Così Lizzadri, Lama, Foa
raccontarono il loro primo maggio

Il 20 luglio del 1889 il Congresso costitutivo della Seconda internazionale, riunito a Parigi, decide l’organizzazione di una grande manifestazione per la richiesta di riduzione della giornata lavorativa ad otto ore. La scelta cadrà sul primo maggio, in ricordo dei martiri di Chicago. La festa, ratificata ufficialmente a Bruxelles nell’agosto 1891 (II Congresso dell’internazionale), è osservata e praticata già nel 1890 con manifestazioni a livello nazionale e locale.

In Italia, la storia del Primo maggio si intreccia con le lotte operaie per la riduzione della giorn’ata lavorativa a otto ore, la regolamentazione del lavoro delle donne e dei fanciulli, il miglioramento salariale, i contratti di lavoro, la legalizzazione dello sciopero. Il fascismo abolirà nel 1923 la ricorrenza, preferendo una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma.

Così sul numero speciale dedicato al Primo maggio 1952 di «Lavoro», giornale rotocalco della Cgil dal 1948 al 1962, i segretari confederali Oreste Lizzadri, Luciano Lama e Vittorio Foa ricordano alcuni episodi legati alla loro Festa del Lavoro durante il ventennio fascista.

Oreste Lizzadri al comizio del primo maggio, Roma 1952

Ricorda Oreste Lizzadri: “Sfoglio i miei appunti e trovo: 14 aprile 1937, riunione a Grottaferrata con «i due ragionieri» per regolare la contabilità di fine mese. I due ragionieri! Rampi e Robustini, due compagni, comunista il primo, socialista il secondo, l’uno tipografo, l’altro venditore ambulante di cravatte a basso prezzo. Ce ne volle, alla riunione, per convincerli a non estendere l’invito ad altri compagni: erano offesi ed irritati, ma non ci riuscirono. L’anno prima si era in cinque, riuniti per lo stesso scopo, e la dimostrazione fallì prima di nascere per l’intervento della polizia, avvisata in tempo. Siamo già troppi in tre, e se la polizia saprà la cosa, uno di noi tre avrà parlato. «Si lavora in diverse direzioni» – affermai per tranquillizzarli – «I fornaciari si asterranno dal lavoro, i tranvieri in qualche modo si faranno vivi e anche fra i muratori qualcosa bolle in pentola; dobbiamo decidere noi ora». Tirai fuori l’appello già preparato. Poche righe invitanti tutti i cittadini che desideravano ricordare il Primo maggio a fornirsi di cravatta rossa e di portarla per tutta la giornata. Robustini curò la stampa dei volantini, diecimila copie; Rampi li diffuse. Il piano funzionò; si lavorò specialmente in periferia con spostamenti rapidi da un quartiere all’altro. Il 28 aprile ebbe luogo il convegno conclusivo. Se le informazioni pervenute erano esatte, fino a pochi giorni prima la polizia non aveva dato peso alla cosa benché alcuni destinatari dei manifestini si fossero affrettati a portarli o ad inviarli, anonimamente, alla questura. Dal 27, invece, i commissariati entrarono in agitazione. Vedevano volantini dappertutto. Diecimila è un bel numero; ma debbono essersi moltiplicati per dieci nella mente ossessionata dei funzionari di P.S. e degli alti papaveri della milizia. Uomini vestiti di scuro, accigliati, giravano per i cantieri edili diffidando e minacciando «Guai a chi porterà il 1° maggio la cravatta rossa». Così dove non erano arrivati i manifestini, arrivarono i poliziotti e la loro collaborazione una volta tanto fu veramente preziosa, a noi e ai venditori di cravatte. Il 1° maggio del 1937 passò tutt’altro che inosservato a Roma. I fornaciari si astennero in massa dal lavoro; su alcuni palazzi in costruzione sventolò per qualche ora la bandiera rossa; diverse vetture tranviarie, subito costrette a rientrare, uscirono dal deposito con la scritta «Viva il 1° Maggio». Ma l’episodio più significativo e anche più spassoso di quel 1° maggio fu la caccia alle cravatte rosse da parte della polizia. Cittadini di ogni ceto che nulla sapevano della manifestazione, vennero fermati per la strada e invitati, con quei modi che la polizia fascista ha poi trasmesso alla celere, a togliersi la cravatta e di recarsi al Commissariato. A nulla valsero proteste ed esibizioni di tessere fasciste o di altri documenti più rappresentativi, come quelli di sciarpa littorio o di ante marcia. Niente da fare. I più zelanti, come sempre avviene, andarono più in là: colpirono tutte le sfumature del rosso, dal rosa pallido al rosso acceso. Ancora oggi, a tanti anni di distanza, c’è qualche ingenuo che si domanda se per caso, la cravatta di cui fa sfoggio il poliziotto suo vicino di casa non sia quella strappatagli, con modi inurbani e senza ragione, in quel lontano 1° maggio del 1937”.

