Con Salvini entriamo nella Controeuropa

Un anno fa il consiglio comunale di Budapest decise, con i voti dell’estrema destra e di Fidesz, il partito di Viktor Orbán, di rimuovere la statua di György Lukacs dal parco cittadino di Santo Stefano. Come marxista ed ebreo, o se volete ebreo marxista, il filosofo non rappresentava – si disse – i valori patriottici e religiosi dell’Ungheria di oggi. Se a rappresentare lo spirito del tempo che aleggia di questi tempi su Budapest servisse proprio un filosofo, allora bisognerebbe scegliere piuttosto Carl Schmitt, il giurista tedesco di origine cattolica che fornì le basi teoriche alla dottrina del potere nazista. È assai dubbio che gli attuali governanti magiari decidano di celebrare con una statua un pensatore straniero, per di più conterraneo dell’odiata Frau Merkel, ma la definizione del rapporto tra legalità e legittimità come la presenta il pensiero di Schmitt si presenta come il paradigma perfetto del populismo che i capi di Budapest praticano, insieme con i colleghi e sodali del cosiddetto gruppo di Visegrad.

Che cosa teorizza Schmitt? Detto con molta approssimazione, la sua tesi è che la legittimità, cioè il potere consacrato da una grande adesione popolare, sia preminente sulla legalità, cioè sugli ordinamenti consolidati, le costituzioni degli stati e anche il diritto internazionale. Il leader scelto dal popolo, che agisce in suo nome, non deve obbedire ad altri che al popolo e quindi a se stesso. Questa teoria, che è l’essenza (più o meno consapevole) del populismo, ha trovato una sua sistemazione adattata ai tempi nel concetto della “democrazia illiberale”, che dalle pianure sarmatiche e le regioni danubiane sta scendendo verso di noi. Una immigrazione illegale – questa sì – se non ancora nelle parole certo già nei fatti.

Quando Salvini minaccia di togliere la scorta a Roberto Saviano come se avesse lui il potere di decidere, invita la guardia costiera ad ignorare gli Sos o dichiara la chiusura dei porti ai salvataggi infischiandosene del diritto marittimo internazionale, ritiene di farlo nel nome e per conto del popolo che lo ha eletto e lo proclama: gli italiani hanno detto basta e per questo hanno eletto noi. Il ragionamento fa molte grinze, e la prima è che per quanto il consenso ai partiti che hanno avuto più voti alle elezioni sia in costante e forte crescita esso è ben lungi da costituire una maggioranza. Per dire: Mussolini, Hitler, o (se preferite) Stalin fondarono la loro pretesa legittimità su plebisciti vinti con schiaccianti maggioranze, cosicché potevano certamente dire che il popolo era con loro. Ammettendo pure che Lega e 5Stelle si avvicinino al 60% di quelli che nei sondaggi dichiarano il proprio voto, rappresentano insieme una netta minoranza di tutti i potenziali elettori, cioè dei cittadini. Una parte del “popolo” è certamente con loro, ma non possono dire che il popolo è con loro. È una questione sulla quale dovrebbero fare chiarezza i democratici e i responsabili che si oppongono alla deriva verso la democrazia illiberale. Non bisogna soltanto combattere gli illiberali e gli irresponsabili: bisogna anche, forse soprattutto, mobilitare gli scontenti e gli indifferenti.

Ed è una questione che non nasce con le vampate populiste che hanno prodotto l’attuale governo italiano. Per guardare solo dentro i confini del nostro paese, anche Silvio Berlusconi coniugava a suo capriccio il rapporto tra legittimità e legalità sostenendo, ad esempio, e facendo teorizzare ai suoi, che i giudici non erano democratici perché non rispettavano l’inviolabilità del Capo consacrato dagli elettori. E qualcuno non mancherà di aggiungere che questo difettuccio ha albergato, eccome, anche nel centrosinistra quando il suo capo d’allora voleva far fuori corpi intermedi e strutture di mediazione tra i cittadini e il potere.

La novità è che questo travisamento del principio della legittimità ha trovato, da qualche tempo a questa parte, fortissimi fattori di consolidamento. Il primo è la vittoria di Donald Trump in America. In nome del “suo” popolo il presidente degli Stati Uniti sta attaccando il tessuto della legalità internazionale, sul piano dei rapporti commerciali scatenando la guerra dei dazi al grido di “America first”: prima il popolo, ovviamente quello americano. E sul piano del sistema di relazioni mettendo la NATO in una serissima crisi virtuale della quale (colpevolmente) gli alleati europei sembrano ancora del tutto inconsapevoli.

 

Il secondo fattore è che in Europa intorno al principio, alla filosofia della democrazia illiberale si sono aggregati non soltanto partiti e movimenti politici, ma prima centri di potere, poi pezzi di stato, quindi stati con le loro istituzioni e infine una specie di “Internazionale del sovranismo” che non è più limitata al gruppo di Visegrad, ma comprende ormai l’Austria e potenzialmente la Baviera, esercita attrazione sui Balcani orientali e si spinge, più lontano, fino alla Turchia. Il sovranismo era un concetto ancora fumoso, una sorta di nazionalismo alla ricerca di nemici nelle istituzioni europee nelle elucubrazioni di Marine Le Pen e negli ingenui entusiasmi dei tardofascisti italiani, ma ha trovato, per così dire, una patria ed è diventato il cemento ideologico di un insieme di paesi e regioni che in modo sempre più chiaro e consapevole si propongono come una Controeuropa rispetto a quella di Bruxelles.

