Cosa ci resta
dopo la crisi
del Coronavirus

Si stava meglio quando si stava peggio? E’ una domanda che non ci si dovrebbe fare mai, eppure spesso serpeggia nella testa. Per i nostri bisnonni era “meglio” quando erano giovani, anche se c’era la guerra, le leggi razziali, le bombe, i morti? Certo, poi è arrivato il “miracolo economico” e, con tanta fatica, frigoriferi e televisori sono entrati a rate nelle case degli italiani. Si stava “meglio” quando i nonni di oggi erano giovani, avevano avuto, per la prima volta nella nostra storia, accesso alla scuola di massa, all’Università, alle medicine e pensavano che fosse possibile cambiare il mondo? Davvero era “meglio” quando sono arrivate -per spegnere quelle speranze- le stragi di uno Stato deviato, quando i fascisti mettevano le bombe e i “rossi” sparavano a giornalisti e politici? Era “meglio” quando abbiamo iniziato a fare debiti senza ritegno e a svalutare la “liretta” per restare concorrenziali?

Ma accorciamo i tempi. Stavamo meglio due mesi fa, reclusi in casa sperando di essere al sicuro dall’aggressione di un virus a tratti mortale, piuttosto che adesso, quando proviamo a ripartire? In quei due mesi e mezzo abbiamo ubbidito a scienziati, esperti e politici che pensavano al nostro bene, anche se l’economia crollava, ma il 25 aprile, festa dell’unica e vera Liberazione, mettevamo la bandiera italiana alla finestra, cantavamo sui balconi in un coro stonato ma sincero e anche i tedeschi ci dedicavano, con quella pronuncia un po’ così, “Bella ciao”.

In quel momento la politica urlata si era affievolita e si riusciva quasi a capire il senso delle parole, ma poi è finito il lockdown e siamo ritornati alle solite.

L’Europa vorrebbe aiutarci, anche se i paesi “frugali” e un po’ “avari”, frenano il più possibile e fanno la predica alle cicale italiane, che vogliono continuare a fare la bella vita con i soldi degli altri. E la politica italiana? Ha rialzato la voce, bisticcia, dentro e fuori la maggioranza, sembra ritornata ai bei tempi, quando –forse- si stava meglio quando si stava peggio. L’opposizione sfila per le strade senza mascherina e porta a spalla un lunghissimo tricolore ungherese (regole e proporzioni della nostra bandiera sono dettate dall’articolo 12 della Costituzione), chiede a gran voce un dibattito parlamentare, ma poi abbandona l’aula, forse perché la preferisce “sorda e grigia”. Il presidente del Consiglio, che si è affezionato alla propria immagine, svolge il suo lavoro impegnativo con felpata determinazione e cerca di ascoltare e parlare con tutti per capire cosa deve fare. Eppure, forse, non c’era bisogno degli stati generali” dell’economia per scoprire che bisogna investire sulla scuola, dagli asili alla ricerca più avanzata, sull’innovazione, sul divario digitale, che segna le nuove povertà, sulla giustizia, sempre più sgarrupata, sulla sanità, da riportare sul territorio, vicino ai cittadini e non solo nelle grandi strutture ospedaliere, spesso private, che inseguono l’eccellenza e i soldi. Come se non sapessimo che abbiamo bisogno di infrastrutture, di tutti i tipi, per rendere la mobilità di persone e merci più intelligente e sostenibile. I soldi ci sarebbero, come nel caso del MES, ma la “magna pars” della maggioranza di governo, il M5S, si è impiccata al suo rifiuto, anche se il fondo salva stati non pretende più “condizionalità”, ma solo che i soldi regalati o imprestati a quasi niente, vengano spesi presto e bene per la sanità. Sulla loro linea, a parte la leader emergente degli ex fascisti, c’è solo il loro ex alleato, compulsivo mangiatore di ciliegie, verso il quale conservano un certo affetto, visto che difendono con tenacia i suoi (e loro) “decreti sicurezza”, criticati anche dal Presidente della Repubblica. Poi ci sarebbe la flebile ragionevolezza del Partito democratico, che –tra una mini scissione e l’altra- prova a governare.

Allora stavamo meglio quando stavamo peggio? Niente paura. Il virus, presto o tardi, ritornerà, anche perché non ne è mai andato, e così staremo peggio in attesa di un meglio che non ci piacerà.