Luciano Lama a un comizio, anni 50

Particolare la rievocazione di Lama: “Non riuscirò a dimenticare gli ultimi giorni di aprile del 1944. La nostra brigata, la Ottava Garibaldi, era sottoposta da tre settimane ad attacchi in forze delle S.S., della Wehrmacht, delle «brigate nere». In quelle vallate dell’alto Appennino Tosco-Emiliano, poche centinaia di partigiani si battevano contro decine di migliaia di uomini forniti di mortai, di mitragliere pesanti, di aerei persino. La nostra formazione, per meglio sottrarsi al nemico, si era divisa. Io rimasi con una compagnia: una ventina di uomini ormai affranti per la fatica e affamati, con poche cartucce per i lunghi «91», due cavalli ed un mulo. Eravamo rifugiati in casa di un povero contadino, a oltre mille metri di altezza. Dick, il comandante di una squadra distrutta dai tedeschi al secondo assalto, ci aveva seguito, ferito a una gamba, su un cavallo, legato vicino alla mitragliatrice il cui treppiede era rimasto incastrato nel fango nell’ultimo attacco nemico. In casa, un unico letto a due piazze. Antonio, il contadino, ci aiutò ad adagiarvi il ferito. Dick si lamentava: nel polpaccio gli era rimasta infitta la pallottola di una machine-pistole e la gamba era gonfia, rossa. Occorreva riprendere il cammino al più presto perché i tedeschi, ancora nelle vicinanze, avrebbero potuto attaccarci da un momento all’altro. Decidemmo di tentare l’estrazione della pallottola e a me fu assegnato il compito dell’«operazione». Tutte le mie cognizioni chirurgiche si riassumevano nell’aver visto una volta un mio cugino, studente di medicina, sezionare una gamba in sala di anatomia. Ma non c’era tempo da perdere e mi misi al lavoro. Bagnai nell’aceto una lametta da barba cominciai a tagliare il polpaccio. Non un muscolo del viso di Dick si muoveva. I compagni, uno dopo l’altro, si avvicinarono muti e silenziosi. Ad un certo punto, mentre affondavo sempre più la lama, Dick, imperlato di sudore, disse fra i denti: «Sapete, ragazzi, che giorno è domani? E’ il Primo Maggio! Dì tu, Aldo, che sei stato all’estero e sai la storia, qualche cosa su questa data». Aldo, il commissario politico di compagnia, che in quel momento mi stava passando le forbici mi guardò in modo strano, fra la meraviglia e la commozione. E cominciò a raccontare, con voce piana e gioviale, dell’eroismo dei martiri di Chicago, delle lotte dei lavoratori, del significato che il Primo Maggio ha assunto, nel mondo, per l’intera umanità, da quando i lavoratori, resi consapevoli, hanno acquisito la forza ed il coraggio di spezzare le catene della schiavitù capitalistica. Io intanto affondavo le forbici nella carne di Dick e a un tratto incontrai con la punta un corpo duro: la pallottola. Occorse ancora qualche minuto per estrarla, ma alla fine ci riuscii. D’un tratto saltò fuori, spinta dalle forbici, con un fiotto di sangue nero rappreso. L’«operazione» era finita. Aldo intanto continuava il suo racconto. La sua voce però prese colore, si fece appassionata e calda, quando vide che il tentativo era riuscito. Ricordò la sua lotta nell’emigrazione e nella clandestinità, í duri giorni del carcere, il Primo Maggio festeggiato in segreto tra le mura della cella, celebrato dal compagno più qualificato in ogni angolo delle prigioni dov’erano tenuti i «politici». Avevo dimenticato i rischi ed i disagi della caccia all’uomo, di cui eravamo ancora protagonisti, l’operazione che m’aveva scosso i nervi e lo stomaco, l’impassibilità eroica di Dick, la fame che si faceva sempre più acuta. D’un tratto, proprio Dick ruppe il silenzio che avevano lasciato le parole di Aldo. «Senti, io non ho nulla da darti per dimostrarti il mio affetto. Ti regalo la pallottola che hai levato dalla mia gamba perché tu ti ricordi di me, di noi, di questo giorno, se riusciremo a salvarci». Povero Dick! Morì in una azione successiva mentre sparava con la mitragliatrice fissata alla roccia, senza treppiede. Ma conservo ancora quel pezzetto di piombo come il pegno più caro di una lotta che ha fatto di me ragazzo un uomo, uno dei tanti che proseguono il cammino verso la liberazione”.

