Contro gli imprenditori della paura dobbiamo riscoprire la politica

Il razzismo dei giorni nostri (e del nostro Paese) è strettamente intrecciato con il rifiuto e il disprezzo per la politica. E con l’affermazione che la politica è una cosa sporca e corrotta, che tutti i politici e i partiti sono uguali e che ci vuole un uomo forte (un capo, un duce, magari anche solo un capitano) capace di interpretare desideri e aspirazioni del “popolo”.

Questo atteggiamento sembra a molti una novità, una svolta. Non è così. Siamo di fronte alla riproposizione del vecchio che assume la veste del nuovo, a un conformismo che salvaguarda – come sempre e al di là delle apparenze – gli interessi forti e ripercorre strade già tristemente battute. Il successo, in varie parti del mondo e nel nostro Paese, di personaggi politici che si presentano come “uomini forti” utilizzando armamentari culturali macisti, misogini, xenofobi e omofobi, ricorda in modo sinistro l’ascesa del fascismo negli anni Venti, preceduta da un periodo di recessione economica e culminata negli orrori dell’Olocausto. La risposta a tutto ciò fu la Dichiarazione universale dei diritti umani, non a caso oggi delegittimata e vilipesa.

L’invocazione dell’uomo forte al comando è l’anticamera del fascismo. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del “popolo” e della “nazione” e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti. In un tempo in cui dominano le disuguaglianze, e le logiche economiche incombono sulle teste e sulle vite delle persone, è facile fare appello alle identità chiuse, ai confini fortificati e a concetti scientificamente infondati – e causa in passato di genocidi – come quello di razza. Non stiamo parlando di fenomeni folcloristici, di estremismi di facciata. Il fascismo non è una prospettiva incerta e fumosa ma un sistema che abbiamo conosciuto in passato, in Italia e in Europa, con sangue, guerre, deportazioni. I fascismi e i nazismi – come rivelano le loro stesse simbologie – sono ideologie aberranti e anche celebrazioni di morte. Bisogna diffidare di ideologie nostalgiche, che magari affascinano con parole d’ordine forti e piene di false promesse.

Un discorso analogo merita il populismo nazionalista. Certo, esso esiste perché il popolo è stato prima abbandonato da chi, per storia e tradizione, doveva stargli accanto. I populisti infatti, ingannano i cittadini, seducendoli con illusioni, dopo che i teorici di una libertà di mercato senza freni e correzioni (pensiero dominante anche a sinistra) li hanno abbandonati al loro destino. Il sistema economico dominante ha, dunque, enormi colpe. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustificano il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non ci si può isolare, ma occorre imparare a convivere e a condividere con maggiore equità e giustizia.

Le stigmate dei nazionalismi e dei fascismi che oggi percorrono l’Italia e l’Europa sono quelle di sempre: gli altri rappresentati come nemici, come minacce. Con la differenza, rispetto al passato, che oggi gli altri sono i migranti.

Lo so. Il fascismo che riemerge è il sintomo di una democrazia malata e di una politica che non serve più il bene comune. Eppure dalla politica occorre ripartire. Confesso di essere un po’ stanco di sentir parlare dì “popolo” e di “società civile” contrapposti alla politica.

Politica significa sentirsi responsabili del bene comune, fare la propria parte per difenderlo e per promuoverlo. È questo che, personalmente e come gruppo Abele e Libera, cerchiamo di fare da sempre, nella convinzione che l’impegno sociale non sia mai neutrale, né limitato alla sola solidarietà. Così, mentre pratichiamo l’accoglienza denunciamo le cause dell’esclusione e operiamo per eliminarle. Senza questa denuncia, infatti, l’impegno sociale rischia di assumersi una sorta di “delega della solidarietà”, perdendo la sua visione, la sua carica propulsiva e innovativa. Non più spina nel fianco del sistema, ma foglia di fico delle sue inadempienze. Da questa consapevolezza muove il nostro rapporto con la politica. Un rapporto schietto, trasparente, esente da servilismi e secondi fini: piena collaborazione con chi opera per il bene comune; opposizione e denuncia di chi se ne appropria o lo trasforma in privilegio.

