Un condominio in black out e Cassola, pagine per la nostra vita sospesa

Domanda d’attualità, magari futile, ma ragionevole, tanto per tirarsi su il morale: come passi il tempo? Guardo la tv, con moderazione, scollinando di canale in canale alla ricerca dell’ultima opinione, passo l’aspirapolvere, telefono, controllo i messaggi. Nelle ore libere leggo. Chiedo pure consigli di lettura. I best sellers del momento sono i Promessi sposi e la Peste di Camus. Ovvio.

I mostri del Condominio

Qualche volta suggerisco io, ad esempio Condominio di Ballard, tanto per mettere in guardia. Il condominio è un gigantesco grattacielo, “città verticale con i suoi duemila abitanti inscatolati nel cielo”, universo chiuso, con il privilegio dell’autosufficienza, rigorosamente classista di piano in piano, i più ricchi in alto negli appartamenti di maggior prestigio. Al primo contrattempo (un black out di poche decine di minuti), in questo paradiso residenziale, un modello imitato, si manifestano invidie e rivalità, si scatenano gli umori peggiori, si innescano ostilità e rivalse, di scala in scala, si studiano assalti, si alzano barricate, alla fine si spara… E’ la guerra. La convivenza in clausura genera mostri…

Un amico invece mi ha segnalato Tucidide e la Guerra del Peloponneso, proponendomi un brano che trascrivo: “Non erano passati ancora molti giorni da quando costoro erano giunti in Attica, che la pestilenza cominciò a sorgere in Atene; si dice sì, che essa prima fosse scoppiata in molte località, a Lemno e in altri paesi, tuttavia un tale contagio e una tale strage non erano avvenuti in nessun luogo a memoria d’uomo. Non bastavano a fronteggiarla neppure i medici i quali, non conoscendo la natura del male, lo trattavano per la prima volta, anzi loro stessi morivano più degli altri, in quanto più degli altri si accostavano al malato, e nessuna altra arte umana serviva contro la pestilenza. Tutte le suppliche fatte nei luoghi sacri e ogni rivolgersi ai vaticini e a cose del genere risultarono inutili e alla fine gli uomini abbandonarono questi espedienti, sopraffatti dal male…”. (Per la storia: Tucidide contagiato si salvò, morì Pericle).

Un ritratto essenziale nel quale ci potremmo ritrovare: il mistero del morbo che viene da lontano, la debolezza delle nostre conoscenze, l’eroismo dei medici, l’inutilità degli esorcismi, delle messe cantate di vario genere. Mi colpisce la prosa, essenziale, pulita, da autentico cronista. Splendida.

La casa di via Valadier

Di splendida prosa, a proposito di riscoperte, grazie a queste situazioni assai particolari, mi è sembrato anche un libro che ho trovato per caso in un book crossing di paese: La casa di via Valadier di Carlo Cassola. Un’edizione nei Nuovi Coralli Einaudi, data: 1971, la prima nei Coralli, curati da Pavese, nel 1956, volume numero sette dopo Thomas Mann (La morte a Venezia), Primo Levi (Se questo è un uomo), Italo Calvino (Il barone rampante), Cesare Pavese (La bella estate), Alberto Arbasino (Le piccole vacanze), Natalia Ginzburg (Le voci della sera).

Mi sembra che Cassola appartenga alla schiera dei dimenticati della letteratura italiana del Novecento, del dopoguerra, come tanti altri, come Bassani, Bilenchi, Tobino, Lalla Romano, come i poeti (Caproni, Penna, Zanzotto, Giudici…), malgrado il considerevole successo di un suo romanzo almeno, La ragazza di Bube, trasposto in un film da Luigi Comencini (con la bellissima e giovanissima Claudia Cardinale).

Cassola scrisse La casa di via Valadier nei primi anni cinquanta, ritratto di ambienti familiari di cultura socialista, prima e dopo la caduta del fascismo, prima e dopo la guerra, padri, madri, figli, amici, politici di professione, artigiani, militanti anonimi ed altri pronti alla carriera, intellettuali frustrati, scrittori delusi. Un piccolo mondo, i cui sentimenti Cassola sa narrare senza indulgenza, senza compiacimenti, con crudezza, con onestà, tra moralità e immoralità, opportunismi, contraddizioni, tradimenti, qualunquismi.

Cassola ci restituisce i tanti volti di quei momenti, di quegli anni. La sua attenzione è rivolta a quella che si può definire opposizione o che si può definire sinistra, socialista o comunista, fissando le persone con le loro debolezze, senza cedere ai miti e alla retorica. Viviamo con quelle persone la storia vera, la storia che spiega tanto del fascismo e della nascita della nostra incerta democrazia. Una immagine: dopo la guerra in via Valadier si scopre la lapide di un dirigente socialista morto durante il fascismo, poche parole in fretta, indifferenza, presenze formali, la memoria che se ne va con le passioni, anche le più nobili, rapidamente accantonate.

I nostri bollettini di guerra

Quel ritratto di un mondo non è invecchiato e ci trasmette pure qualcosa per il nostro coronavirus. Tra i protagonisti del romanzo, incontriamo l’avvocato Franzoni, cognato del socialista ricordato dalla lapide, padre di Leonardo, che in tempi di pace diventerà giornalista dell’Avanti, incaricato peraltro di scrivere per il giornale di quella mesta cerimonia. L’avvocato da timido socialista transiterà nel partito fascista, una tessera – chiarirà la vedova – per necessità. Negli ultimi mesi di vita (morirà alla caduta del regime), lascerà il lavoro, si chiuderà in se se stesso, solitario in casa, un solo inderogabile impegno: ascoltare alla radio tutti i bollettini di guerra, uno in fila all’altro, non perdere una avanzata, una gloriosa vittoria, una astuta ritirata tattica. Ogni giorno per l’avvocato gli stessi appuntamenti: con i radiofonici bollettini di guerra.

Ci capita lo stesso: ogni giorno, chiusi in casa, ad ascoltare i nostri bollettini di guerra (che poi guerra non è: le metafore sono pericolose), ogni conferenza stampa di Borrelli e Brusaferro, ogni messaggio del presidente del consiglio, contando ogni giorno i morti, i contagiati, i resuscitati, le sconfitte, le speranze.