Bonomi guarda al passato. Ora una nuova stagione di contratti

Confindustria vuole tutto per non dare niente. Bonomi dice che non vuole fare i contratti nazionali e mette sul tavolo la pistola del milione di licenziamenti. E’ un atteggiamento grave, su cui noi abbiamo tutta l’intenzione di reagire se non ci sarà un cambio da questo punto di vista. Perchè è chiaro che il tema non è che se le cose non vanno bene si fanno i licenziamenti. I licenziamenti sono una scelta, significa che le risorse non si mettono per migliorare la produzione e le condizioni di lavoro ma si mettono solo sui profitti, astratti dal resto del Paese. Questa non è una ricetta innovativa ma di restaurazione e quindi non credo che noi potremmo accettare una ricetta di restaurazione che non fa bene nè ai lavoratori né al Paese.

Nel corso dell’emergenza dovuta alla pandemia del Covid-19 le modalità con cui Confindustria è intervenuta sono state totalmente inadeguate; mentre le delegate e i delegati nelle fabbriche hanno dato una grande prova, hanno avuto il ruolo straordinario di aver saputo rimettere al centro il lavoro e le persone. Le linee guida per la sicurezza nelle fabbriche sono il frutto del loro prezioso lavoro.

Noi oggi dobbiamo rovesciare di nuovo la legislazione e rimettere al centro il lavoro e le persone, per una società più giusta. Dobbiamo difendere e rilanciare il ruolo della contrattazione, a partire dal contratto nazionale dei metalmeccanici.

Lo Stato deve riprendere un ruolo importante in termini di politiche industriali, di investimenti pubblici: che facciano da volano agli investimenti privati e che quindi scelgano quali sono gli asset strategici di questo Paese, coniugando ambiente e sviluppo, cosa che invece non si fa più perché non c’è un tavolo sulle politiche industriali. In Francia il governo è dentro alle imprese più importanti e in Germania ci sono tavoli permanenti con le parti sociali. In Italia non è così.

Sono settimane che chiediamo tavoli sulla siderurgia, sull’elettrodomestico, sull’automotive e non abbiamo risposta alcuna. Non è possibile pensare che il sindacato si occupa della cassa integrazione e dei licenziamenti, mentre le politiche industriali si fanno con le imprese. E’ una logica inaccettabile.

L’industria italiana è fragile per gli attacchi allo Statuto dei lavoratori degli ultimi anni, che hanno contribuito a precarizzare e frammentare il lavoro. Non è possibile prescindere dal rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, come vorrebbe Confindustria. Altrimenti si impoveriranno ulteriormente le persone. Serve un contratto sociale tra lo Stato e le parti sociali per rilanciare l’industria e l’economia e per rimettere al centro il lavoro e le persone.

Tutto il rapporto tra territorio, ambiente e produzione – un tempo centrale – è lasciato oggi a vie del tutto casuali. La responsabilità di questa situazione ritengo sia in primo luogo dello Stato e della politica: che hanno smesso di svolgere appunto un ruolo di mediazione di interessi diversi e di far rispettare alle imprese il vincolo, previsto dalla Costituzione, di avere responsabilità sociali, che significa avere responsabilità sia verso le persone che verso il territorio.