Anche l’acqua
è un “regalo di Stato”
per gli amici degli amici

Regali di Stato. Agli amici. Agli amici degli amici. A costi più che ridicoli. Grave, gravissimo. Ma ancora peggio quando si tratta di un bene collettivo, prezioso come è l’acqua, data in uso ai privati come al mercato del pesce nell’ultima mezz’ora dalla chiusura. Ma ancora peggio quando ci si dimentica di quel bene, cosa che un buon padre di famiglia non farebbe mai, e lo si abbandona nelle mani del privato, come a lavarsene le mani, senza controlli, senza verifiche, senza tutelarlo dalle sciatterie di chi lo usa. D’altronde è questa la piega sinistra che in Italia hanno preso le liberalizzazioni.

Laddove nel mondo hanno significato un salto di qualità nell’offerta di servizi grazie all’ingresso di gruppi privati, nel nostro Paese hanno aperto un mercato delle vacche per gli amici di Governo che si sono accaparrati, con contratti più che accomodanti, i gioielli di famiglia dello Stato italiano. Concessioni siffatte, hanno mostrato la corda già da tempo, evidenziando le mancanze pubbliche e le carenze di chi le gestisce. Succede per le strade, per le spiagge, per l’energia. E per l’acqua. Dare questo bene a un costo irrisorio, in uso ai privati per imbottigliarlo ha significato generare un notevolissimo business economico per le aziende, da cui lo Stato ricava 2 euro ogni 1000 litri di acqua imbottigliata. Canoni estremamente bassi, fermi al secolo scorso, perfino in aree dove vi sono difficoltà di approvvigionamento idrico.

Lo dice un Rapporto di Legambiente e Altroconsumo dello scorso aprile, che evidenzia come le ditte produttrici pagano solo in funzione degli ettari dati in concessione e non dei volumi prelevati per l’imbottigliamento, invece di applicare anche in Italia quello che le normative europee ci chiedono da tempo, ovvero un sistema di tassazione “ambientale” per tutte quelle attività che nel loro svolgimento causano un impatto sul territorio e sulle risorse naturali. Un altro Rapporto, sempre degli inizi del 2018, pubblicato dal Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia, rileva che l’acqua minerale continua ad essere un grande affare per i colossi, ma forse non per lo Stato. Secondo il documento del Mef sulle concessioni relative alle acque minerali e termali (295 concessioni censite e rilasciate a 194 concessionari per l’acqua minerale e 489 per le acque termali a 418 concessionari), per ogni euro speso per i canoni di concessione dalle società dell’imbottigliamento i ricavi sono stati di 191,35 euro, mentre i guadagni per le pubbliche amministrazioni (Regioni, Province ordinarie e autonome, Comuni) sono stati di 18,4 milioni di euro, ossia lo 0,68% del fatturato del settore che nel 2015 è stato di 2,7 miliardi di euro in base ai dati Mineracqua su stime Bevitalia. Una discrepanza assurda tra spesa e introito effettivi delle aziende del settore. Il dato più sconcertante riguarda quello del canone di concessione stabilito autonomamente dalle Regioni: 1 millesimo ogni litro d’acqua.

Ma non basta. Infatti, se a questo aggiungiamo le cifre del giro d’affari generato da quello che è uno dei beni più preziosi al mondo, la situazione assume i contorni del grottesco: 2,8 miliardi di euro, per una spesa complessiva di 12 milioni di euro, con una differenza di 2,780 miliardi. Ma noi cittadini, proprietari effettivi del bene acqua, traiamo beneficio da questa liberalizzazione? Se le aziende pagano alle Regioni, in media, un millesimo a litro d’acqua, noi cittadini sborsiamo un importo 250 volte maggiore al momento dell’acquisto dentro i supermercati o in qualunque altra attività commerciale di una bottiglia contenente un litro d’acqua. Cara ci costa la possibilità di bere acqua di buona qualità!

Ma nemmeno questo ci è garantito perché l’acqua in bottiglia non è di per sé garanzia di bontà: il 90 per cento di acqua viene conservato in bottiglie di plastica, nonostante da anni l’Unione Europea si batta per eliminare progressivamente questo materiale inquinante. E non è tutto, visto che oltre alla questione ambientale si aggiunge anche quella strutturale: su 100 litri d’acqua immessi, il 40 per cento viene disperso, senza poi essere recuperato. Se aggiungiamo che in vaste aree del Paese l’acqua che sgorga dai rubinetti è di pessima qualità, se non addirittura non potabile per diversi mesi dell’anno, la conclusione è che i cittadini che attraverso lo Stato concedono l’uso del loro bene più prezioso ed esauribile, sono gli unici gabbati da un Pubblico che permette guadagni esorbitanti ad aziende private a fronte di ricavi irrisori e di controlli inesistenti sulla qualità dei beni che concede. Ma… chi trova un amico trova un tesoro!