“Così la mafia
entra negli appalti
anche in Francia”

Dopo le interviste e gli approfondimenti sulla penetrazione della mafia nell’economia legale dei Paesi Bassi, con il giornalista investigativo  Koen Voskuil e, in Germania, con il presidente di mafianeindanke Sandro Mattioli, proponiamo ora un approfondimento sulla Francia con un’intervista a Fabrice Rizzoli.

Discendente di una famiglia anarchica italiana che lasciò Lugano nel 1830 e venne inviata in Algeria (una provincia francese all’epoca), ottenendo poi la cittadinanza francese, Fabrice Rizzoli è laureato in Scienze Politiche alla Sorbona-Panthéon e insegna in diverse università. Tra queste SciencesPo, l’istituto di Parigi per gli studi politici, sede di alta formazione per l’élite politica e amministrativa del Paese.

Il suo filone di ricerca è la geopolitica critica della criminalità, che considera le mafie come prodotto della sfera legale della società, un’estensione della borghesia parassitaria con vari livelli di influenza/controllo sullo Stato e sull’economia globale, secondo le definizioni di Antonio Gramsci, Leonardo Sciascia e Umberto Santino del Centro Peppino Impastato.

Fabrice Rizzoli è anche un analista e collaboratore del Centro francese di ricerca sull’intelligence, Cf2R, un gruppo di studio indipendente per un controllo democratico dei servizi di informazione. Rizzoli è anche stato consulente di diverse istituzioni, come la Commissione europea e il ministero francese degli affari esteri.

Soprattutto, è un attivista politico, dapprima come referente francese di FLARE (Freedom Legality And Rights in Europe), associazione finanziata dall’Unione europea e con sede a Torino, dal 2008 al 2014. Adesso è presidente dell’associazione Crim’HALT.  “Non sono solo uno studioso, ma prima di tutto un cittadino, e un cittadino consapevole”, afferma. Per questo Fabrice Rizzoli ha instancabilmente coinvolto i suoi studenti, i cittadini, altre associazioni nel prendere coscienza che purtroppo in Francia oggi mancano gli strumenti e i mezzi per un’efficace lotta alle mafie.

La sua idea è che l’Italia, pur divorata dalle mafie, abbia tuttavia una compagine antimafia “numero uno”, da emulare, a cominciare dalla confisca e dall’uso sociale dei beni sequestrati alla mafia: i rapporti con Libera e il comitato don Diana sono intensi. Con lo scopo di promuovere la giustizia sociale, e assieme a “Cultura contro la camorra” (con sede a Bruxelles), i membri di Crim’HALT sono andati in Italia grazie al progetto europeo Erasmus +, per formare i loro membri adulti in campi socialmente utili, un’esperienza che si è rivelata un successo.

Come è nata questa idea, professore?

Direi che è nata con l’associazione Crim’HALT stessa. Terminata l’esperienza di FLARE, volevo smettere, ma studenti e cittadini hanno detto “proseguiamo con questo impegno civico, facciamolo”, ed è nata l’associazione con personalità giuridica. Avevo fatto conferenze, cene con i prodotti della terra sottratta ai mafiosi, incontri con giornalisti interessati alla questione della confisca dei beni dei mafiosi in Francia, la nostra idea fissa dal 2014. Crim’HALT è in Francia la sola associazione che ha nel suo oggetto sociale la lotta al crimine organizzato.

Non esiste oggi una legge sulla confisca e sull’uso sociale dei beni dei mafiosi in Francia?

La settimana scorsa, dopo il primo passaggio all’Assemblea nazionale, è stata approvata in Senato una legge sull’uso sociale dei beni confiscati. Dovrà ora tornare all’Assemblea per l’approvazione definitiva. Parliamo di confisca dei beni del crimine organizzato, certo. Nel caso della legge francese, che ci auguriamo sia in dirittura d’arrivo, si prevede anche la confisca di una parte dei beni provento di corruzione o di evasione fiscale. È proprio per prepararsi a questo che abbiamo portato quindici nostri associati a vedere come si fa antimafia in Italia. I nostri membri in soggiorno di studio e tirocinio hanno avuto il finanziamento del programma Erasmus Plus della Commissione europea, che ha lo scopo di formare adulti alle buone prassi all’estero. Confiscare e utilizzare un bene di provenienza mafiosa e criminale ha per la comunità un grande valore simbolico, di restituzione, di riappropriazione di ciò che era stato male acquisito.

