Coronavirus, gara tra populismi: la politica va in quarantena

Drammatizzare il Corona virus per militarizzare lo spazio politico-mediatico, veicolando un messaggio di decisionismo, ribadendo la propria centralità davanti agli scricchiolii della crisi e all’idea di un Governo della non decisione e del rinvio permanente sui dossier più caldi.

Il problema sanitario come un’opportunità politica, deve aver pensato quel furbacchione di Casalino, in nome e per conto dell’idea che governare voglia dire increspare le onde dell’agitazione sociale per poterci surfare sopra.

Lo spiega bene Christian Salmon, uno dei padri dello storytelling, nel suo ultimo libro: la narrazione è morta, la comunicazione politica è un susseguirsi di clash che se ne infischiano dei regimi di realtà e di coerenza, di memoria o di durata nel tempo. Sono abbagli che accecano il terreno di gioco, stordiscono l’avversario, rapiscono e aizzano la pubblica attenzione.

In verità, nulla come il corona virus sta cristallizzando la tossicità del populismo fattosi grammatica delle Istituzioni.

Innanzitutto perché, come con il più puro che poi ti epura, c’è sempre uno che drammatizza più di te: le Marche del Presidente con elezioni in vista, la Lombardia di Fontana con la mascherina che un po’ glielo chiede Salvini, un po’ il virus (e la scena) è anche mia.

Ma soprattutto perché sono stati dannatamente sottovalutati gli effetti collaterali di questa strategia.

Un Paese immobilizzato, che non consuma, che non produce e che dall’estero conosce solo disdette ad ordini e prenotazioni vacanziere. Un incalcolabile danno per un’economia stagnante e irresponsabilmente avvicinata all’orlo di una nuova recessione.

Tutto questo adesso rischia di cadere come un macigno sulle teste dei suoi stessi autori. E degli italiani.

Altro che prescrizione, sugar tax e altre amenità del genere. Altro che locomotiva d’Italia quando tutti nel mondo oggi sono legittimati a pensare che a Milano c’è uno scenario da manzoniana memoria, se il suo Presidente inforca la mascherina in diretta social.

La tossicità (e il limite) del populismo è nella sua stessa essenza. Ricondurre tutto a una sola dimensione – la costante linea di tensione emotiva tra leader e popolo – fa dimenticare che la realtà è complessa e che questa complessità non sempre la si può ignorare o bistrattare, perché prima o poi presenta il suo conto.

Ma non è solo questo.

Quando la tua cultura di Governo ha come unico principio l’aderenza maniacale al sentimento pubblico, prima o poi avrai paura degli effetti della stessa paura che hai alimentato. E finirai, consapevole o no, per seguire il principio del burocrate. Non il risultato, ma la correttezza formale del processo. Mani in avanti, carte in ordine, e lavoro dei tecnici che assurge a decisione politica.

Quell’onda ti ha mangiato, ha reso la gestione della cosa pubblica un ircocervo di sentimenti e tecnicalità fuse a freddo, senza l’unico ingrediente che può renderle uno strumento nella ricerca dell’interesse generale: quella politica che da troppo tempo ha smesso di esercitare il suo primato.