Corbyn estremista?
No, non doveva
riproporre il referendum

Innanzitutto vale la pena ricostruire un poco di storia pre-elettorale: dopo il referendum del 2016, alle vittoriose elezioni del 2017 e per un anno dopo di queste la posizione del Labour guidato da Corbyn è stata quella di rispettare l’esito Brexit del referendum stesso. Non si è trattato della “fissazione euroscettica” del suo leader, comune del resto a tantissimi nel suo movimento e nel socialismo europeo, ma quella di un partito sensato e rispettoso dei valori democratici. Sensato perché è innegabile (e comprensibile, qualunque idea si abbia) che la UE goda ovunque di scarsissima popolarità nelle proprie periferie sociali. Rispettoso perché la democrazia non va decantata solo quando i suoi verdetti ci sono favorevoli.

Ebbene, con questa posizione non solo il Labour ha ottenuto nel 2017 il più grande avanzamento di sempre, ma ha continuato a ottenere ottimi risultati: mentre i tories erano in chiara difficoltà politica, nel settembre del 2018 secondo un sondaggio Survation il Labour aveva un 4% di vantaggio sui tories. Nei mesi successivi, mentre le iniziative per un nuovo referendum montavano, ottenendo milioni di firme, e Theresa May otteneva insuccessi in serie, il Remain e la ostilità del gruppo parlamentare spingeva Corbyn su posizioni sempre più imperscrutabili, con relativo peggioramento nei sondaggi. Fino alla conferenza di settembre 2019, quando la posizione per un nuovo referendum si impone, e il revanscismo remain offre a Johnson l’opportunità di una campagna vittoriosa in moltissimi seggi rossi da sempre. Torneranno laburisti, quasi ovvio, ma intanto spieghiamo l’esito delle ultime elezioni.

Per essere lucidi, occorre anche comprendere quanto fossero efficaci le politiche socialdemocratiche (né più né meno che socialdemocratiche) presentate nell’innovativo programma elettorale del Labour. Secondo uno studio YouGov  le cose stanno come segue: per il 64% degli elettori era giusto e positivo incrementare le imposte sui ricchi (peraltro, nulla di sconvolgente: dal 45% al 50%); il 53% appoggiava un’imposta patrimoniale, il 50% (contro 29% di contrari) era in favore della nazionalizzazione dei servizi elettrici ed idrici; per il 56% era giusta e positiva la nazionalizzazione (come nel resto d’Europa) delle attuali, inefficienti, ferrovie private; per il 54% era giusto che spettasse ai lavoratori un terzo dei seggi dei consigli di amministrazione delle imprese (come in Svezia e Danimarca). Se è vero che alcuni erano scettici sulla loro realizzabilità, o timorosi per i costi, i dati e il buon senso dicono che questi dubbi erano del campo avverso, dunque non può essere questa la ragione della sconfitta. Né nei collegi rossi perduti, né tantomeno in quelli metropolitani più liberal, in cui infatti il partito ha tenuto in seggi.

L’idea avanzata da molti per cui il Labour abbia perso per un programma estremista e impopolare è priva di fondamento. Il mantra per cui “si vince al centro” non ha senso, tanto più vista l’esperienza disastrosa delle socialdemocrazie centriste di ogni paese, vista la grande performance del 2017 (con leader e programma sostanzialmente identici). Ma visto anche che il Labour di Blair in voti assoluti ha superato la prestazione di Corbyn del 2017 solo la prima volta nel 1997 (si badi: con il paese che non ne poteva più di 18 anni di governo Tory), mentre da allora (governando “al centro”) non ha mai ottenuto quei risultati in voti assoluti. Anzi, in questo senso anche il voto del 12 dicembre supera il Blair del 2005.

