Cosa si cantava nel ’68? La colonna sonora non è quella che ci si aspetta

Prepariamoci a un anno di convegni, articoli, libri, dischi, trasmissioni sul Sessantotto e sulla sua musica. Poi, l’anno prossimo, niente: come abbiamo visto dieci anni fa per il quarantennale. Perché il Sessantotto, almeno in Italia, è lungo, e copre più o meno un decennio: quindi, tutto va bene quando si parla del Sessantotto, anche cose del 1971, o del 1973, o del 1975, e anzi, la memoria del Sessantotto spesso è legata soprattutto ad avvenimenti (cose, persone, opere) di anni diversi dal 1968, anche abbastanza lontani. Solo che poi non si commemora l’anniversario del ’71, del ’73, del ’75, eccetera, quindi la memoria funziona un po’ a singhiozzo. C’è da sperare, almeno, che questa volta lo sguardo più da lontano favorisca una prospettiva meno miope, liberandoci da qualcuno dei luoghi comuni che affliggono qualsiasi discorso su quel periodo. Uno per tutti, i baby boomers.

A un certo punto – mi piacerebbe ricordare con certezza quando – si è cominciato a dire che il Sessantotto era legato al boom delle nascite fra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta. È un “classico” della sociologia e degli studi culturali statunitensi. Il guaio è che in quegli anni del dopoguerra in Italia non c’è stato nessun baby boom: le nascite nel 1946 risalirono al livello del 1940, e poi declinarono rapidamente, al contrario degli Stati Uniti, dove il benessere post-bellico, favorito dal fatto che il paese non era stato toccato direttamente dalla guerra, portò a un periodo lungo di natalità ben più alta di quella degli anni della Depressione. I baby boomers statunitensi furono concepiti allora. In Italia il benessere arrivò con un decennio abbondante di ritardo, nel passaggio dagli anni Cinquanta ai Sessanta, ed è lì che si colloca il nostro (modesto) baby boom.

I nati del 1960 nel 1968 avevano otto anni: pochi per occupare le università. Avrebbero fatto a tempo ad affacciarsi al Sessantotto nelle ultime propaggini, tra il palleggio con i polli al Parco Lambro e le pistole sfoderate per le strade; ma soprattutto, quelle coorti sarebbero state protagoniste del riflusso e dell’“edonismo reaganiano”. Che conclusioni dovremmo trarre sul baby boom dell’epoca del centenario dell’unità, se ragionassimo con la logica del giornalismo copia-incolla? Tra l’altro, quell’incremento di natalità ritardato (rispetto agli USA) riguarda anche altri paesi europei, inclusa l’Inghilterra: anche lì il 1946 riportò le nascite soltanto al livello di prima del conflitto, e un picco si presentò poi all’inizio degli anni Sessanta.

Un corollario: se il Sessantotto lo fecero i baby boomers, erano dei bambini viziati cresciuti nel benessere, come dimostra anche il fatto che abbiano tutti occupato posti di potere nella società. Ooops! In Italia quelli che avevano vent’anni nel 1968 erano nati e cresciuti nelle privazioni del dopoguerra e della ricostruzione. E quanti hanno poi occupato posti di potere? Ce ne sono stati sì, è chiaro. Ma quanti sessantottini conosciamo che non sono affatto arrivati ai vertici, che hanno vissuto come chiunque altro/a, o che magari sono stati espulsi dal lavoro dopo i cinquant’anni? Gli “esodati” della legge Fornero (2011), di grazia, a che generazioni appartengono? Coraggio, carta e matita, o una calcolatrice… Quegli “estremisti armati” del rapporto del prefetto Mazza del 1970 dovevano essere alcune decine di migliaia, solo a Milano: chi conosce, a Milano, trentamila sessantottini che sono diventati dirigenti di partiti, istituzioni, aziende?


Basta fare i conti. Ma è chiaro che sul Sessantotto l’agenda è stata dettata da chi, fin da allora, teorizzava gli “opposti estremismi” e mobilitava maggioranze silenziose. Appunto, speriamo che questa volta la lucidità prevalga.
Musicalmente il ’68 visse di rendita sui risultati dei due anni precedenti. Ci sono cose notevoli, sì, ma non si può dimenticare che in Inghilterra l’album più venduto (come nel ’66 e nel ’67) non fu dei Beatles, degli Stones, di Dylan: fu la colonna sonora di Tutti insieme appassionatamente, bellissimo musical di due maestri di Tin Pan Alley, Rodgers e Hammerstein Jr. Nelle piazze si cantava, ma con un repertorio limitato: la riscoperta collettiva delle canzoni della Resistenza è più tarda. E, per datare le canzoni italiane che tutti associano al Sessantotto, “La locomotiva” è del 1972, “Stalingrado” del 1973, “Gioia e rivoluzione” del 1975.

C’erano, naturalmente, le canzoni di Paolo Pietrangeli, di Giovanna Marini, di Ivan della Mea, di Gualtiero Bertelli, ma era tutt’altro pacifico che esistesse una musica “del movimento”, e che sotto la stessa bandiera risuonassero le note del rock angloamericano, dei cantautori, della canzone politica, come da almeno una ventina d’anni si semplifica. Di questo, faticosamente, si sarebbe cominciato a parlare nei primi anni Settanta: nel 1968 erano ancora calde le ceneri dei dibattiti accesi sulle “canzoni della falsa coscienza” (1964), sulla contrapposizione fra “linea rossa” e “linea verde”, e, più in generale, fra la componente beat e libertaria del movimento e quelle militanti e leniniste. Eh sì, dovremo proprio parlarne.