Quali sono gli altri vuoti legislativi che a suo parere vi sono in Francia?

La mancanza del 416 bis, il reato di associazione mafiosa con confisca obbligatoria. I francesi si ritengono non mafiosi. Bene. La mafia tuttavia c’è, ma finché non è dimostrata in tribunale non esiste. Questo vale anche per la confisca preventiva. Non c’è inversione della prova: se frequento un mafioso regolarmente, se vado al ristorante con lui, se facciamo assieme affari, in Italia devo dimostrare che le mie proprietà sono legali. In Francia è il contrario, gli investigatori devono prima provare il legame tra il reato e il bene per dimostrare il delitto di riciclaggio.

La lista dei casi di infiltrazione della mafia in Francia, in particolare nell’arco Nizza-Costa Azzurra-Mentone è lunga. Nel suo documentario sulla ‘ndrangheta cita in particolare i fratelli Pellegrino. C’è un’intercettazione in cui Gianni Pellegrino dice di aver buone notizie, che c’è un cantiere, La Caravelle, diciannovemila metri cubi da scavare a Eze, un contratto da un milione di euro….

I miliardi accumulati da Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra in alberghi, ristorazione e caffè, assieme ai casinò e al settore immobiliare hanno mostrato diverse punte dell’iceberg: come le escavazioni del Royal Plaza di Mentone, la sede del Raggruppamento dei Comuni della Riviera Francese, e addirittura la sede della gendarmeria. I fratelli Pellegrino in Costa Azzurra hanno lavorato molto.

E l’inchiesta cosa ha accertato?

Non c’è stata nessuna inchiesta in Francia. Sono andato a bussare alla porta di questi edifici adibiti a uso pubblico, enti locali, polizia. Mi hanno detto che a fare i lavori è stato un consorzio. I Pellegrino figurano solo come esecutori del movimento terra in sub-appalto. Il sindaco di Mentone mi ha detto che i controlli devono riguardare la buona moralità dell’esecutore dei lavori. I fratelli Pellegrino sono stati condannati per tanti delitti da tempo in Italia. Si può essere mafiosi in Italia la mattina e onesti imprenditori in Francia nel pomeriggio? Nella relazione della Direzione investigativa antimafia del 2010 i fratelli Pellegrino sono considerati mafiosi e già condannati da anni in via definitiva per reati gravi. Il procuratore di San Remo Roberto Cavallone, che ha lavorato all’inchiesta sui Pellegrino, oggi è alla Direzione Nazionale Antimafia. In generale la Francia è un Paese di riciclaggio: lo afferma anche il rapporto della polizia giudiziaria francese SIRASCO e l’unica Commissione parlamentare avviata sull’argomento. È un Paese in cui le aziende della mafia fanno sempre prezzi inferiori nei sub- appalti.

Come arrivano le mafie italiane in Francia?

Con la diaspora degli italiani a Marsiglia, certamente. Poi, nel corso del tempo, arrivano in Costa Azzurra per rivalità fra clan, per fuggire alla giustizia italiana, e quindi già nell’illegalità, e quasi sempre perché possono contare su una vasta rete omertosa. Come avvenne per Bernardo Provenzano, che si operò a Marsiglia sotto falsa identità. All’epoca era il più grande boss di Cosa Nostra. Nessuno disse nulla. Solo gli investigatori italiani fecero in tempo a precipitarsi e a prelevare dai rifiuti ospedalieri tessuti di prostata per risalire al DNA.

E la Corsica?

È la portaerei geostrategica della Francia. Se il prezzo da pagare è lasciare al potere i gangster che uccidono i nazionalisti o gli indipendentisti, allora si può dare un po’ di tranquillità in cambio sulle opere illegali. La Francia ha cinquantatré reattori nucleari, basi militari ovunque nel mondo, è stata o è impegnata ufficialmente o meno in conflitti di enorme portata. Il crimine organizzato può tornare utile.