Covid 19, siamo
una Repubblica fondata sull’emotività

Ora, non è che uno pretende di avere un Churchill a Palazzo Chigi ma questa politichina con l’occhio ai sondaggi e allo stormir di fronde del “sentire popolare” è, con ogni evidenza, una pessima cosa.

Da noi già in tempi normali – che per quel curioso esperimento di surrealismo esecutivo-amministrativo e sottosviluppo civile chiamato Italia sembrano sempre piuttosto”anormali” – l’immiserimento opportunistico dell’arte di governo reca danni e scivolamenti sempre più in basso in qualsiasi classifica europea (lavoro femminile, disparità salariali, percentuale utilizzo fondi Ue, scolarizzazione, occupazione giovanile, tempi della giustizia, infrastrutture etc).

Con il Covid di mezzo l’andazzo timido nei controlli e i tardivi provvedimenti sempre ventilati e mai attuati ci fa affacciare sul disastro delle cifre di contagio fuori controllo. I piani per la pandemia, approvati e sottoscritti? Un po’ tra marzo e aprile ci siamo dolorosamente vaccinati, ma in molti uffici regionali li trovereste a far da zeppa al tavolo che balla.

Perché ci sono sempre mille buonissime ragioni per lasciar perdere finché la nave va e “siamo i migliori d’Europa”, chi insiste per programmare un futuro (anche prossimo) di maggiore sicurezza da noi passa per menagramo e incapace di godersi la vita e nemico dell’economia. Tempo fa, si accusavano giustamente i reazionari di pensare con la testa nel passato, adesso per passare da illiberale con nostalgie del regime basta pensare non al futuro ma a dopodomani.

Il guaio per chi fa politica da seguace del quieta non movere e dell’attimo fuggente è che per l’appunto l’attimo fugge e soprattutto il dopodomani arriva. Sempre. Nel frattempo ovviamente giornali da brioche-cappuccino e tv generaliste alzano la polvere dei destini del pianeta minacciati dal globalismo (vengono fuori dei bellissimi documentari), guardandosi bene dal raccontare cosa accade nei macelli, quanto mondo si consuma per due etti di sottofiletto e quanto pesa la deforestazione nello spillover dei virus.

Avevamo conquistato con lacrime, sangue e ragguardevoli rotture di “uallera” un contenimento strepitoso del virus; l’abbiamo buttato nel cesso sotto le bandiere dell’apericena, del ciondolo iperconformista nelle solite tonnare del passatempo urbano, dello “slego” croato e sardo, come se fossimo – ma forse lo siamo davvero – eterni adolescenti pavloviani e assomiglianti a quei cavalli del circo che dopo l’esercizio il domatore gli mollava lo zuccherino: “ma sì, hai sofferto, caro italiano, svagati un po’, che tanto le intensive sono vuote”. Un governo paterno, comprensivo, dopo la faccia feroce del lockdown.

Salvo far riecheggiare la sirena quando perfino i più menefreghisti cominciano a preoccuparsi di nuovo. Siamo una Repubblica fondata sull’emotività, categoria che, a quanto risulta, Machiavelli non ha mai annoverato tra le migliori virtù. né del popolo né di chi regge lo scettro del potere.

Sulla sanità lombarda già sotto inchiesta e subito lesta a sollecitare nuove preoccupate domande, basta segnalare l’indomita presenza di Giulio Gallera a capo dell’assessorato lombardo alla Sanità, l’uomo che meglio di tanti altri impegnati nel contrasto al Covid mostra la validità del famoso assioma: “In una gerarchia ogni membro tende a raggiungere il proprio livello di incompetenza”.