Così la democrazia muore e vince Casaleggio

Sono sinceramente stupito dalla reazione alle parole di Casaleggio jr sull’ipotesi di un futuro senza Parlamento. Non sto dicendo che io mi auguri un simile futuro, ma trovo che, dopo un lungo parlare di crisi della democrazia, poi nessuno abbia fatto o detto nulla sulle origini di questa crisi e su come avanzare delle soluzioni. La risposta di Casaleggio (tutto il potere alla rete, come se questa fosse uno strumento elettorale neutro, una specie di urna sempre aperta) è ingannevole e sbagliata. Ma se non c’è quella “giusta” e neppure una discussione fondata per avanzare proposte e correzioni alla crisi della democrazia la risposta sbagliata diventa l’unica e, a lungo andare, quella vincente.

Il Parlamento è stato (tra non pochi difetti e manchevolezze) il luogo in cui nei decenni successivi alla nascita della Repubblica si è svolto il confronto di posizioni, la mediazione, lo scontro o la pax consociativa (un terreno molto amato dalle opposizioni, meno dalle maggioranze che si dedicavano soprattutto alla gestione del governo). Anche se – diciamocelo – non è mai stato il luogo reale della decisione politiche che passava all’interno dei partiti e nelle loro correnti e nelle relazioni tra le forze politiche che componevano le maggioranze. Le leggi di origine parlamentare sono poche, memorabili forse solo quella del divorzio e quella sull’aborto. Non a caso due leggi sui diritti civili, temi quasi sempre fuori dagli accordi di governo.

Se il dibattito sulla crisi della democrazia oggi ci appare così evidente e drammatico viene da chiedersi quando inizia questa crisi? Difficile mettere una data ma io la collocherei a cavallo tra la fine degli anni Settanta e il primo lustro degli Ottanta. E non penso soltanto all’apparire e al tramontare dell’idea del compromesso storico e delle sue declinazioni politiche (cosa c’è apparentemente di più parlamentare dell’idea di un governo delle astensioni? Eppure mai come in quel caso era un governo frutto di ferrei accordi tra i partiti stabiliti fuori dal parlamento). E non penso neppure alla drammatica stagione del terrorismo politico e della strategia della tensione, che pure segnò profondamente il nostro paese.

Credo invece che le radici vadano cercate più nel profondo, nella concezione stessa della democrazia che si affermò e fu poi rovesciata in quegli anni. Penso al crescere, per iniziativa della sinistra politica ma anche sindacale (su Strisciarossa Marco Calamai ha ricordato la straordinaria esperienza dei Consigli di Zona voluti dalla Flm fuori dalle fabbriche) di un fenomeno che segna quell’epoca e che è quasi dimenticato: la partecipazione.

Partecipazione non era solo una parola buona per le canzoni di Giorgio Gaber, era una metodologia complessa, macchinosa, qualche volta farraginosa ma straordinariamente coinvolgente. La nascita dei consigli di fabbrica (strumento partecipativo generalista in cui tutti gli operai votavano fuori dagli steccati della rappresentanza sindacale), quella degli organi collegiali della scuola per i quali votavano docenti, genitori e studenti, forme molto diverse e nuove di partecipazione fuori dai confini professionali erano organismi oggi quasi dimenticati. Ricordate Medicina Democratica, Psichiatria Democratica, il Coordinamento dei Genitori Democratici, e allora persino Magistratura Democratica nell’impostazione di alcuni suoi fondatori come Luigi Ferrajoli aveva una idea partecipata del diritto e non era solo una componente della rappresentanza dei magistrati. A questo si univa il sorgere di alcuni movimenti partecipativi sui temi della differenza sessuale e dell’ambiente che per dimensioni e radicalità si distanziavano da quelli che sugli stessi temi li avevano preceduti. È difficile ricordare oggi come quella spinta alla partecipazione avesse fatto nascere una rete di comitati di quartiere, di associazioni su single issue.

Questi anni tra il 1973 e il 1979 rappresentano un modello di democrazia che sembrava destinato a segnare il futuro della forma politica italiana ma che al giro di boa degli anni Ottanta arretra, insieme alla sconfitta politico elettorale del Pci berlingueriano, per lasciare spazio alla domanda di una democrazia che decide al posto di quella che appariva una democrazia che discute e nella quale la partecipazione imponeva livelli sempre crescenti di ascolto e in cui la mediazione poteva apparire inazione. I momenti partecipativi apparivano (e forse erano diventati) sempre meno un elemento dinamico nella politica e sempre più soggetti che esercitavano solo il loro potere di veto. Dentro un grande fenomeno positivo e di crescita della consapevolezza sociale e politica cominciano a emergere i fenomeni che oggi chiameremmo “not in my backyard”.

