi adulti vulnerabili soltanto la Germania, La Francia, il Portogallo, la Finlandia, il Lussemburgo e, pur non facendo parte dell’Unione Europea, anche la Svizzera. Le singole città dell’UE hanno dato la loro disponibilità, molte nei Paesi Bassi, ma sono decisioni che non superano il livello comunale, anche se c’ è posto e competenza assistenziale in queste municipalità accoglienti. Sono i governi, tuttavia, a dover dire un sì o un no all’ingresso dei perseguitati.

migrantiSi cerca di fare il possibile, in Grecia: i più deboli e malati tra i nuovi arrivati, la scorsa settimana, centotrentanove tra adulti e piccoli, sono stati messi in hotel, nel tentativo di dar loro maggiore protezione durante il pericolo di pandemia. Sono tre le agenzie delle Nazioni Unite che devono prendersi in carico il problema e fare regolarmente rapporto: lo IOM, Organizzazione internazionale per la migrazione, l’UNHCR, Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati, e infine l’UNICEF, il Fondo di emergenza per l’infanzia. Gli inviati dei tre enti hanno scritto che i rifugiati, in attesa di essere al più presto distribuiti in Paesi dove possano essere curati, accolti e integrati, dovrebbero intanto avere lo stesso accesso alla sanità dei cittadini greci, compresi i test e le terapie.

Sindrome da rassegnazione

Finora sono state parole al vento. Il problema è enorme per un Paese come la Grecia, ancora sotto una pressione economica fortissima e strutturalmente fragile. A Lesbo è stata negata l’assistenza sanitaria anche ai bambini gravi. Intanto, un secondo campo profughi, quello di Malasaka, quaranta chilometri a nord di Atene, è stato messo in quarantena dopo che è risultato positivo un rifugiato di cinquantatré anni.

La Grecia è sola ad affrontare un problema troppo grande: l’Europa rivolge inviti ad accogliere i profughi agli Stati membri , che tuttavia preferiscono per la gran parte voltare la testa dall’altra parte.

Medici senza Frontiere parla dell’ultimo caso di “sindrome da rassegnazione” visto in un campo: Ayesha, nove anni, ne aveva viste tante, prima di arrivare e dopo. Adesso non apre più gli occhi, non parla, non cammina. Questi bambini che perdono ogni speranza si difendono ritirandosi dal mondo, smettendo di mangiare e di bere. Altri reagiscono facendosi molto male, con l’autolesionismo, spiega Katrin Glatz Brubakk, una psicologa dell’età evolutiva.

Hilde Vochten, coordinatrice del team medico di MSF in Grecia spiega come le misure più elementari di prevenzione, anche solo lavarsi le mani, siano impraticabili nei centri. In tutto il mondo i governi cancellano i grandi raduni, ma nei campi delle isole greche le persone non hanno alcuna scelta se non quella di vivere nella più degradante, stretta prossimità. La SARS-CoV-2 potrebbe essere l’ultimo, pericolo che devono affrontare.