Così come un tumore
la ‘ndrangheta in Emilia

Per chi pensava che il pur corposo processo Aemilia, il più grande mai celebrato contro le mafie nel nord Italia, avesse messo la parola fine alle ombre di ‘ndrangheta a Reggio Emilia e dintorni, la feroce esecuzione avvenuta nella notte a Villanova di Reggiolo costituirà forse una sorpresa. Ed effettivamente, era da alcuni anni che le pistole in odore di ‘ndrangheta non sparavano più, addirittura da decenni che non lasciavano morti ammazzati sulle strade o sulle porte di casa. Ma – anche al netto di questo omicidio e in attesa che le indagini “a 360 gradi” scavino sul blitz che è costato la vita al giovane Francesco Citro, 31 anni, camionista con origini familiari a Melissa, provincia di Crotone – certo non mancavano i segnali (soltanto a Reggiolo, tre auto incendiate in pochi giorni) che la parola fine, per l’ormai trentennale romanzo criminale in queste terre, debba ancora aspettare.

E’ una storia che comincia negli anni Ottanta del secolo scorso, con il trasferimento del boss cutrese Antonio Dragone da queste parti. Una storia che mette le radici con l’arrivo, in mezzo a migliaia di immigrati cutresi che si guadagnano il pane lavorando duramente soprattutto nell’edilizia, anche di malavitosi che impiantano altre e ben diverse attività: traffico di droga, usura, estorsioni, false fatturazioni, gioco d’azzardo, riciclaggio di denaro sporco. Una storia che arriva a uno snodo importante negli anni Novanta, con la sanguinosa guerra intestina tra clan e sottoclan combattuta tra Reggio Emilia e la Calabria, a colpi di omicidi, tentati omicidi, bombe nei bar, tradimenti, rappresaglie. Una storia che, dopo l’eliminazione del boss Dragone, di suo figlio e di alcuni protagonisti della prima fase, trova nuovi equilibri e nuovi sviluppi con il sopravvento del nuovo boss Nicolino Grande Aracri, ora a sua volta in carcere per vari reati e condanne, capo della potente cosca con base permanente a Cutro e “locali” (come vengono denominate le succursali di ‘ndrangheta) distribuite tra Reggio Emilia, Parma, Mantova, Cremona.

Gran parte di queste vicende, salvo ovviamente gli episodi più clamorosi di cronaca nera, avvengono per lungo tempo nella incomprensione, sottovalutazione, indifferenza del tessuto politico, amministrativo, socio-economico, istituzionale, convinto che il territorio reggiano sia comunque protetto dagli “anticorpi” della sua tradizione democratica e rispettosa della legalità. Ora l’attenzione e l’azione di contrasto sono molto aumentate, ma nel frattempo, come un tumore maligno, la ‘ndrangheta ha prodotto metastasi e collusioni, che si sono concretizzate nel coinvolgimento a vario titolo di non pochi reggiani ed emiliani doc nella macchina del malaffare. In anni recenti, la pax mafiosa viene incrinata da una nuova e lunga serie di incendi e attentati, ai danni di auto private, palazzine, cantieri. Vola anche qualche pallottola, lasciando feriti ma non cadaveri. Finalmente, l’inchiesta Aemilia getta un fascio di luce su quello che è accaduto e sta accadendo, e punta i riflettori verso oltre duecento indagati.

Altra luce viene dal successivo processo, diviso in due parti: la prima, con rito abbreviato, è già arrivata alla sentenza di secondo grado, con decine di pesanti condanne; la seconda, con rito ordinario, è in corso a Reggio Emilia. Lo sarà ancora per parecchio tempo, data il gran numero di imputati, di testimoni, di vicende da approfondire. E data anche la moltiplicazione (inconsueta per i casi di ‘ndrangheta) dei “pentiti” di elevato calibro criminale – ben tre interni alla inchiesta Aemilia, più alcuni da altre inchieste – i quali stanno aggiungendo moltissima carne al fuoco, ovviamente tutta da vagliare con la massima attenzione. In questo clima torbido – oltre ad alcuni “insospettabili” già finiti nel processo: poliziotti, carabinieri, giornalisti, professionisti, imprenditori, un consigliere comunale di Forza Italia – si materializzano ipotesi, presunte rivelazioni, possibili depistaggi che alludono a politici, amministratori, funzionari pubblici, vari ambienti e ulteriori spunti di indagine. Che si aggiungono alla vicenda ancora aperta di Brescello, teatro un tempo dei set cinematografici di Peppone e Don Camillo, ora primo Comune emiliano sciolto e commissariato per sospetta permeabilità a condizionamenti mafiosi. E senza dimenticare il distinto ma non distante processo Pesci, contro il troncone mantovano della cosca Grandi Aracri, recentemente giunto alla sentenza di primo grado nel tribunale di Brescia.

C’era una volta Reggio Emilia isola felice. .