È chiaro che la decisione di riproporre un referendum è stata letale. Lo dicono i dati. Sono 59 le constituencies perse dal Labour alle elezioni 2019. Di queste, 6 sono in Scozia (tutte in direzione dei nazionalisti scozzesi; delle rimanenti 53, tutte meno una sono andate ai Tory. Tra le 52 andate ai Tory solamente 4 erano collegi che si sono espressi in direzione del Remain nel referendum (Kensington; Stroud, Bridgend e Colne). Il margine di maggioranza assoluta dei Tory dopo le elezioni è di 40 seggi (formalmente, perché in realtà l’assenza dei deputati irlandesi del Sinn Fein e del voto degli ex-Speaker rende la maggioranza anche più grande). Particolarmente rilevante pare il dato di Londra, dove i Tory perdono solamente due seggi rispetto alle elezioni del 2017, ma ne guadagnano altrettanti (uno proprio dal Labour ed era un seggio Remain – Kensington) a sottolineare la capacità della neo-destra di Boris Johnson di tenere entrambe le ali del suo elettorato pro-Remain e pro-Brexit. In questo senso, è bene sottolineare a scanso di equivoci sul futuro che ancora oggi, dopo questa eclatante sconfitta il Partito Laburista è l’unico partito del Regno Unito ad avere una rappresentanza equa tra circoscrizioni Remainers e Leavers: 96 (2017: 103) le prime e 106 (2017: 145). Analizzando i dati sui flussi incrociati con le regioni del Regno Unito appare altrettanto evidente come la strategia laburista del secondo referendum si sia rilevata inefficace o addirittura controproducente. I flussi in uscita tra il Labour e verso i Libdem non hanno prodotto assolutamente alcun cambio di seggio a favore dei tories. Ancora Londra sembra essere la miglior cartina di tornasole: il Labour rispetto al 2017 perde il 6.4 % in voti assoluti mentre i Libdem guadagnano il 6.1. Ebbene tutto ciò si traduce in un chiarissimo ed inequivocabile saldo dei seggi per tutti e tre i primi partiti: i Laburisti perdono un seggio e ne guadagnano 1, idem per i Libdem e per i Tory che perdono due seggi e due ne guadagnano.

Nessun partito del socialismo europeo aveva postulato che una decisione democratica legittima e comprensibile sulla UE fosse da revocare e risottoporre ad esame. La socialdemocrazia norvegese nel 1994 ha perso il referendum di adesione alla UE, con molti suoi elettori contrari, e lo ha accettato. Quella danese nel 1992 ha accolto il rifiuto di una serie di politiche comunitarie, ha rinegoziato con altri un nuovo accordo, il “compromesso nazionale”, e ha sottoposto questo accordo a nuovo referendum senza opzione di ritorno indietro. La socialdemocrazia svedese ha accettato la contrarietà del suo elettorato e di moltissimi dei suoi (a cominciare da vasta parte dei sindacati) riguardo all’Euro, senza proporre ribaltamenti. Purtroppo invece la proposta del Labour contemplava proprio questo ribaltamento: un revanscismo europeista senza logica. Mentre, certo, sarebbe stato giusto sottoporre il nuovo accordo post-Brexit (post-Brexit, però), qualunque fosse stato. Se c’è stato un momento invalidante per lo slogan principale di Corbyn (“for the many, not the few”) è stato accettare questo revanscismo, il quale suggeriva che le decisioni della maggioranza sono accettabili solo nel caso che siano gradite alla minoranza dei ceti metropolitani e cosmopoliti. La scelta del 2016, da parte dei ceti che hanno votato leave in zone rosse da sempre, era stata una ricerca di “ripresa di controllo”, rispecchiatasi anche nella richiesta di maggiore controllo sulla immigrazione. Se le cose stanno così, l’ultima cosa da fare era restituire il senso di un’ulteriore espropriazione di peso democratico. È ovvio che la soluzione programmatica di Corbyn fosse popolare, soprattutto nel 70% di collegi leave che avevano (spesso da sempre) votato laburista, ma ciò andava contestualizzato rispettando un bisogno di “ricostruzione” sociale di cui anche l’uscita dalla UE faceva parte. Viste le delusioni e il senso di abbandono di decenni, perpetuato anche dal governo di Blair, l’ultima cosa da fare era andare da quei ceti proclamando che, prima di realizzare ogni (pur benvenuto) cambiamento del nuovo programma laburista, intanto il loro voto del 2016 era da annullare e sottoporre a nuova verifica. Perché? Secondo quale introvabile logica? Quale credibilità poteva gettare questo revanscismo europeista sulle intenzioni di quel programma?


Quella del 2017 rimane la maggiore avanzata elettorale laburista dal 1945 perché quella campagna elettorale racchiude tutti gli ingredienti per unificare il popolo e le classi necessarie a battere gli avversari. Essa perseguiva un equilibrio poi compromesso: rispetto per il verdetto del referendum, ma offerta di una soluzione non nazionalista, di accordo con la UE. Ma anche l’unica prospettiva in vista per aprire un dibattito vero sulla UE. Meglio: una rinegoziazione del rapporto di integrazione fra Stati-nazione europei. Insomma, in una situazione in cui fosse chiusa la questione Brexit (perché così avevano deciso gli elettori) e aperta (in competizione coi tories) la sfida di quale società britannica e quale rapporto con l’Europa, Corbyn ha mostrato di avere dalla sua sia gli indispensabili ceti operai del nord, sia quasi tutto l’elettorato anti-Brexit oscillante fra Labour e Libdem. Al contrario: in una situazione, come da un anno a questa parte, in cui il revanscismo degli europeisti ideologici ha costretto Corbyn a rimettere in discussione il referendum del 2016, i ceti operai periferici di quel 70% di collegi labour con maggioranza Leave sono confluiti verso Brexit party e tories. Invece, il revanscismo Remain ha raccontato a se stesso e ad altri di potere riaprire la questione, con il magnifico risultato di sospingere molti voti “ingenui” verso i Libdem che di quella posizione erano i pasdaran. Come abbiamo mostrato ciò ha ottenuto risultati che sono l’opposto di ciò che volevano. Accade storicamente quasi sempre al revanscismo di ogni tipo.

