Contro Medici senza frontiere l’arma odiosa della paura

Attenzione. Stavolta l’attacco non è soltanto alla pratica della solidarietà umana e al diritto internazionale, che impone di salvare chiunque e comunque si trovi in pericolo in mare. A questi attacchi ci siamo in qualche modo abituati, anche se non dovremmo, ed essi hanno già prodotto il loro effetto devastante. L’atto giudiziario compiuto dal Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nei confronti di Medici Senza Frontiere va oltre: getta in pasto all’opinione pubblica una matassa aggrovigliata di sospetti, paure, pregiudizio, irrazionalità. Lo fa toccando corde sensibilissime, timori ancestrali, le insicurezze che rodono l’anima di tutti noi quando ci sentiamo esposti al pericolo delle malattie, del contagio, del male che viene da lontano.

Le navi di MSF hanno scaricato nei porti italiani quintali di materiali infetti che sono stati poi trattati come rifiuti normali: questa è l’accusa. Essa prende la forma giuridica del reato di traffico illegale di rifiuti, ma il sottotesto è: i volontari hanno portato tra noi le malattie, esotiche, orribili, incurabili, vergognose che quelli raccolti in mare portavano con sé dalle loro terre maledette. Come gli untori che diffondevano la peste.

I responsabili dell’organizzazione quando si sono presentati alla stampa erano frastornati: la logica e la scienza sono dalla parte loro e però sono stati messi nella condizione di doversi giustificare come delinquenti presi con le mani nel sacco. Non siamo noi che gestiamo lo smaltimento dei rifiuti nei porti, hanno spiegato, e tutte le nostre operazioni avvengono in modo pubblico, sotto gli occhi delle autorità portuali e della polizia di stato. Ne abbiamo fatte centinaia, in almeno 11 porti italiani diversi. Se qualcosa non fosse stata fatta come si doveva, chi vigilava se ne sarebbe accorto e ce lo avrebbero contestato. Il sequestro dell’Aquarius e dei conti correnti dell’ONG nonché le iscrizioni nel registro degli indagati sono misure assurde e sproporzionate, le accuse non reggeranno.

Ma soprattutto: gli argomenti dell’accusa sono una plateale rappresentazione di ignoranza messa in scena da un ufficio giudiziario cui pure non dovrebbero mancare gli strumenti di cultura e di conoscenza per accertare come stanno le cose. Le malattie citate nel documento della Procura come il pericolo mortale cui gli incoscienti dell’ONG avrebbero esposto l’Italia e gli italiani non si diffondono con il contatto con i vestiti o gli scarti di cibo. E in ogni caso, quando avvengono i salvataggi i profughi affetti da patologie potenzialmente pericolose vengono isolati e portati a terra con gli elicotteri. Non c’è stato finora un solo caso accertato di contagio né sulle navi né nei porti. Nei paesi in cui operano, i medici dell’organizzazione trattano malattie infettive contagiose e pericolosissime, nessuno più di loro sa come ci si deve comportare, come si evitano i rischi. Loro sanno quello che fanno. Loro.

È una bruttissima storia quella che si sta consumando a Catania. Dura da due anni, da quando il procuratore Zuccaro annunciò un’inchiesta su presunte complicità tra le ONG e i trafficanti di uomini libici mirate addirittura a “minare l’economia italiana”. Ispirato dalla stessa geniale intuizione, Luigi Di Maio aveva aggiunto di suo che le navi delle organizzazioni non governative si comportavano come “taxi del mare”. In questi due anni non è uscito uno straccio di prova e sull’inchiesta, a Catania, è stato steso un velo di pietoso silenzio.

Ora l’offensiva ricomincia, su un altro fronte. Medici Senza Frontiere ha subìto molti e gravi danni dall’iniziativa giudiziaria, ma ancora non è stata messa a terra: salvare vite umane non è un reato, comunque lo si presenti negli atti di un ufficio giudiziario dotato di fantasia. E allora l’accusa cambia: non più complicità con i trafficanti, ma complicità con gli untori del ventunesimo secolo che vengono a portarci le loro malattie in casa nostra. Medici Senza Frontiere se non può essere portata in tribunale deve comunque essere distrutta sui giornali, nelle tv, sulla Rete. È un meccanismo che è stato già sperimentato molte volte nella storia. I tedeschi lo chiamano Rufmord, che significa, più o meno, assassinio del buon nome. Il fatto che il concetto sia espresso in tedesco non è un caso: si tratta di una forma di violenza politica che venne esercitata con molta determinazione e molta abilità dai nazisti. Anche i fascisti italiani non la lesinarono. Qui ed ora non si tratta più di attaccare i salvataggi in mare, si tratta di ridurre al silenzio quei “buonisti” irriducibili facendo leva in modo subdolo e indiretto su quanto di irrazionale c’è, e cresce, in una parte dell’opinione del nostro paese. Il Ministro della Paura ha trovato il suo giudice.