Epidemia,
contagi
in deroga

A intralciare i pensieri ottimisti di chi si aspettava una tranquilla (insomma, tranquilla nei limiti consentiti) estate italiana, stanno spuntando diversi focolai Covid. Con orgoglio nazionale applaudiamo il manager vicentino che ha sventagliato germi qua e là andandosene in giro con 38 di febbre: sale indiscutibilmente sul gradino più alto del podio stringendo il premio più italiano che ci sia, il “Me ne fotto Award”. E le immagini di spensierata movida lungo tutta la penisola parlano da sole. Ma diverse micce le hanno accese pure cittadini extra Schengen, arrivati/tornati qua da Paesi a rischio o dotati di reti sanitarie e di tracciamento più approssimative della nostra, dalla Moldavia al Bangladesh all’America Latina.

Uomini e donne che nella quasi totalità non si sobbarcano un lungo viaggio per visitare la Fontana di Trevi dopo una comoda notte all’Hotel de Russie, vengono in Italia per lavorare, spesso su preciso invito, e molto spesso sono costretti a vivere in condizioni precarissime di alloggiamento, senza dimenticare le falle nei controlli e nelle verifiche che tutto si svolga in condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro. Nel caso dei bengalesi di Roma e delle preoccupanti positività riscontrate, la loro comunità ha mostrato subito uno scatto collaborativo, che ricorda molto la correttezza estrema dei cinesi “Italiani”, quantomai ligi durante il lockdown (a differenza dei capataz dell’establishment di Pechino, con le annesse gravi responsabilità sui ritardi nell’allarme Covid). Quanto al governo ha promesso (con molto senno di poi) più attenzione sui voli dai Paesi a rischio.

La falla nel decreto

Circa l’ingresso in Italia da Paesi extra-comunitari, l’articolo 4 del Decreto presidenza Consiglio dei Ministri dell’11 giugno prevede norme molto severe, si devono dichiarare i motivi del viaggio, fornire l’indirizzo dove si passeranno i 14 giorni di sorveglianza sanitaria e isolamento fiduciario, senza tralasciare, nel caso, di comunicare con che mezzo privato verrà raggiunto. Maglie strette. C’è da stare tranquilli? Si faranno verifiche? Tutte quelle necessarie no di sicuro, però qualcuno potrebbe essere sanzionato. Un rischio che il legislatore… non si sente di correre, infatti nel decreto spuntano all’orizzonte due delle parole più abusate dai legislatori della Repubblica Italiana: “in deroga”.

È così. In deroga a quanto previsto dall’articolo 4 ed esclusivamente per le “motivazioni di cui all’articolo 1, comma 4, del decreto legge numero 33 del 16 maggio 2020”, cioè “comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”, a chi entra in Italia da paesi extracomunitari o assimilati vengono concesse 120 ore senza alcun obbligo di quarantena (si vede che scrivere “cinque giorni” era troppo chiaro). Una latenza che può risultare pericolosa, come è facile intuire. Naturalmente passate le 120 ore i cittadini stranieri dovranno “lasciare immediatamente il territorio nazionale” oppure, se non lo fanno, iniziare la quarantena e gentilmente avvertire per telefono se hanno qualche sintomo del Covid.

Certo, vanno al lavoro in pizzeria, nei campi, al macello per cinque giorni e poi – forti del loro potere contrattuale – salutano e passano alla quarantena, sicuri di riprendere il loro posto a fine isolamento. Già ce li immaginiamo con lo smartphone in mano, terrorizzati dalla possibilità che gli occhiuti tallonatori dei nostri dipartimenti di prevenzione li colgano in fallo. Abbiamo un decreto severissimo, di suo difficilmente applicabile ed ecco subito pronta una deroga.

Qualche volta, davanti alla legge, c’è anche il fai-da-te. Prendiamo quell’ormai famoso manager vicentino. A un certo punto, abbastanza malconcio, era andato a farsi vedere in ospedale, era risultato positivo al tampone ed era stato invitato a farsi ricoverare. Roba da classico Tso, trattamento sanitario obbligatorio. Ci mancherebbe, il governo sta studiando come ovviare, verificando come e quando si può arrivare al Tso in casi pandemici etc (materia ovviamente già oggetto di leggi che sembra non bastino mai). Lui se l’è cavata con una parola sola: “No”.