Fca, rotta la trattativa con la Fiom. “Vogliono delegati robot”

A fari spenti. Nella tarda mattinata di martedì è arrivato, da Torino, in un comunicato firmato dalla segretaria generale della Fiom, Francesca Re David, l’annuncio dell’interruzione della trattativa tra le tute blu Cgil e le direzioni aziendali dei gruppi industriali Fca, Cnh Industrial e Ferrari, sul contratto. Trattativa comunque separata, come accade ormai dal 2010, l’anno in cui Marchionne decise, con il contratto collettivo specifico del gruppo, di uscire da Confindustria. Molto avanti invece il tavolo con Fim e Uilm, le organizzazioni firmatarie, vicine al rinnovo.

“Non ci sono le condizioni per proseguire la discussione”, ha scritto nella nota e poi ribadito  Re David ai microfoni di RadioArticolo1. Il punto su cui si è arenato il confronto è l’indisponibilità della controparte a negoziare il sistema di relazioni sindacali, a partire dalla figura dei delegati che, per il gruppo, dovrebbero essere meri garanti dell’intesa e senza alcun ruolo negoziale. Una visione inaccettabile per i metalmeccanici della Cgil che quanto meno, questa volta, sono riusciti a entrare nel merito delle questioni con la dirigenza, presentando la piattaforma discussa e votata da migliaia di lavoratori.

Restano fortissime le preoccupazioni legate al quadro complessivo della situazione nell’universo italiano di FCA. Un diluvio di ore di cassa integrazione si sta abbattendo su tutti i siti produttivi del Belpaese, compresi lo stabilimento storico di Torino, Mirafiori, e quello di Grugliasco, nella provincia. L’impiego di ammortizzatori sociali non solo va avanti, ma aumenta, nell’attesa dell’ennesimo rilancio promesso in autunno dal nuovo ad Mike Manley con l’annuncio di 5 miliardi di euro di investimenti, che adesso traballano, sembrerebbe, per le incertezze sulle vendite future legate all’ecotassa, al via in queste ore. Un déjà vu, che riporta tra le mura delle fabbriche l’eco di promesse lontane, di nuovi modelli, salari tedeschi e piena occupazione. Sappiamo poi come è andata a finire. E mentre il Lingotto continua inesorabile il progressivo spostamento del baricentro produttivo e di interesse economico finanziario verso il Nord America, come commenta la Fiom di fronte alla decisione di investire 4 miliardi e mezzo di euro nell’area di Detroit – con tanto di ringraziamenti twittati dal presidente Trump per i nuovi 6500 posti di lavoro in Michigan – il panorama di Torino appare sempre più lontano e nebuloso.  

A suonare la carica, mentre prepara le assemblee per informare i lavoratori, è Edi Lazzi, segretario generale Fiom di quella che un tempo era la capitale della Fiat. “È inaudito che il governo non convochi i vertici di Fca, che non pretenda di avere con loro un colloquio per ottenere chiarezza e fare pressioni a livello politico. Chi governa ha, per primo, la responsabilità di assicurare delle prospettive economiche al territorio, dato che l’industria dell’auto, con i suoi 180mila dipendenti, resta, malgrado tutto, la più grande e importante di questo Paese”.  All’ombra della Mole questo è l’undicesimo anno consecutivo di cassa integrazione e la 500 elettrica prevista dal nuovo piano industriale per Mirafiori sembra più “uno specchietto per le allodole – commenta con una battuta amara Lazzi – perché non potrà mai garantire il ritorno sulle linee di tutti gli addetti. La proprietà, la famiglia Agnelli/Elkann, visto che ce l’hanno un nome e un cognome, si prenda le sue responsabilità nei confronti dell’Italia e, in particolar modo, di Torino, visto che sono stati proprio gli operai, mandando avanti le fabbriche per generazioni, a garantire la ricchezza di quella famiglia. Aprano gli occhi e mostrino un po’ di riconoscenza, invece di continuare a spostare produzioni e prospettive altrove”.

 

QUI L’INTERVISTA A EDI LAZZI SU RADIO ARTICOLO UNO