Coronavirus:
c’è anche il rischio
di una bolla speculativa

Con l’epidemia di Coronavirus c’è una seconda linea di contagio, non meno pericolosa di quella medica, che rischia di produrre effetti gravi: quella sulla crescita economica mondiale. E ci sono già vittime certe: i comparti, a partire dal turismo e dalle compagnie aeree, che stanno già pagando lo stop ai viaggi da e per le zone di maggiore contagio in Cina.

Quale sarà l’impatto sull’economia mondiale? Le previsioni più attese, quelle del Fondo Monetario Internazionale, saranno pronte solo nelle prossime settimane.  Ma c’è un parallelo importante che può dare qualche indicazione: nel 2003 l’epidemia respiratoria Sars, che si diffuse in 29 paesi mietendo 774 vittime, ebbe un impatto limitato sulla crescita globale, con un calo a fine anno dello 0,1% del pil globale rispetto alle previsioni, come ricordato dal direttore Fmi Kristalina Giorgieva. Questa volta sarà diverso anche perché, ha sottolineato, all’epoca della Sars l’economia della Cina ‘pesava’ solo il 4% dell’economia globale, mentre oggi il paese del Dragone contribuisce per ben il 18%.

A sbilanciarsi già con una previsione è Goldman Sachs, prima banca d’affari del Pianeta: secondo l’istituto Usa quest’anno l’impatto sulla crescita globale dell’epidemia potrebbe essere compreso tra lo 0,1 e lo 0,2% nello scenario base e dello 0,3% in quello peggiore. La stima è stata effettuata considerando, alla luce dell’epidemia, la riduzione della domanda di beni importati da parte dei cinesi da un lato, e i minori acquisti all’estero da parte dei turisti asiatici.

Va inoltre considerato che gli effetti di tale rallentamento non saranno gli stessi su tutti i Paesi: secondo le prime valutazioni di Fmi e Ing gli effetti più importanti del rallentamento saranno in capo ai soggetti asiatici (Corea del Sud, Hong Kong, Thailandia, Malesia, Giappone) che hanno un maggiore interscambio con Pechino. Mentre tra i Paesi europei l’impatto più forte sarà sulla Germania e – ma su livelli molto inferiori – su Francia e Italia. Per l’Italia, ad esempio Fmi e Ing stimano che un punto percentuale di frenata del Pil cinese impatti con una riduzione del Pil limitata allo 0,05%.  ​

Se le previsioni sono ancora incerte ci sono meno dubbi sulle prime ‘vittime’ economiche del Coronavirus. A partire dalle compagnie aeree e dal turismo: nelle ultime settimane, secondo le stime di Citigroup, il tasso di occupazione delle camere di albergo in Cina è crollato del 45%. Mentre le azioni delle tre principali compagnie aere del Paese (Air China, China Eastern e China Southern Airlines) sono crollate di oltre il 20% dal 9 gennaio, giorno del primo decesso nel Paese legato all’epidemia. In questo caso il parallelo con il precedente della Sars nel 2003 è ancora meno incoraggiante visto che nei primi mesi in quel caso il traffico passeggeri delle linee asiatiche crollò in media del 35%.

Ma il conto alla rovescia è scattato anche per le aziende di tutto il mondo che dipendono dalle importazioni cinesi. In particolare il distretto di Wuhan, epicentro della diffusione del Coronavirus, è un importante polo del settore automobilistico ed è anche specializzato nella produzione dei display Lcd e Oled utilizzati per le smart tv e per i computer. La produzione cinese per questa categoria merceologica è pari alla metà della produzione globale di display, e non è difficile immaginare l’impatto sulle catene di produzione se la situazione non tornerà preso alla normalità.

Ma c’è una terza vittima, altrettanto rilevante, del virus: il recentissimo accordo commerciale tra Usa e Cina firmato lo scorso mese e che a Washington era considerato una indubbia vittoria per il riequilibrio degli scambi con Pechino, ora potrebbe subire serissimi rallentamenti. Secondo i termini dell’accordo la Cina si è impegnata ad acquistare per i prossini 2 anni oltre 200 miliardi di dollari di prodotti Usa (soia, macchinari, prodotto energetici) ma ci sono fondati dubbi che le aziende cinesi riescano ad accelerare le loro importazioni visto il numero delle fabbriche e dei negozi chiusi nel Paese nelle ultime settimane.

Anche se un rientro in tempi ragionevoli dell’epidemia di Coronavirus non è da escludersi in assoluto, la somma di questi rischi per l’economia mondiale pone ulteriori dubbi sul vero pericolo che potrebbe annidarsi in un indebolimento dell’economia internazionale. Dopo anni di ‘denaro facile’ gli analisti si chiedono sempre più spesso dove scoppierà la prossima ‘bolla‘ speculativa sui mercati. La cautela sarebbe d’obbligo e invece la corsa verso le attività più rischiose prosegue, come dimostra il nuovo record toccato a gennaio dalle emissioni di obbligazioni ‘spazzatura‘ – quelle ad altissimo rischio e ad alto rendimento potenziale – che hanno toccato lo scorso mese un nuovo record a quota 73,6 miliardi di dollari.

Un pericolo sotterraneo, insidioso, senza che per i mercati sia disponibile alcun vaccino.