Conte come Monti?
Ma i partiti non nascono in laboratorio

I sondaggisti ci informano che un ipotetico partito di Giuseppe Conte otterrebbe, se si votasse oggi, tra il 12 e il 15% dei voti. Ci dicono anche che questa nuova forza politica sottrarrebbe consensi al Pd e al Movimento Cinque stelle e sembra che pescherebbe nel bacino degli indecisi e degli astenuti che in Italia è, da molti anni, abbastanza ricolmo.

L’interesse dei sondaggisti per la nuova, e per ora misteriosa, creatura politica intitolata al presidente del Consiglio nasce dal valzer dei retroscena che da qualche giorno impazza sui giornali. Quanto questi retroscena siano fondati e quanto inventati è difficile dirlo. Perché spesso, nel giornalismo italiano, il retroscena è figlio della mancanza di conoscenza della scena e qualche volta persino dall’assenza stessa di una scena. Per cui: vedremo. Anche perché troppo spesso ormai i sondaggi lasciano il tempo che trovano.

In attesa che il mistero si sveli, vorremmo però sommessamente dire al presidente Conte (che per ora smentisce in modo netto questa ipotesi: sarebbe folle, dice in alcune interviste) e a quanti eventualmente attorno a lui cercano di spronarlo a farsi una forza politica a propria immagine e somiglianza, che i partiti non nascono dal nulla, non sono il prodotto di un calcolo algebrico e nemmeno soltanto il risultato personale della volontà di un leader per quanto forte possa essere in quel momento. Un partito politico nasce per rappresentare degli interessi che si esprimono nella società, e quindi nasce se ci sono le condizioni storiche, politiche e sociali e se si crea quel substrato di idee e di passioni che deve muovere una forza politica. Nasce se ha la forza e il coraggio di interpretare, dal suo punto di vista, l’interesse generale. Nasce infine se ha un progetto politico per il Paese nel quale vuole agire. Per capirci:  nemmeno il Pci sarebbe nato né sarebbe diventato grande solo ed esclusivamente per la volontà di un leader così forte come fu Palmiro Togliatti. Dietro la nascita di quel partito, così come della Dc o del Psi, c’era altro, molto altro che era dentro le viscere della società.

Purtroppo in Italia dopo la fine dei grandi partiti che parteciparono alla nascita della Repubblica, si è insinuato un equivoco che tarda a morire: che i partiti possano nascere in laboratorio attraverso qualche formula azzeccata. Ma i partiti che nascono in laboratorio poi durano il tempo di un esperimento. Sono transitori proprio perché non rispondono a interessi precisi, di solito riescono a mettere insieme spinte diverse che sono difficilmente amalgamabili. In sostanza, poggiano le loro fragili basi sulla fragilità stessa del sistema politico del nostro Paese che, tra uno scossone e l’altro, non ha ancora trovato il suo equilibrio e una sua nuova maturità.

Per farla breve: Conte dovrebbe guardarsi bene dal fare la fine di Mario Monti che nel 2013, come si ricorderà, sfruttando la notorietà che gli diede il governo tecnico, si fece il suo partito e la sua coalizione mettendo insieme pezzi di ceto politico e professionale. Una mossa, non bisogna dimenticarlo, che ebbe l’unico effetto di contribuire a far naufragare il tentativo di Bersani di formare un governo, con tutte le conseguenze che sono ancora sotto i nostri occhi. Dopo qualche anno di quella storia non resta quasi nulla – tranne forse uno scalmanato Calenda che da allora ne ha cambiati diversi di partiti. Lo stesso Monti forse oggi nemmeno siederebbe in Parlamento se non fosse stato nominato senatore a vita.