Risparmiamoci le recriminazioni su quanto ha sbagliato l’Europa “vera”, l’Unione, nei confronti di questo trend distruttivo. Jacques Delors, Romano Prodi, Giorgio Napolitano erano dalla parte della ragione e della Storia quando posero il problema del “ritorno” in Europa di paesi che ne erano stati il cuore e che la divisione del mondo in due campi aveva consegnato all’impero sovietico. Chi è venuto dopo però ha sottovalutato gravemente gli effetti che il liberismo dilagante e istituzionalizzato come dottrina avrebbe prodotto sul tessuto sociale di quei paesi e le pulsioni nazionalistiche che andavano riemergendo dopo i decenni di letargo sotto il dominio di Mosca.

Quando Viktor Orbán, convertito dal radicalismo libertario di quando studiava finanziato dalla fondazione di Soros (pensate un po’) al conservatorismo autoritario, arrivò al potere e cominciò a stravolgere la Costituzione democratica, mise sotto tutela la Banca Centrale e poi la magistratura, limitò la libertà di stampa, le istituzioni di Bruxelles tardarono colpevolmente a reagire, anche per un sordido interesse di bottega del PPE, determinatissimo a tenere nelle proprie file Fidesz, il partito del padre padrone per non mettere a rischio la risicata (allora) maggioranza nel Parlamento europeo. Ora con la legge che manda in carcere chi aiuta gli stranieri e che è stata chiamata “legge Soros” a testimonianza della patologica ossessione dell’establishment ungherese nei confronti del magnate filantropo d’origine ungherese, il regime ha definitivamente passato il segno, ma ormai il gruppo che Orbán volle far nascere nella città ungherese dal nome cèco di Visegrad è una costruzione abbastanza solida da tenerlo in piedi. La minaccia dell’applicazione dell’articolo 7 del Trattato europeo, che disporrebbe la sospensione per i paesi che violino i fondamentali diritti democratici, non funziona più perché c’è almeno un altro paese, la Polonia, che farebbe valere il proprio diritto di veto contro la procedura contemplato in un soprassalto di garantismo autolesionista dagli estensori del Trattato.

Il partito che domina il governo della Polonia, Diritto e Giustizia (PiS) non è nel PPE, ma nei confronti dei suoi dirigenti, Jaroslaw, il superstite dei terribili gemelli Kaczynski, la premier Beata Szydlo e il presidente della Repubblica Andrzej Duda, Bruxelles è stata quasi altrettanto corriva. Piacevano le misure di liberalizzazione economiche, era apprezzato l’entusiasmo con cui Varsavia s’impegnava nel progressivo coinvolgimento strategico nella NATO in funzione di contrasto all’eterno nemico russo, si approfittava largamente delle facilitazioni offerte agli investitori occidentali. E non ci si accorgeva delle misure sempre più illiberali che il governo imponeva nel controllo della magistratura, nel controllo dei giudici della Corte costituzionale, nella limitazione della libertà di stampa, nel clima soffocante imposto al mondo della cultura. Quando è arrivato lo shock, l’approvazione dell’aberrante decreto governativo che punisce per legge chi osa sostenere che in Polonia ci siano, e ci siano stati, fenomeni di antisemitismo, la rivolta dell’Europa civile c’è stata e s’è sentita anche a Bruxelles. Ma ormai era troppo tardi.

La Cechia del “Trump di Praga” Andrej Babis, l’imprenditore stile-Berlusconi che ha vinto le elezioni lo scorso autunno, è avviata sulla stessa strada, anche se la frammentazione politica del paese rende forse più difficili le misure autoritarie adottate a Budapest e a Varsavia nel controllo della magistratura e dei media. E a completare il quadro del gruppo di Visegrad resta la Slovacchia, a capo del cui governo, socialista nel nome ma molto poco nei fatti, c’è Peter Pellegrini, scelto come proprio successore da Roberto Fico, travolto dallo scandalo seguito all’uccisione del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata. Kuciak indagava sui legami del potere con la ‘ndrangheta calabrese.

Per completezza d’informazione, in fatto di paesi della democrazia illiberale in Europa, bisognerebbe parlare dell’Austria del premier Sebastian Kurz, democristiano alleato con l’estrema destra della FPÖ, della Russia di Putin, della sua nemica giurata Ucraina, della Bielorussia, delle Repubbliche baltiche, della Turchia di Erdogan. E forse della Baviera dove il capo della CSU e ministro dell’Interno Horst Seehofer spera di sottrarsi alla disfatta elettorale per opera dei razzisti xenofobi di Alternative für Deutschland ricattando Angela Merkel sui migranti e dando il suo notevole contributo alla tremenda, e pericolosissima, confusione che regna sull’argomento in Europa.

Siamo entrati anche noi, con il governo dei populisti di casa nostra, nella Controeuropa della democrazia illiberale? Da certe orribili affermazioni che si sentono in queste ore in materia di migranti si direbbe proprio di sì. E quello dell’emigrazione non è che uno dei temi sui quali l’Italia, paese fondatore dell’Europa, potrebbe scappar via per la tangente, forse dalle istituzioni e certamente dal sistema dei valori dell’Unione così come la conosciamo oggi. Le previsioni sono abbastanza buie. Se c’è una ragione di speranza sta nella fiducia nella logica della Storia. I nazionalismi sono e non possono essere altro che nemici l’uno dell’altro. Il gruppo di Visegrad e tutta la vasta porzione del continente che si sta ripiegando sui propri minimi interessi particolari possono continuare a vivere senza che scoppi la guerra di tutti contro tutti – sugli interessi commerciali e sui dazi, sulle minoranze linguistiche, sui rapporti economici con il resto del mondo – solo perché l’Europa, tanto disprezzata, c’è ancora. E, va detto anche questo, paga il conto.

Forse per evitare che l’Italia scivoli nella Controeuropa dovremmo fare un grandissimo sforzo per far capire a tutti come sarebbe l’Europa se l’Europa non ci fosse.