I diritti, le donne,
la libertà. A Verona scontro di civiltà

A Verona si prepara uno scontro di civiltà, un nodo vero nella concezione dei diritti, dei riconoscimenti, delle libertà: famiglia, famiglie, donne, bambini, Lgbt.

All’austero Palazzo della Gran Guardia dal 29 al 31 di marzo si riuniranno i pro-family, con Matteo Salvini (che ha da poco annunciato che vuole rivedere la legge sul diritto di famiglia), Antonio Tajani (recentemente incespicato sulle “cose buone” di Mussolini), il ministro per la famiglia, veronese e gran sponsor dell’evento, Lorenzo Fontana, il ministro per l’istruzione Marco Bussetti (intervenuto nei mesi scorsi in Umbria per bloccare un “questionario gender” nelle scuole – così lo ha definito – che in realtà indagava su omofobia, bullismo e razzismo tra gli adolescenti) e tutti gli ospiti provenienti da ogni parte del mondo che si distinguono per posizioni radicali e spesso duramente punitive contro ogni “diversità” (e contro le donne), per “affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”.

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

In strada, gli altri. E le altre. Noi. Si annunciano straordinarie manifestazioni per sabato. Si muovono associazioni e movimenti. Organizzazioni femministe e gruppi di cittadini. Dai professori universitari di Verona (che hanno firmato in 160 un manifesto contro le “mistificazioni” del Congresso “espressione di un gruppo organizzato di soggetti che propongono convinzioni etiche e religiose come fossero dati scientifici”): uno striscione arcobaleno è stato fatto mettere dal rettore, Nicola Sartor, sui cancelli dell’Ateneo, “L’Università promuove il pluralismo delle idee – respinge violenza, discriminazione e intolleranza”. Alla Cgil (“per contrastare il tentativo delle destre mondiali – spiega Susanna Camusso, responsabile delle politiche di genere del sindacato che sarà al mattino al cinema K2 con Lucia Annibali, Laura Boldrini, Livia Turco e tante altre – a partire da ministri del governo italiano”). In modo ufficiale ci saranno i partiti di opposizione. Persino l’Unicef proprio negli stessi giorni organizza a Roma una iniziativa “per accendere i riflettori sui diritti dei bambini”, che sa tanto di contro-manifestazione (perché è vero che quest’anno sono trent’anni dalla Convenzione Onu sui diritti dei bambini, ma è stata firmata a novembre, non a fine marzo…). E la Diocesi di Verona, che non se la sente di appoggiare i pro-family, e fa un comunicato per dire che certi temi non meritano un linguaggio violento e ideologico.

Palazzo Chigi alla fine – dopo tutti i tiraemolla ufficiali – ha ritirato il suo logo alla manifestazione. Ma lo scontro di civiltà è una lama che attraversa anche il governo. I 5Stelle sono rigidi, Vincenzo Spadafora (sottosegretario alle pari opportunità) li definisce “fuori dal tempo”, Alfonso Bonafede (ministro della giustizia) annuncia leggi contro il femminicidio e del congresso WCF dice che “riporta le lancette dell’orologio della storia indietro di qualche secolo”, anche Giulia Grillo (ministra alla salute), che si definisce “fan della famiglia” si dichiara “totalmente distante e questa manifestazione, mi sembra fortemente ideologizzata”. E Di Maio: “chi si permette di dire che le donne devono stare in casa, come se fossero degli esseri inferiori, non appartiene assolutamente alla mia cerchia di amicizie e di frequentazioni”. E vada per i 5Stelle. E anche nella stessa Lega il Congresso è dirompente: contro il WCF si è dimesso il capogruppo consiliare della Lega al Comune di Verona, ma contro le tesi retrive e anti-divorziste protestano anche sindaci e consiglieri comunali eletti con il carroccio da Fano a Torino.

Una disputa come quella di Verona neppure nel “Nome della Rosa”, tra delegazioni francescana e papale: là era – pur nella fantasia di Umberto Eco – lo scontro tra due concezioni del mondo legate, l’una e l’altra, all’attualità storica. A Verona invece i pro-family sono arroccati su tesi che appartengono a una retorica del passato che nella realtà non è mai esistita; una idealità della famiglia che annulla i diritti di tutti, a partire dai bambini; che costringe la donna al ruolo di moglie-madre condannando il suo essere cittadina e lavoratrice; che nega la realtà Lgbt (l’omosessualità come malattia). In altri tempi li avremmo forse considerati come quelli che amano travestirsi con costumi d’epoca, caracollando con elmi ed alabarde di latta. Ma oggi sono loro che hanno, in questo nostro Paese, il potere di promuovere leggi come il ddl Pillon o di censurare i libri di scuola bollandoli come “gender”.

È la piazza, le strade, l’università di Verona che a fine mese si faranno baluardo, con un’altra Italia: la posta in gioco è troppo alta.