Coronavirus, ecco perché la via inglese porta all’ecatombe

«Sono un epidemiologo. E quando ho ascoltato il piano britannico di contrasto al coronavirus fondato sull’”immunità di gregge” pensavo che fosse sarcasmo». Chi parla, su The Guardian, è William Hanage, docente di Evoluzione ed epidemiologia delle malattie infettive ad Harvard.
Si riferisce alla conferenza stampa con cui Boris Johnson, con i suoi consiglieri medici, hanno annunciato la scorsa settimana la strategia del governo di Sua Maestà Britannica. Una strategia che muove in direzione esattamente opposta alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale di Sanità che il governo italiano, invece, sta seguendo con buona determinazione.
coronavirusNon è il solo, William Hanage, ad aver mosso critiche al metodo inglese che, almeno in prima battuta, sostiene: lasciamo che il virus circoli, nel giro di poco tempo avrà infettato il 60% della popolazione e così si crea un’”immunità di gregge” che poi ci proteggerà per sempre. In Italia, l’immunologo Alberto Mantovani, ha definito irresponsabile questo approccio, dando voce alla maggioranza pressoché assoluta degli esperti.

Alla ricerca dell'”immunità di gregge”

Ma, per capire perché la strategia solitaria di Boris Johnson è priva di ogni fondamento scientifico e anche etico, forse è meglio ridare la parola agli inglesi e ritornare a The Guardian per leggere quanto ha scritto Anthony Costello, docente di salute globale e sviluppo sostenibile presso lo University College London, il più grande ateneo di Londra, e direttore, in passato, del dipartimento che si occupa di salute materna e dei bambini nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale di Sanità.
Gli argomenti principali che Costello ha affidato alle pagine cartacee e digitali di The Guardian sono tre. Con una premessa che ci ricorda le linee guida dell’Organizzazione Mondiale di sanità, secondo cui per contrastare SARS-CoV2 occorre: effettuare test per verificare la presenza del virus; tracciare la catena dei contatti delle persone che risultano contagiate; quarantena e distanza sociale.

Adottando in modo drastico queste regole, ricorda Costello, la Cina in sette settimane è riuscita sostanzialmente ad abbattere e quasi ad annullare la presenza del virus nella provincia dello Hubei che conta una popolazione paragonabile a quella del Regno Unito (oltre 60 milioni di persone). Non solo, la Cina ha sostanzialmente impedito che il virus si diffondesse nel resto del suo immenso territorio che ospita 1,4 miliardi di persone (Hubei compresa).
Costello elogia in maniera quasi entusiastica l’azione intrapresa da Pechino, giudicandola efficace, ben organizzata e tecnologicamente sofisticata, altro che il bruto bastone brandito da una dittatura. Ma non c’è solo la Cina. Le linee guida dell’OMS hanno mostrato – stanno mostrando – la loro efficacia anche in Corea del Sud, in Giappone, a Singapore, a Hong Kong a Taiwan: in paesi molto diversi tra loro, anche per regime politico. Se, infatti, Hong Kong e Singapore molto difficilmente possono essere considerate democrazie, nessun dubbio vale per Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Il che dimostra che le linee guida dell’OMS possono essere applicate con successo tanto da governi autoritari quanto da governi democratici.

Che cosa ci insegna il caso cinese

Aggiungiamo a questo che l’Italia è una democrazia occidentale che sta dimostrando di poter seguire le linee guida dell’OMS, speriamo con la medesima efficacia registrata in Estremo Oriente. D’altra parte molti stati europei, magari con un po’ di ritardo, stanno seguendo la medesima politica sanitaria.
Ma torniamo al punto. La Cina e gli altri paesi asiatici hanno dimostrato – hanno fornito la prova empirica, direbbe uno scienziato – che si può impedire il contagio di massa da SARS-CoV2.

Al contrario, dice Anthony Costello, non esiste alcuna prova empirica (e nessun modello teorico) che abbia dimostrato che la strategia del contagio universale ventilato dal governo inglese possa impedire il ritorno del virus. Non esiste la certezza dell’”immunità di gregge”. I virus dell’influenza continuano ogni anno a contagiare milioni di persone nel Regno Unito (come in Italia e in tutti i paesi del mondo) malgrado la relativa immunità che ciascuno di noi ha. Chi può dire che SARS-CoV2 non ritorni con periodiche ondate di stagione in stagione?

E poi c’è l’argomento principale. Che è insieme medico ed etico. Ammettiamo, scrive Costello, che la letalità del virus sia intorno all’1% (in Cina è del 4%, in Italia in questo momento risulta quasi dell’8%). Se contagia il 60% della popolazione del Regno Unito significa che 40 milioni di persone andranno incontro a Convid-2019 (la malattia). Ma una letalità dell’1% su 40 milioni di contagiati, significa qualcosa come 400.000 morti. Un’ecatombe.
Un’ecatombe certa.
Ora ammettiamo che la politica di mitigazione della diffusione del coronavirus indicata dall’OMS fallisca. Se fallisce in parte, significa che comunque riduce le dimensioni dell’ecatombe. Solo se si verificasse lo scenario peggiore e fallisse totalmente avremmo i numeri di cui sopra.

 

Quella di Johnson è una strada pericolosa per tutta l’Europa

Dunque per motivi medici ed etici vale comunque la pena tentare. Un tentativo che, ripetiamo perché lo dimostrano i fatti, ha un’alta probabilità di successo e nel volgere di un paio di mesi o magari un po’ di più può portare a un significativo abbattimento della diffusione del virus.
No, non esiste una via britannica alla lotta contro SARS-CoV2.

Ma questa via è pericolosa non solo per i cittadini del Regno Unito (e per i tanti stranieri, compresi quelli di nazionalità italiana) presenti nelle isole britanniche. È pericolosa per l’intera Europa e, per estensione, per il mondo intero. Perché avere un focolaio iperattivo lì nell’Atlantico comporta rischi evidenti per tutti i paesi vicini e anche lontani. Se la strategia ventilata la settimana scorsa da Boris Johnson e solo un po’ attenuata nei giorni successivi venisse davvero implementata, il mondo si troverebbe costretto a isolare completamente il Regno Unito. Con risultati anche economici esattamente opposti a quelli che il governo conservatore vorrebbe ottenere.

Piccola nota a margine. Nel Regno Unito è stata portata all’esasperazione la politica dei tagli alla sanità pubblica che ha contagiato – come un virus, appunto – tutti i paesi occidentali e non solo. Molto probabilmente a indurre Boris Johnson a indicare una strategia opposta a quella dell’OMS è stata la consapevolezza che il sistema sanitario britannico non è in grado di reggere l’onda d’urto del coronavirus. Ma anche in questo caso si tratta di erigere al più presto delle dighe, per quanto piene di buchi. Sempre meglio che lasciare via libera all’inondazione.