Conte-Renzi, lite tra simili
Ognuno ha il terrore
di poter scomparire

Gli scontri tra Renzi e Conte andranno ancora avanti così, con finti colpi bassi, minacce scariche e ricuciture apparenti. La prescrizione, e le altre singole questioni programmatiche, pronte ad essere sfruttate per alzare il ditino del dissenso, il più visibile che si possa immaginare, c’entrano poco. Troppo uguali nella provenienza politica sono i due contendenti per poter accettare che uno emerga e l’altro appanni per sempre nella triste irrilevanza. Ognuno dei due litiganti spera che il vuoto, che da anni occupa stabilmente la politica italiana, sia propizio per acciuffare a lungo una carica inopinatamente ricoperta oppure per riemergere dopo le disavventure di un presunto leader carismatico che ha portato il suo partito nei pressi della distruzione.

Renzi sa bene che la capacità politica dell’avvocato del popolo è molto scarsa. Non si diventa presidenti del consiglio solo per grazia ricevuta e senza aver fornito alcuna prova di analisi politica, di lettura delle cose. E però, tanta pochezza politica, unita alla mancanza di attitudini proprie di uno statista, non lo rassicurano, anzi la fragilità evidente dell’inquilino di palazzo Chigi lo inquieta più di ogni altra cosa. La ragione del timore ancestrale è che le qualità effettive del politico sono oggi quasi irrilevanti nella competizione per l’assunzione dei ruoli apicali di governo. L’Impero ha Trump come comandante in capo. E il perfido Albione ha l’altro politico con i capelli rossi al timone per realizzare la grande fuga. In oriente al potere si trovano comici, provocatori d’ogni risma.Nella piattezza di questa interminabile stagione di bassa cucina politica, nell’italietta alla deriva Di Maio può pensare di stare alla Farnesina, e altre assolute controfigure indossare la maschera, in tempi migliori certamente poco congeniale, dell’uomo di governo.

In mezzo a una “nanopolitica” che non declina, un blog, una rete privata di influenza e qualche altare possono decretare il successo del professore qualunque. E’proprio per la patentata pochezza di Conte che Renzi si infastidisce come dinanzi a un rivale impari per la sua levatura. Riconosce che Scalfari ha pronunciato dei veri spropositi quando ne ha fatto prima la reincarnazione di Moro e poi l’erede di Napoleone. Ma il nodo,per il rottamatore, è che l’avvocato nasconde una attitudine insopportabile a galleggiare, a sopravvivere, a districarsi furbescamente nel chiacchiericcio. La sua forza, che lo rende digeribile agli strateghi di un governo di svolta europeista, dopo aver guidato supino l’esecutivo sovranista agli ordini di Salvini, è appunto connessa alla sua irrilevanza, alla sua adattabilità ad ogni situazione.La mancanza di idee, la carenza strutturale di leadership sono per Conte un attestato di benemerenza che lo mantiene in sella e lo proietta verso il sogno di scalate ulteriori.

Se l’avvocato ha nella volontà di lunga durata il compimento del proprio destino di uomo avviato agli alti colli, il rottamatore al contrario ha come missione quella di disturbare in continuazione la triplice alleanza senza mai però rompere sul serio il gioco. I temi sono semplici occasioni di baruffa, le cose non hanno importanza nel loro merito. Il giustizialista si traveste con gli abiti del garantista, l’antipolitico si mette i galloni di gran nemico del populismo, e ogni occasione è buona per piantare grane e mostrare di essere vivi. Solo mostrare, però.

Il rottamatore è così vivo e forte che ad ogni urlo e manifestazione di volontà di potenza segue la fuga con la coda tra le zampe come chi sa che se la situazione precipita verso il voto non prenderebbe un briciolo di rappresentanza. Solo se resta in piedi questo squinternato governo, da rendere ancor più paralizzato e inconcludente con ripetute imboscate e diserzioni, Renzi può sperare di affossare il Pd smarrito nei cunei del fisco e rimescolare così le carte. Per questo vota con la destra, fa da oppositore interno al governo, della cui nascita pure si assume la paternità, insomma gioca con tutti i mezzucci della guerriglia parlamentare,deve abbattere il Nazareno non più suo per riemergere. La resurrezione del giglio non più magico ha bisogno dello scalpo del Pd, che egli a distanza si augura sia travolto dal prevedibile fiasco dell’esecutivo dell’inesperienza. Provoca, dissente, si dedica a sparate continue e aspetta che da qualche parte giunga un giorno il grido che si leva dalle macerie: ridateci il rottamatore.