L’elezione del 12 dicembre mostra poi che Johnson ha acquisito (con tutta probabilità provvisoriamente ) classi sociali lavoratrici laburiste senza perdere le proprie. Ciò perché , come mostra del resto la tenuta dei tories anche a Londra e nei seggi pro-Remain, le classi borghesi non hanno poi questa paura che lasciare la UE sia una catastrofe economica. Si può e anzi si deve fortemente temere per il modello sociale che con la Brexit tory si costruirà. Tuttavia, nel complesso, francamente è comprensibile che Johnson abbia ben resistito a questo tipo di argomentazione quando a essere prospettata è una compenetrazione economica con gli Usa, che crescono il doppio (almeno) della UE, la quale con il suo connaturato modello ordoliberale è votata ad una crescita anemica. Al contempo, se quelle classi borghesi non temono la Brexit, esse avrebbero potuto benissimo rimanere anche con i tories pro-UE di May poiché il loro interesse non è affatto messo in discussione nemmeno dalla Ue. Insomma, i dati mostrano che se la Ue favorisce le classi borghesi e medio alte ma non tanto da far loro temere la Brexit, questa ultima sembra tutto sommato desiderabile a vasta parte delle classi lavoratrici tradizionalmente laburiste. E ciò in tutta Europa.

Chiudiamo con una nota sulla “regola” per cui “il nazionalismo fa perdere il socialismo”. È questione degna di discussione, da non rendere però una ripetitiva banalità come vediamo fare a molti.

Il punto, innanzitutto, è che la risorgenza del nazional-populismo proviene in larga parte da come la UE realizza l’integrazione fra Stati e popoli europei. Se il Labour del 2017 aveva colto nella sua interezza questa verità, combattendo i tories senza restaurare la UE rifiutata da un libero referendum, quello del 2019 lo ha fatto in modo contraddittorio. Le colpe maggiori non ricadono su Corbyn, che pure ne ha ma, non dimentichiamolo, finché ha potuto ha cercato esattamente di mantenere il giusto equilibrio. Anche dopo avere assunto la linea del settembre 2019 ha cercato di manifestare “neutralità” rispetto all’esito del nuovo referendum proposto. I suoi limiti cominciano da qui, ma quanto erano evitabili nelle condizioni date del Labour? Casomai possiamo ravvisare un limite di altro tipo: forse, come ha osservato (anche autocriticamente) il centro studi Katalys della sinistra sindacale svedese, non si può credere che la riforma materiale del capitalismo sia qualcosa di distinto dal senso di ricostruzione di una comunità. Ciò può essere vero in tempi in cui le società e le comunità si sentono più o meno stabili e rispettate. Occorre capire, con il Polanyi osservatore delle crisi degli anni ’30, che in tempi di sradicamento ansiogeno la riforma del capitalismo, cioè del maggiore fattore di sradicamento, deve essere per l’appunto espressa in modo armonico con il bisogno di ristabilizzare le comunità. Forse Corbyn ha peccato di “economicismo volgare”. Come ci pare vero ciò che ha osservato il leader sindacale Len McCluskey: sostiene e sosterrà la svolta socialista del Labour, ma chiarisce che avere puntato tutto sul programma economico è sembrato come un “sovraccarico” di questioni, perfino una campagna di diversione, nel momento in cui l’oggetto principale era Brexit, e nel momento in cui si corredava il programma con un “referendum ribaltone”.

Comunque, non si tratta di sposare un puro culturalismo. La “struttura” di una società, se dipende di certo da rapporti di lavoro paritari fra lavoro e capitale, tuttavia al momento di ricostruirsi non ricerca soltanto questi. Ai molti elettori laburisti per il Leave, che hanno eccezionalmente votato Tory oppure Brexit Party (che ha raccolto 600.000 voti), questa volta non è sembrato che la migliore premessa del programma innovativo di Corbyn fosse dissolvere una riguadagnata sovranità nazionale. In seguito, se il Labour non tornerà centrista e blairiano, si potrà evidenziare che una sovranità come quella di Johnson, che scatena il capitalismo, sarà letale per le comunità periferiche britanniche. Allora, lontani da possibili revanscismi europeisti, il giusto equilibrio argomentativo favorevole al Labour sarà ristabilito, e la vittoria potrà tornare. Questo crede appunto il deciso e potente Len McCluskey, e pare chiaro che la battaglia nel Labour è aperta.