Così l’Italia
si taglia fuori
dall’Europa

Cronache italiane e cronache europee. Ieri Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno firmato ad Aquisgrana il rinnovo e l’ampliamento del cosiddetto patto dell’Eliseo stretto a suo tempo da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer. In altri tempi commentatori ed editorialisti di casa nostra non ci avrebbero risparmiato preoccupate considerazioni sull’asse franco-tedesco, l’Europa carolingia che rischia di tagliar fuori l’Italia.

Rischia? Altro che rischiare: l’Italia è già tagliata fuori da un pezzo. Si è tagliata fuori da sola e ogni giorno che passa si taglia un po’ di più. E i suoi attuali governanti se ne vantano. Mentre a Parigi e a Berlino si celebrava in due lingue il rinnovato patto di Aquisgrana, l’agenzia ufficiale tedesca DPA annunciava che il governo ha deciso il ritiro dei mezzi e degli equipaggi della Repubblica federale dall’operazione Sophia. L’operazione Sophia, per chi l’avesse dimenticato, deve il suo nome a una bambina nata sulla nave che aveva salvato sua madre ed è il dispiegamento di navi e ricognitori aerei che dovrebbero (avrebbero dovuto) vigilare sulla sicurezza delle rotte nel Mediterraneo, solcate dalle imbarcazioni dei poveri disperati che partono dalle coste africane, e cercare di colpire i trafficanti di uomini. La Germania si ritira perché l’Italia ha chiuso i porti e dalla cancelleria non fanno nulla per nascondere non solo che il motivo è questo, ma anche che questo motivo è “bedauerlich”: deplorevole, spiacevole, criticabile.

“Se qualcuno si fa da parte, per noi non è certo un problema”, commenta Matteo Salvini. Per lui certamente non lo è, ma è bene ricordare che i mezzi di Sophia sono stati fino ad oggi l’unico strumento dispiegato da istituzioni statali europee per salvare esseri umani in mare. Ora restano solo i libici con le loro vedette scassate e i telefoni ai quali nessuno risponde mentre i naufraghi affogano, pronti a riprendersi i fuggitivi e a riportarli nell’inferno dei campi.

Facciamo un passo indietro e spostiamoci a Bruxelles. Qui, nel pomeriggio, il nostro ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi si è trovato faccia a faccia con il collega francese Jean-Yves Le Drian. C’è da scommettere che se lo sarebbe molto volentieri evitato, ma proprio non poteva. Dopo la convocazione, l’altro giorno, della nostra ambasciatrice al Quai d’Orsay, un “chiarimento” tra i due ministri era inevitabile e urgente. L’incontro è stato “aperto e franco” ha detto Moavero e non bisogna essere esperti in linguaggi diplomatici per dedurne che nessuno ha offerto scuse che nessuno peraltro avrebbe accettate.

Le relazioni tra Parigi e Roma restano dunque al punto più basso dalla fine della seconda guerra mondiale. L’esangue presidente del Consiglio si arrampica sugli specchi per salvare il diplomaticamente salvabile senza sputtanare i suoi vice, ma Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista continuano la loro guerra privata sventolando in televisione banconote di “franchi africani”, delle quali a capo delle sue truppe Giorgia Meloni rivendica il copyright (a proposito: chi le stampa?). Non è servito a nulla spiegare a tutti e due, anzi a tutti e tre, dati alla mano e cervelli accesi, che la comunità monetaria tra la Francia e 14 paesi francofoni dell’Africa occidentale e centrale non c’entra in alcun modo con il colonialismo per sfuggire al quale gli abitanti di quelle regioni se ne scapperebbero in massa verso i nostri lidi: tra i profughi del Sahel che arrivano in Italia solo una minima parte proviene dai paesi dell’area del franco africano. Gli occidentali, e anche (e moltissimo) i francesi, hanno le loro gravi responsabilità per il sottosviluppo che devasta l’Africa, ma non quello di aver imposto una moneta dal cui uso, peraltro, chi vuole ritirarsi è liberissimo di farlo.

Ma tant’è. Nella loro caccia grossa alle balle i due grillini si sono avventurati in una distinzione tra i dirigenti (insensibili e corrotti) della vita pubblica francese e il “popolo” che, come i clienti nei negozi, ha notoriamente sempre ragione. Ed ecco che – sostiene Di Maio – la repulsione per lo strumento colonialista del franco africano e la richiesta della sua abolizione sono scritte chiara e tonde nel “manifesto” dei gilè gialli che, come si sa, sono stati elevati dai gialli di casa nostra a massima e purissima espressione della volontà popolare. E precisamente nel punto 23 della Carta delle rivendicazioni, che il nostro pubblica trionfante sul suo sito web. Peccato che quella carta sia stata sconfessata come vangelo apocrifo da tutti e due i leader bene o male riconosciuti del movimento. Gli stessi Jacline Mouraud e Eric Druet che nei giorni scorsi avevano rispedito seccamente al mittente la dichiarazione d’amore e le profferte di alleanza dei cinquestelle.

Quanto a Salvini, è del tutto evidente che la querelle del franco africano non gli interessa minimamente. Il suo cahier de doléances nei confronti dei dirigenti di Parigi non contempla i crimini del colonialismo ma la più banale circostanza che i francesi non si prendono quanto lui vorrebbe i profughi che sono arrivati da noi e, anzi, trovano anche il modo di rifilarcene qualcuno facendolo passare per i boschi della frontiera. Nonché, sul piano politico, il fatto che Macron non solo gli è nemico in quanto nemico della sua amica Marine le Pen, ma si è andato ritagliando il profilo dell’europeista baluardo contro il sovranismo e il populismo trionfanti.

E così il nostro ministro dell’Interno ha portato per l’ennesima volta il suo faccione in primo piano a dirci che “non accettiamo lezioni da Macron” (notazione al margine: la stucchevolissima espressione “non accettiamo lezioni da…”, molto frequentata da quelli che ci governano adesso, andrebbe bandita per sempre e dovunque: la civiltà umana è progredita perché gli uomini hanno sempre “accettato lezioni”, o no?).

La rozzezza di pensiero che anima la guerra dichiarata dai nostri pentaleghisti alla Francia non ha bisogno di spiegazioni complicate. Il populismo e il sovranismo, come il nazionalismo d’antan, hanno bisogno sempre di un nemico e tanto più ora che si cominciano a vedere le urne delle elezioni europee di fine maggio. Macron come nemico è perfetto. Il problema è che Macron passa ma la Francia rimane. Così come i Salvini e i Di Maio passano, speriamo presto, e l’Italia rimane. Le guerre sono sempre una tragedia, pure quando si combattono a parole.