Per andare agli anni Ottanta (quelli che a sinistra vennero chiamati del riflusso) quella domanda di decisione trovò in Craxi il suo interprete. Nei suoi anni di governo si pose il tema della “grande riforma” e quello del presidenzialismo come forma più adatta ad una democrazia decidente. In un’epoca ancora di grande passione politica le forme partecipative lentamente persero mordente. Con Craxi si impose (senza avere risposte) il tema delle riforme istituzionali e oggi – sono passati quasi 35 anni – l’Italia è ancora alle prese con quelle. Eppure in questo tema – nel nesso rappresentanza, decisione, divisione dei poteri, controllo, check and balance, peso del governo, centralismo verso federalismo – e nella sua mancata soluzione è contenuta la crisi della politica e quella, ancora più allarmante, della capacità di tenuta della democrazia.

Nel mondo oggi, rispetto a trentacinque anni fa, la democrazia ha fatto grandi passi in avanti, i paesi dove ci sono elezioni sostanzialmente libere sono cresciuti, il totalitarismo novecentesco non esiste più, neppure in Cina dove la democrazia non c’è ma elementi di libertà sono contraddittoriamente emersi. Eppure la democrazia ci appare come indebolita, in qualche caso degradata fino a sembrare un bonapartismo in cui il voto non ha un possibile ricambio o alternative realisticamente capaci di affermarsi. Si vota in Russia o in Turchia, si vota persino in Egitto o in Algeria (basta che non vincano i partiti islamici) ma elezioni e parlamenti non sono garanzia di democrazia.

E nei paesi di lunga o di giovane democrazia la risposta a questa crisi si esprime sempre più spesso con l’affermazione di partiti per i quali possiamo usare una gamma di aggettivi che va da ultranazionalisti a super conservatori, fino a sovranisti per arrivare alla parola più abusata di tutte che è “populisti” (sotto la quale i giornali mettono Maduro come i 5 Stelle, la sindaca di Città del Messico come l’ex sindaco di Londra, i separatisti catalani come i loro nemici di Podemos). Una parola “specchietto” che non ci ha aiutato a capire cosa succedeva e che ha invece favorito forze che la usano per indicare un nesso tra loro e il popolo. Più li chiamiamo populisti più vanno avanti nei sondaggi e più tendono a cementarsi, pur essendo forze con una costituency sociale e valoriale distinta e lontana. Popolo contro élite, gente comune contro casta. Se il discrimine diventa questo, voi, voi italiani dal reddito medio attorno ai 25.000 euro lordi, voi con un lavoro faticoso e spesso poco soddisfacente, voi che avete sempre pensato di pagare più tasse di quanti servizi vi vengono dati in cambio, da che parte vi mettereste?

La cosa più curiosa è che per l’attuale maggioranza di governo la crisi della politica c’è e non c’è. Ognuno ha la sua ricetta miracolosa. Casaleggio sogna l’estinzione del Parlamento e l’avvento della “democrazia della rete” in cui si vota sempre e su tutto (poi ovviamente le leggi su cui si vota qualcuno dovrà pure scriverle e spiegarle senza nessun dovere di prova e nessuna verifica, applicarle…). Salvini invece ogni tanto parla del passaggio ad un sistema presidenziale e a una legge elettorale che taglia i nodi gordiani con la spada. Ma la questione non è nel contratto di governo e il match è rimandato.

Siamo noi, noi sinistra o quello che siamo a non avere neppure una ricetta. La crisi della democrazia è direttamente proporzionale all’incapacità di avere un pensiero, una proposta e neppure una analisi seria di quali sono le questioni e gli errori, le timidezze e i conservatorismi, o le furbizie e le superficialità che hanno prodotto questo deficit politico, culminato nella lacerante ferita del referendum istituzionale di due anni fa.

In mancanza di alternative, se va avanti così, quella di Casaleggio sarà una profezia che si auto-avvera. Con un Parlamento vuoto che non ha nulla da discutere e anche quando ce l’ha preferisce stare a casa o in barca a vela. Con un governo che lavora per decreti ci mette un mese a scriverli e li porta in parlamento il 30 luglio fissando il voto al 2 agosto e poi tutti in ferie. Con una opposizione che strilla perché ha poco o nulla da dire.