Così “Parasite” è arrivato all’Oscar.
Prima volta per un film non anglofono

Definire “storica” questa edizione degli Oscar è un’ovvietà. Non era mai successo che un film non girato in inglese vincesse l’Oscar principale, quello per il miglior film. Era accaduto con film “stranieri”, non statunitensi: diversi film britannici hanno vinto l’Oscar nel corso degli anni, e qualche anno fa la statuetta più importante era andata al francese “The Artist”, che però era muto! – e con le didascalie in inglese, anche nella versione originale: del resto era ambientato nella vecchia Hollywood.

Non è invece, assolutamente, una novità che un regista straniero vinca nella propria categoria. Pensate che nel 1929, alla primissima edizione del premio, vennero premiati Lewis Milestone (russo, vero nome Lev Milstein) e Frank Borzage (italiano, vero nome Francesco Borzaga)! C’era ancora la distinzione fra commedie e film drammatici, il premio era doppio. Ma ovviamente sia Milestone che Borzage erano stranieri (il secondo, per altro, nato negli Usa da genitori trentini) che lavoravano all’interno dell’industria hollywoodiana.

E lo stesso si può dire per l’alsaziano William Wyler, l’ungherese Michael Curtiz (vero cognome Kertesz), l’ebreo galiziano Billy Wilder, il greco nato in Turchia Elia Kazan, il palermitano Frank Capra, l’austriaco Fred Zinnemann, il cecoslovacco Milos Forman, il canadese James Cameron, il polacco Roman Polanski, il taiwanese Ang Lee, il neozelandese Peter Jackson, l’italiano Bernardo Bertolucci (che ha vinto con L’ultimo imperatore, un kolossal girato in inglese) e naturalmente i britannici David Lean, Tony Richardson, John Schlesinger, Sam Mendes, Danny Boyle, Tom Hooper e il magnifico trio dei messicani, tutti vincitori recentissimi: Alejandro Inarritu, Alfonso Cuaron (per un film girato in spagnolo) e Guillermo Del Toro. Il premio alla regia, come vedete, è sempre stato cosmopolita.

La novità, naturalmente, sta tutta nella totale cittadinanza sud-coreana di “Parasite”. Qui non si parla di co-produzioni o di film comunque provenienti dalla galassia anglosassone e anglofona. Qui siamo di fronte a un film coreano che prima sbanca la Croisette, vincendo la Palma d’oro di Cannes, poi esce negli Usa incassando circa 35 milioni di dollari (bella cifra: “La vita è bella” ne fece quasi 58, “La grande bellezza” meno di 3), si impone all’attenzione conquistando un congruo numero di candidature all’Oscar e infine si porta via 4 statuette, con l’inedito bis miglior film/miglior film “internazionale”, o straniero che dir si voglia.

Vale la pena di segnalare, per capire come funzionano certe cose, che dopo Cannes “Parasite” è passato in ben 15 festival statunitensi, a cominciare da quello di Telluride che è una sorta di “showcase” per le produzioni indipendenti: in queste occasioni ha avuto ottima stampa ed è stato visto da parecchi addetti ai lavori, probabilmente conquistandosi un ricco pacchetto di voti.

Come e perché Parasite ha vinto

parasiteAl di là della novità “storica”, e della delusione per chi tifava Scorsese, Tarantino o il Mendes di “1917”, vale invece la pena di chiedersi come e perché ha vinto “Parasite”, e cosa può significare questa vittoria.

In primis, mai come quest’anno sarebbe interessante conoscere il dato dei voti presi da ciascun film (che l’Academy non comunica mai). Personalmente siamo convinti che “Parasite” abbia (sacrosantamente) approfittato di una dispersione di voti. Mancava l’asso pigliatutto, e non ci stupiremmo di scoprire che “1917”, “The Irishman”, “C’era una volta a Hollywood”, “Joker” e forse anche “Storia di un matrimonio” e “Piccole donne” sono tutti arrivati a ridosso del vincitore. Fosse capitato nell’anno di “Titanic” o di “Il ritorno del re”, per citare due titoli con 11 premi vinti a testa, “Parasite” non ce l’avrebbe fatta. Ma arrivare nel posto giusto al momento giusto è ovviamente un merito.

Una sceneggiatura con un calibrato meccanismo di tensione

Il premio, poi, è dovuto anche al valore del film in sé. E soprattutto a due caratteristiche fondamentali. “Parasite” è una sorta di commedia all’italiana, di quelle che a Hollywood da sempre piacciono assai (Germi, Monicelli), che nel finale diventa un film di Tarantino. È abbastanza paradossale che Tarantino sia stato sconfitto, nell’anno in cui proponeva il suo film meno violento, da un film coreano che a un certo punto “tarantineggia” assai.

parasiteIn fondo il premio che spiega tutto è il meno vistoso: quello per la sceneggiatura. “Parasite” è un copione di ferro, azzeccatissimo, con tutti i “twist” distribuiti per bene nel corso della trama. Andate a rivedere, se vi va, la parte centrale del film, subito dopo che i padroni di casa avvertono i “domestici” del loro improvviso e imprevisto ritorno: lì partono 20-25 minuti di tensione e di ironia pazzesche, calibrate con sapienza, scritte da Dio e naturalmente girate e interpretate benissimo. A queste cose, che conoscono meglio di chiunque altro, gli americani fanno caso: e non sfugge a nessuno che rispetto ai tempi dilatati di Scorsese o alla struttura tutto sommato ripetitiva di “Storia di un matrimonio” “Parasite” è una macchina da guerra, un calibratissimo meccanismo di tensione.

Dove Hollywood non ha ceduto il passo allo straniero è stato nei premi per gli attori, andati a Joaquin Phoenix, Renee Zellweger, Laura Dern e Brad Pitt (meritatissimo). Ma la scelta, quest’anno, era molto ricca. “1917” è stato, direbbero a Roma, “sgamato”: troppo esperti, i giurati, per non accorgersi che è un film dallo stile esibizionista, dove la guerra è una scusa per far vedere quanto è bravo l’operatore di macchina. Tarantino meritava di più. Scorsese se ne va a mani vuote e a Netflix, dove hanno speso quasi 200 milioni di dollari per vincere l’Oscar del miglior film sfuggito l’anno scorso a “Roma” di Cuaron, saranno imbufaliti. Netflix e le piattaforme digitali sono le grandi sconfitte di questa edizione: solo il futuro ci dirà se torneranno in lizza, aumentando sforzi e investimenti, o se si ritireranno sdegnate dalla competizione. Ma intanto la vera notizia della notte degli Oscar è che Bong Joon-Ho, il regista di “Parasite”, sta preparando un tv-movie di 6 ore ispirato al film per la tv HBO. Se con gli stessi attori, per ora non si sa. Welcome to America, Mr. Bong!