Cosa ci insegna
la vicenda no-vax

Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di sanità: «Stupisce che ci siano delle persone che, anche di fronte a quello che abbiamo fornito noi come Istituto Superiore di Sanità, a quello che ha fornito il Consiglio Superiore di sanità e a quello che hanno fornito le società scientifiche, ancora si ostinino a dire che c’è qualcuno che conosce ma non pratica l’evidenza scientifica».
Roberto Barioni, virologo del San Raffaele di Milano e blogger di successo: «Qui ha diritto di parola solo chi ha studiato, e non il cittadino comune. La scienza non è democratica».
Alberto Villani, presidente dei pediatri italiani: «I genitori non dovranno più cadere nelle menzogne dei no-vax, attorno ai quali si muove un giro di soldi vergognoso».


Sono solo tre esempi delle reazioni che molti illustri studiosi hanno avuto, nelle ultime settimane, di fronte alle manifestazioni no-vax, al rifiuto di tanti italiani di sottoporre se stessi e i loro figli a vaccinazioni contro malattie che possono essere anche molto pericolose.
Esiste un’emergenza vaccini in Italia: l’OMS, per esempio, certifica che lo stivale ospita il 43% dei casi di morbillo di tutta la regione europea, composta da 53 paesi. Ci sono stati anche dei casi di morte associati al morbillo, una patologia che potrebbe essere debellata con la “protezione di gregge”, ovvero se il 95% della popolazione fosse vaccinata. Sappiamo che i vaccini, come ogni farmaco o atto medico, può avere degli effetti collaterali. Ma sappiamo anche che, grazie ai vaccini – compreso quello del morbillo – negli ultimi decenni sono state risparmiate centinaia di milioni di vite umane. Il rapporto costo/benefici sanitari è incommensurabile.
Sappiamo infine che in Italia, con una certa frequenza si manifestano movimenti di massa amplificati dai media e incoraggiati da alcuni gruppi politici che non accettano i consigli delle autorità scientifiche e sanitarie e si lasciano convincere da improbabili outsider – da Bonifacio e il suo siero, a Di Bella e il suo metodo a Vannoni e la sua pozione – qualcuno persino in malafede.
Fenomeni di questo genere sono successe in ogni tempo e ovunque nel mondo. Giorgio Cosmacini, già venti anni fa, scriveva un illuminante libro su Ciarlataneria e medicina. Eppure l’impressione è che negli ultimi decenni in Italia fenomeni di sfida alla scienza medica si presentino con maggiore frequenza che altrove. E, soprattutto, con maggiore successo. Perché? E perché i nostri migliori scienziati reagiscono quasi sempre con stupore e si trincerano dietro un legittimo ma, ahimè, ben poco efficace “principio di autorità”?


Rispondere a queste domande non è semplice. Ci proviamo, ma avvertendo che si tratta solo di un’ipotesi di lavoro, che andrebbe verificata con studi approfonditi. Ma l’impressione è che in Italia quelle che Giacomo Leopardi chiamava le “credenze popolari” non veicolino solo tra le masse, ma siano fatte proprie molto spesso dalle “classi dirigenti”: politici e imprenditori, ma anche magistrati, intellettuali e giornalisti. Gruppi dirigenti che si muovono in maniera disordinata nello spazio delle scienze, perché, a differenza che in altri paesi, non risentono il “campo scientifico” e non si allineano, statisticamente, nella direzione del rigore e della trasparenza. È per questo che i “fattoidi” in Italia crescono più che altrove. Se questa ipotesi è verosimile, allora la causa prima diventa evidente. Le classi dirigenti del nostro paese non sentono il “campo scientifico”, perché da almeno sessant’anni almeno il sistema produttivo del paese segue un “modello di sviluppo senza ricerca”. La nostra economia, a differenze di tante altre in Europa e nel mondo, fa a meno della scienza. E, di conseguenza, la cultura scientifica nel nostro paese non è un valore. Non ha valore. Così liberi da una seria pressione selettiva in grado di indicare una direzione, i media, gli intellettuali le istituzioni politiche, le magistrature, le imprese, si muovono liberi in uno spazio senza rigore.
Questo deficit di scienza nel sistema produttivo e (quindi) culturale del paese ha degli effetti speculari anche negli uomini di scienza. Mancano nel nostro paese luoghi dove i ricercatori possano studiare la società e provare a incontrarla. Mancano luoghi istituzionali dove fare dei rapporti tra “scienza e società” un campo di indagine, per l’appunto, scientifico. Mancano anche rapporti stabili, chiari e trasparenti tra mondo della scienza e politica, come succede – tanto per fare un esempio – in Inghilterra dove la Royal Society, una prestigiosa accademia scientifica, o la Human Fertilisation and Embryology Authority sono consulenti ufficiali tanto del governo quanto del Parlamento.
Di conseguenza molti scienziati italiani, anche tra i più autorevoli, e le stesse autorità sanitarie rischiano di reagire sempre col medesimo stupore di fronte a comportamenti del popolo dei non esperti, ritenuti poco razionali, e reagiscono evocando un legittimo ma inefficace “principio di autorità”.


Pochi si rendono conto del mutamento dei tempi e dell’emergere prepotente di quella domanda di compartecipazione alle scelte mediche e, più in generale, scientifiche che il sociologo Giancarlo Quaranta chiamava “domanda di diritti di cittadinanza scientifica”. Questa domanda è ineludibile. Le persone, anche i non esperti, chiedono partecipazione. E non si può rispondere con lo stupore o con l’autorità. Occorre il dialogo. Un dialogo che deve essere reale, se vuole essere convincente. Questo dialogo, tuttavia, può sfuggire ai venti della demagogia, solo se il paese sviluppa una profonda cultura scientifica. Che passa sia attraverso una grande opera di educazione, sita attraverso il cambiamento della specializzazione produttiva del paese, finalmente fondata sulla conoscenza e, di conseguenza, sulla scienza.
È un’operazione titanica, che ha bisogno di molti mezzi, ma soprattutto di molta pazienza e di molte idee. Ma non abbiamo alternativa se vogliamo sia evitare di continuare a credere al primo che dice che gli asini volano, sia uscire dalla spirale di declino – eonomico e non solo economico – in cui si è cacciata l’Italia negli ultimi trent’anni.