Acqua e semi di sapere, nel Burkina Faso colpito dal Covid

“Le già deboli strutture sanitarie esistenti in Burkina Faso sono in grandissima difficoltà dopo l’arrivo della terribile pandemia”. Lo afferma Paola Garbini, fondatrice dell’Associazione “La goccia onlus” che da 18 anni opera in quel Paese, uno dei più poveri dell’entroterra d’Africa.

“Anche se il numero dei contagiati non è pari a quello europeo, l’obbligo della quarantena, doverosamente imposta per arginare il dilagare del male, ha soffocato tutte le persone, e in particolare le donne, impegnate nel piccolo commercio quotidiano dei loro prodotti. – racconta Paola -. Qui la povera gente rischia di morire di fame. Proprio per questo, non ci siamo fermati: nonostante il Covid-19, il cuore del nuovo Centro di accoglienza Wen Daabo continua a pulsare e noi proseguiamo a costruire muri per accogliere, e non per dividere. Il virus non ci fa paura”.

Acqua e istruzione

Paola Garbini con la “sua” famiglia in Burkina Faso

Paola Garbini è una missionaria laica, che ha lasciato figli, nipoti e pronipoti, ma considera famiglia tutte le persone incontrate in questa terra d’Africa, con precisione in Burkina Faso: le è stata riconosciuta la cittadinanza e ora ha due patrie da amare. La sua principale caratteristica è il sorriso. Con questo ha fatto breccia nel cuore dei tanti che l’hanno sostenuta e continuano a farlo, non senza difficoltà di ogni tipo. Ma, come goccia dopo goccia può nascere un fiume, allo stesso modo la fiducia, l’impegno e l’unione possono fare piccoli grandi miracoli.

“Lo slogan scelto sin dall’inizio della nostra vita insieme è “L’acqua è vita. L’istruzione è vitale”. – continua Paola – E questo resta il nostro obiettivo primario da sempre. In 18 anni abbiamo realizzato 23 pozzi d’acqua potabile e 6 complessi scolastici, compreso il centro Effatà, in collaborazione con i padri Pavoniani, eredi del carisma di san Ludovico Pavoni, la prima scuola cattolica per bambini sordomuti e il liceo femminile Chiara Luce Badano”.

Saperi antichi per resistere alla siccità

Acqua e istruzione, quindi, beni primari senza i quali non è possibile vita degna di questo nome. Oggi La goccia onlus è impegnata nel progetto Wen Daabo, che in lingua locale significa “Dio ti ha scelto”, un orfanatrofio, come si diceva, che accoglie i tanti, troppi minori che restano orfani, spesso già alla nascita. Anche qui, infatti, è ancora molto alto il tasso di mortalità al momento del parto. La causa prevalente è la precoce maternità, dovuta a matrimoni forzati in giovane età. Retaggi di una cultura che persiste e alla quale si oppongono le azioni di uomini e donne come lei, che a quelle ragazze danno un’altra possibilità: l’istruzione. “In una famiglia povera – afferma – si preferisce mandare a scuola il figlio maschio, una situazione che penalizza fortemente la figlia femmina”.

La missionaria romana, anche quando viveva nel popolare quartiere di Torpignattara, condivideva col marito la vicinanza e l’aiuto concreto ai più bisognosi. E’stato l’incontro con Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, a indicarle la strada e farla approdare in Burkina Faso, a darle la spinta, quindi, in particolari circostanze della vita, “a scomodarsi” dalla sua casa, per realizzare l’ideale del “mondo unito”. Anche quando sembrava che le risorse fossero insufficienti, le forze per andare avanti sono sopraggiunte, risultando determinanti, così, da un progetto nasceva un altro progetto mirato ai più marginalizzati. Ora, in cantiere, ce n’è uno nuovo, nato a favore del sostegno al Centro Wen Daabo, grazie alla sinergia tra La goccia onlus e la Biofattoria – Geoparco Viggiano.

Antonio Viggiano è un bioagricoltore calabrese, che in un piccolo paese del cosentino, Santa Domenica Talao, con la sorella Rossella porta avanti la tradizione di famiglia. Tra le altre cose, conserva grani antichi, come il mais nero spinoso, quello dei briganti, o tipi di pomodoro e zucca particolarmente resistenti alla siccità. L’idea è quella di portarli in Burkina Faso, dove l’acqua scarseggia ed è preziosa da avere. A questo scopo, Antonio anni fa si è incontrato a Roma con Marc Nikiema, in rappresentanza della onlus e primo figlio adottivo di Paola, laureato in ingegneria nel 2014, che con la sua impresa realizza i cantieri per completare la realizzazione dei progetti. Un interscambio di semi e saperi, quindi, ma solo in apparenza, perché in fondo c’è la volontà che quello del mondo unito non rimanga solo un ideale o una profezia.