Covid19, i dubbi della scienza e la politica magica dei tweet

La scienza poggia su palafitte. Ce ne siamo accorti in queste settimane, anche se Karl Popper, filosofo della scienza e teorico della “società aperta”, lo sapeva già.
Sorpresi e spaventati da un virus, forse non troppo letale, ma che si diffonde con una straordinaria facilità, ci siamo rivolti alla scienza, per avere risposte rapide e sicure. In un battibaleno ci siamo dimenticati delle campagne, devastanti, dei “NoVax”, che ora pretendono di avere, subito e per tutti, il vaccino che ci difenda dal perfido Covid-19.

Ma le cose non stanno così. La pandemia ha sgretolato tante certezze, proprio nel momento che cercavamo conforto negli scienziati, considerati depositari della verità. Invece, ci siamo accorti che la scienza è umana, forse troppo umana, e non possiamo pretendere rapidità e soluzioni tipiche della magia.

Scienza e magia

La magia, come la politica, promette tutto e subito, basta ripetere qualche formula ed essere disposti a vendersi l’anima. La scienza, invece, procede a tentoni, per prove ed errori, si fonda su ipotesi, che devono essere verificate, ma anche -come vuole Popper- “falsificate”, perché si affida alla trasparenza e alla condivisione delle procedure da parte della comunità scientifica.

La scienza non fa miracoli. Eppure, questa pandemia globale, senza precedenti nella nostra modernità, ha rivalutato il ruolo di scienziati ed esperti, che adesso (troppo) spesso affollano i talk show. Anche la politica, che con la scienza –fin dai tempi di Galileo Galilei- ha sempre avuto un rapporto ambiguo, tra diffidenza e dominio, ha dato grande fiducia agli scienziati, per farsi guidare in un terreno sconosciuto, quasi senza precedenti nella storia.

E’ stato un passo importante, di umiltà, ma proprio nel momento che si pretendevano certezze, sono arrivate ipotesi ed interrogativi. All’inizio non si è capito se si trattasse di una forte influenza o di una polmonite un po’ più letale del solito, come –ostinatamente- continua a ripetere il presidente del Brasile Bolsonaro e fino a poco fa anche Trump. Poi sono arrivate tante domande: le mascherine servivano o no? chi doveva usarle? quando arriverà il vaccino? quando e come finirà l’emergenza? Perché i tedeschi – pare – muoiono meno degli italiani? meglio chiudere tutto e curare gli ammalati o il “laisser faire, laisser passer” e puntare sull’“immunità di gregge”, rassegnandoci a “perdere i nostri cari”, come aveva ipotizzato Boris Johnson, salvo –da infettato- cambiare idea un po’ troppo tardi?

Le risposte sono state contraddittorie, anche da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Solo a fatica, gli esperti, si sono affidati all’antica saggezza degli scettici, la sospensione del giudizio, e hanno risposto: “per il momento non lo sappiamo”. Le uniche risposte “sicure” sono state di lavarsi spesso le mani, tenere la distanza di sicurezza di almeno un metro e restarsene chiusi in casa. Troppo poco e troppo banale, di fronte all’ignoto.

Chi sa di non sapere. E chi non sa

La scienza, così, ha riscoperto la filosofia del “sapere di non sapere”. Eppure, una volta diventati consapevoli che la scienza poggia su palafitte e non sulla solida roccia, dobbiamo affidarci alle sue (in)certezze, ai tempi lunghi della ricerca, che deve essere finanziata senza avarizia, alle sue verifiche e controlli, alla condivisione, spesso faticosa, delle procedure e dei risultati. Ma un pezzo della politica, abituato alla “magia” fulminea dei tweet, non ci sta.

virus ricercaEcco, allora, un Matteo che vuole riaprire tutto dopo Pasqua, perché “non vogliamo morire di coronavirus ma nemmeno di fame”. Ecco l’altro Matteo, neoconvertito, che chiede – con accenni vagamente medievali – di aprire le chiese per la messa pasquale, dimenticando l’esempio di Papa Francesco, che ha dato la benedizione “Urbi et Orbi” in una piazza San Pietro vuota, struggente e per questo più universale che mai. Solo la scienza, alla fine, ci può orientare tra “il caso e la necessità” (Jacques Monod), perché, con tutti suoi limiti, ha imparato che “la creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.” (Albert Einstein).