Così il Nord Europa si liberò dal nazismo

E’ la settimana delle feste della Liberazione dal nazismo nell’Europa del Nord. Dopo i Paesi Bassi e la Danimarca, l’8 maggio tocca alla Norvegia. Con l’operazione Doomsday, la prima divisione aerotrasportata britannica, 73 anni fa, garantì l’ordine nel Paese fino all’arrivo delle forze alleate incaricate di sostenere il lento ritorno alla normalità. Il 7 giugno del 1945 rientrò re Haakon, che si era rifiutato di riconoscere un governo scelto dai nazisti. Avrebbe dovuto essere guidato dal capo del partito fascista norvegese, Vidkun Quisling, che aveva avuto il 2,5 per cento alle ultime elezioni democratiche. Il re diede prova di coraggio personale e politico col suo rifiuto. I nazisti risposero bombardando i centri governativi e insediando Quisling.

Nonostante diversi tentativi di catturare e uccidere il re, Haakon restò il più possibile nel suo Paese. Visse con il principe ereditario Olav in una capanna nella foresta di Troms, fino a che gli alleati lo imbarcarono con il governo legittimo sulla Devonshire diretta a Londra. Nacque intanto, sostenuta in parte dal SOE, il comando inglese delle operazione speciali, soprannominato “gli irregolari di Baker Street”, una vasta rete di resistenza e di informazione che unì e diede forza morale ai norvegesi.

Il Milorg, l’esercito della Resistenza norvegese, divenne un’organizzazione militare che reclutò e addestrò nel travestimento, spionaggio, condizionamento dell’informazione, nel sabotaggio, nella disobbedienza civile e nella resistenza non armata circa 40.000 norvegesi. Ogni soldato di questo esercito segreto contattava e orientava alla resistenza migliaia di compatrioti. Venne attaccato con successo l’impianto di Telemark da cui i nazisti speravano di estrarre l’acqua pesante, l’ossido di deuterio, per fare la loro atomica. Oltre al Milorg era attiva anche una rete super segreta, l’XU, X per unknown, sconosciuto, e U per undercover agent, agente sotto copertura. Solo nel 1988 il governo norvegese ne ha reso nota l’esistenza. Tra i capi c’erano due studenti e due studentesse dell’università di Oslo che reclutarono compagni, professionisti, membri della polizia.

Il primo ebreo norvegese a essere deportato fu Benjamin Bild, attivo sindacalista e meccanico, che morì nel campo di sterminio tedesco di Gross Rosen. Il secondo fu Moritz Rabinowitz, che aveva attaccato sul giornale di Haugesund i nazisti. Arrestato nel marzo del 1941, fu mandato nel campo di Sachsenhausen, dove venne ucciso a botte il 27 dicembre del 1942.

Nel novembre di quell’anno tutti gli ebrei, tranne uno, erano fuggiti o erano stati deportati. I civili norvegesi pagarono un prezzo altissimo: l’intero villaggio di Telavåg, che sostenne la resistenza con un ruolo importante nel traffico navale segreto con la Gran Bretagna, fu bruciato. Gli uomini vennero uccisi subito o inviati ai campi di sterminio, le donne e i bambini imprigionati per due anni. La Resistenza significò anche tenuta psicologica collettiva: divenne senso comune non sedersi mai vicino a un soldato tedesco in autobus, al punto che i nazisti ordinarono di occupare nei mezzi pubblici tutti i posti vuoti, senza persone in piedi. Appuntarsi una graffetta per documenti al bavero o alla camicia era un segno di anti-nazismo. I segnali stradali vennero coperti da scritte contro gli occupanti o, più spesso, col monogramma del re. La generale dignità e fermezza del popolo norvegese, che patì fame e privazioni di ogni genere, è accreditata dagli storici.

Nel maggio della Liberazione il Nord Europa guarda al presente e al futuro di una società che, 73 anni dopo, sembra a volte ricordare poco del nazismo, del fascismo, del genocidio degli ebrei, della guerra, una scarsa memoria comune a tutta Europa. Aumentano gli episodi di violenza contro le minoranze, ebrei e rifugiati. O ritenuti tali. E’ bastato che Adam Armush, giovane arabo israeliano, passeggiasse a Berlino con in testa una kippah regalatagli da un amico ebreo, per subire un’aggressione da parte di un altro giovane. Armush non è ebreo. Aveva voluto indossare il dono dell’amico ebreo anche come esperimento sociale e ha filmato l’aggressione, interrotta da un passante che ha spinto via il violento. Si chiama Knaan S., ha origini palestinesi, vive in un ostello per rifugiati. La capitale ha risposto con la grande manifestazione “Berlin trägt kippa”, “Berlino indossa la kippah”, rispondendo all’appello della comunità ebraica. Una folla di tutte le fedi e origini nazionali si è riunita davanti alla sede della comunità ebraica, tutti con in testa kippot di ogni tipo.

Il maggio della Liberazione in Nord Europa non è retorica passatista, ma promozione di comunità democratiche. Nei Paesi Bassi l’organizzazione olandese per la ricerca scientifica (NWO) ha voluto, proprio in concomitanza con la ricorrenza, annunciare il programma “Rifugiati nella scienza”. Lo scopo è finanziare un anno di incarico agli accademici o ai laureati con un master che hanno dovuto lasciare il loro Paese e desiderano continuare la carriera scientifica nei Paesi Bassi. Nella presentazione del programma, budget iniziale di 750.000 euro, si legge: “Sigmund Freud e Albert Einstein. Ciò che questi importanti scienziati hanno in comune è il fatto che sono dovuti fuggire dal loro Paese d’origine. Rifugiandosi in un posto sicuro in un altro Paese, hanno potuto iniziare o continuare la loro ricerca”.