Oggi la “peste” del rancore è diffusa, favorita dall’angoscia economica, dalla mancanza di lavoro, dall’assenza di opportunità e prospettive. L’immigrato – il “diverso” in genere – diventa così il capro espiatorio, come è accaduto in altri tragici momenti della storia. Ma una politica che, invece del ragionamento sensato, alimenta e sfrutta le paure, che spaccia illusioni invece di costruire speranze, è una politica che svende l’etica in cambio del potere.

A fronte di ciò bisogna avere il coraggio di parlare di disgusto, quel disgusto che risveglia le coscienze e le salva da una passività complice. I gesti e i segni sono importanti. Penso a quanto ci ha insegnato Danilo Dolci – sociologo, educatore e attivista della non violenza – e anche alle ribellioni di singoli, associazioni, persino sindaci contro disposizioni di legge disumane, crudeli e contrarie alla Costituzione. Ma poi bisogna organizzare il dissenso, trasformarlo in progetto.

Anche la politica più lungimirante e coraggiosa da sola può fare poco. Deve poter contare sul sostegno vigile dei cittadini, sulla loro coscienza critica, sulla partecipazione attiva e responsabile di ognuno. Una partecipazione che è insieme nostro diritto e dovere, prevista da quell’articolo 4 della Costituzione secondo cui “compito di un cittadino è concorrere con i propri mezzi alla realizzazione del bene comune”.
Oggi il patto di corresponsabilità tra cittadini, politica e istituzioni è in crisi. Da un lato c’è una politica lontana dalle persone, invischiata nei giochi di potere, in interessi privati e talvolta in affari illeciti. Dall’altro, un corpo sociale frammentato, troppi cittadini rassegnati o indifferenti, condizionati da un’informazione spesso manipolata e asservita a quei poteri cui dovrebbe fare da contrappeso.

Ma siamo ancora in tempo per imboccare un’altra strada: quella che tante realtà stanno costruendo sul piano sociale educativo e culturale. Stando vicino alle persone discriminate ed escluse, accompagnandole in percorsi di cittadinanza. E’ questa la chiave di volta del cambiamento. Si tratta di lavorare alla ricostruzione di un mondo dove la legalità e la prossimità, le regole e l’accoglienza, siano dimensioni non alternative ma complementari, facce di una medesima medaglia chiamata democrazia. E’ compito di una politica coerente con questa impostazione trasformare le paure in speranze, indicare orizzonti all’apparenza lontani, ma raggiungibili se accompagnati da testimonianze credibili e atti coerenti.

Dobbiamo contrastare gli speculatori e gli imprenditori della paura, i tanti che, in diversi ambiti, lanciano l’allarme e vendono soluzioni facili a problemi complessi. Dobbiamo farlo con gli strumenti della ragione e della conoscenza, con l’impegno costante e condiviso. La vera scommessa del nostro tempo si chiama interazione, che è un concetto più ampio e complesso di integrazione. Quest’ultima è asimmetrica: presuppone un soggetto che integra e uno che, integrato e assimilato, perde la sua specificità. L’interazione è invece orizzontale, reciproca. E’ scambio e arricchimento per tutti, base di una crescita culturale, sociale, economica.

E’ sempre il momento di mettersi in gioco, ma questo lo è in modo particolare perché la partita riguarda la nostra convivenza, la nostra civiltà, la nostra democrazia. Di qui l’inevitabilità dell’impegno politico il cui riferimento fondamentale non può che essere la Costituzione del 1948. A settant’anni dalla sua pubblicazione, essa attende ogni giorno di essere concretamente tradotta. Ma è proprio nella Costituzione che troviamo le istruzioni necessarie per costruire una società dei diritti, del lavoro, della dignità. E per archiviare i rigurgiti di fascismi e razzismi.

 

 

 

Questo testo è tratto dal libro

Luigi Ciotti

Lettera a un razzista del terzo millennio

Edizioni Gruppo Abele