Vittorio Foa al quarto Congresso della FIOM, 1956

Decisamente meno avventuroso, ma non meno interessante il racconto di Vittorio Foa: “Il ricordo più lontano è quello dei giorni in cui a me, scolaretto appartenente a famiglia piccolo-borghese di orientamento giolittiano, si aperse per la prima volta in modo ancor confuso ma non dimenticabile, il senso profondo dell’urto delle classi, della missione del mondo del lavoro. La mattina del 27 aprile, sotto la pioggia, mentre andavo a scuola, venni attirato da crocchi di gente che stazionavano in Corso Siccardi, davanti alla Camera del Lavoro. Mi avvicinai e vidi lo scempio. La sera prima i fascisti, sotto l’occhio benevolo delle «forze dell’ordine», avevano invaso, incendiato e devastato la casa del popolo. A mucchi, nelle pozzanghere fangose, libri, carte e documenti. Il palazzo, annerito e come vuoto, offriva una squallida immagine di maestà decaduta. Tutto intorno, gruppi di operai, cupi e silenziosi, col viso sconvolto e i pugni stretti dall’ira. Sapevo per ammaestramento famigliare che i fascisti erano gente cattiva, faziosa e violenta. Ma la sensazione che provai andava al di là di questo giudizio. Era un senso di pena di cui non sapevo rendermi esatto conto e che solo molto più tardi compresi essere la pena di chi assiste a una profanazione, a un sacrilegio: la vista di quei libri, di quelle carte disperse nel fango, rimase nella mia memoria e operò a distanza di anni, insieme con altre esperienze, come un richiamo alla verità. E pochi giorni dopo quella triste mattina, scopersi per la prima volta il Primo Maggio, quando vidi gli operai torinesi uscire nelle strade e nelle piazze e levare le loro bandiere contro fascisti e polizia, e affermare colla loro presenza la loro volontà di lotta. Debolezze ed errori di capi li segnavano all’isolamento e alla sconfitta, ma bastava vedere i loro volti per comprende che la storia e l’avvenire erano con loro, contro i profanatori e i loro complici. Tanti anni e tante vicende seguirono, ma quel più lontano ricordo di Primo Maggio di lotta accompagnò e diede un senso ai tanti primi maggio della galera, anche essi giorni di festa e di lotta, giorni di fede combattiva nell’avvenire”.