Covid-19, evitiamo gli allarmismi: nessuna impennata dei contagi

Il numero assoluto di contagi rilevati è salito giovedì scorso a 1.411. E il giorno dopo, venerdì, a 1.462. Ed è subito allarme. Mediatico. La curva del contagio – sostengono – si sta impennando. A questa narrazione sembrano credere anche molti politici. Ora, poiché dovremo convivere con il coronavirus SARS-CoV-2 per molto tempo ancora, è bene evitare le montagne russe alla nostra ansia. E per farlo conviene cercare di capire cosa c’è dietro quei numeri – 1.462 – che di per sé può voler dire tutto e nulla.

covid-19 saluteC’è una crescita dei tamponi effettuati

In primo luogo ribadiamo che si tratta del numero di risultati positivi al tampone. Non è necessariamente un indicatore del numero di contagi reali. Il motivo è semplice da spiegare, ma non tanto da entrare nella narrazione su COVID-19, a quanto pare: poiché il numero di tamponi è aumentato nei giorni scorsi, sono stati 97.000 venerdì, anche perché viene effettuato a molte persone che rientrano da luoghi di vacanza, esteri e italiani, quel numero assoluto assume un senso molto più significativo se è accompagnato dal rapporto tra positivi e test effettuati. Venerdì così come giovedì e a quanto ne sappiamo in questo periodo recente, il rapporto risulta pari se non inferiore all’1,5%. Significa che ogni cento persone che hanno effettuato il test meno di 1,5 in media sono risultate positive. Questa percentuale, ripetiamo, è abbastanza costante negli ultimi giorni, dunque non c’è un’impennata dai contagi. C’è una crescita (finalmente) dei test.

È alta o è bassa in assoluto, per la popolazione generale, quella percentuale? Non lo sappiamo. Ma ricordiamo che per valutare anche questo dato occorre tener conto di altri parametri. Per esempio le persone cui viene effettuato il test sono statisticamente rappresentative dell’intera popolazione italiana?

Ne dubitiamo. Si tratta per lo più di persone che sono andate in vacanza. Nel Lazio venerdì il 38% dei contagiati rilevati veniva dalla Sardegna. E, dunque, il risultato ai test non rappresenta le persone – una parte rilevante della popolazione italiana – che in vacanza non è andata. Occorrerebbe rinormalizzare il dato, dicono gli statistici, per renderlo rappresentativo dell’intero paese. Intanto possiamo azzardare che il dato rilevato esprime la percentuale di positività in una fascia più a rischio della popolazione, quella che viaggia.

covid-19Non è vero che si abbassa l’età dei contagiati

Si dice: l’età media dei contagiati si sta abbassando: è scesa a 29 anni. Ma anche questo rischia di essere un’affermazione fuorviante. Tra le persone che sono andate in vacanza i giovani, con un’età media inferiore ai trent’anni, sono preponderanti e soprattutto sono quelli che più di altri hanno frequentato luoghi con maggiore assembramento, come alcune discoteche. Normale che tra di loro si riscontri una maggiore diffusione del contagio. Perché, non dimentichiamolo, il virus si trasmette soprattutto quando il distanziamento fisico scende sotto una certa soglia. Ma questo non significa né che il virus è mutato e ora attacca di prevalenza i giovani né che gli adulti sono meno a rischio.

Oggi sono più propensi a contagiarsi i giovani perché frequentano più assembramenti, proprio come a marzo e ad aprile erano più contagiati gli anziani chiusi in case di riposo. È cambiato il tipo di assembramenti, di conseguenza è cambiata la propensione al contagio di chi li frequenta.

Altri dati da tenere in conto: il numero di ricoverati in ospedali con sintomi da COVID-19. Sono cresciuti, giovedì, da 843 a 1058, e venerdì sono passati a 1.103. Bisogna verificare qual è il trend dei ricoveri su una scala temporale più lunga, sempre tenendo presente che i ricoveri comunque fotografano una situazione (il contagio) verificatasi non ieri o l’altro ieri, ma qualche giorno fa. In ogni caso è vero che l’aumento dei ricoveri potrebbe significare che effettivamente è in atto un aumento della diffusione del virus.

Deve aumentare l’allarme? Diciamo che un altro dato – Rt – l’indice che misura la tendenza a diffondersi del contagio è a 0,75. Ricordiamo che quando Rt supera il valore di 1, ogni contagiato tende in media a contagiare più di una persona, quando è inferiore a 1 significa che ogni contagiato tende a contagiare meno di una persona. In questo secondo caso la situazione è sotto controllo. Ecco questo dato – Rt pari a 0,75 – tende a dirci che la situazione è sotto controllo, a differenza di marzo o aprile quando l’indice aveva valori superiori a 2 e persino a 3.

Terapia intensiva, stuazione sotto controllo

Un altro indicatore che ha un certo peso è il numero di ricoverati in terapia intensiva: venerdì ne risultavano 74, contro i 66 di giovedì, contro i 58 del giorno precedente, mercoledì. I numeri sono piccoli e, per ora, non indicano affatto un peggioramento drammatico della situazione. Non indicano necessariamente neanche un peggioramento tendenziale: potrebbe trattarsi di una fluttuazione statistica. Va tenuto presente, però, che in terapia intensiva vanno in genere persone che sono state contagiate anche alcune settimane prima. Il dato, dunque, fotografa non la situazione attuale del contagio, ma quella di qualche settimana fa. In ogni caso 74 ricoverati in terapia intensiva non sono un dato allarmante, soprattutto se rapportato alle migliaia di marzo o aprile.

Stesso discorso vale per il numero di deceduti: 9 venerdì, 5 giovedì ma anche 13 in uno dei giorni passati Si tratta di numeri bassi, ogni giorno variano di poco e non ha senso trarre conclusioni sull’aumento giornaliero o sulla diminuzione di poche unità. Inoltre si tratta di numeri che parlano di contagi che si sono prodotti settimane fa. Se l’attuale numero di contagiati rilevati è rappresentativo di contagi reali, potremmo avere un aumento dei morti tra qualche settimana. Ma poiché i contagiati sembrano essere giovani, il numero di morti potrebbe non aumentare (ce lo auguriamo caldamente).
I dati italiani andrebbero, infine, comparati con quelli di altri paesi, soprattutto se vicini. Per capire le ragioni reali di differenze che pure vengono rilevate.

ùIn conclusione, la lettura dei dati sulla diffusione del coronavirus è questione piuttosto complessa. L’interpretazione non può basarsi su un singolo indicatore.

Dopo sette mesi avremmo dovuto capirlo. A iniziare dai media, che tendono a un’eccessiva semplificazione. Ma anche le autorità sanitarie e politiche avrebbero dovuto capire che una lettura semplificata e semplicistica è pericolosa e, pertanto, avrebbero dovuto effettuar una comunicazione sistematica e chiara della complessità, anche statistica della pandemia che stiamo vivendo.

Ma chi oggi è disponibile a coltivare la cultura della complessità?