Con Moro nel pozzo
dei misteri italiani

Le Brigate rosse fotografano Aldo Moro con una polaroid. Il prigioniero, in camicia bianca slacciata, appare in una postura triste, fatalista, anche se dall’ultimo fondo del fondo del fondo degli occhi – che sono mediterranei, occhi di potere praticato con disillusione sulla natura umana – viene un lampo debole di liquido sarcasmo. Aldo Moro è pugliese, nato nel paese di Maglie (Lecce), nell’estrema periferia dell’Italia. Dopo il suo omicidio, migliaia di vie e piazze sono state intitolate a suo nome. Nel paese natale è stata eretta una statua: un uomo pensieroso che nella tasca della giacca tiene ben visibile una copia del quotidiano l’Unità. La polaroid scattata dalle Brigate rosse nel cubicolo di via Montalcini non riesce a cancellare i suoi occhi liquidi. Il sacrilegio ricorda i sultani che era proibito ritrarre, con l’unica eccezione del volto, anche quello enigmatico e sfocato, che il veneziano Gentile Bellini ebbe il permesso di mettere sulla tela.

Nei 55 giorni di reclusione nella “prigione del popolo”, Aldo Moro scrive a mano un centinaio tra lettere e messaggi e circa quattrocento pagine di memoriale in risposta alle domande generiche e svogliate che Mario Moretti gli fa sulle malefatte della “mafia democristiana al soldo del Sim” (Stato Imperialista delle Multinazionali, ndr). È un prigioniero molto quieto. Non piange e non si dispera, non è aggressivo, non urla, non cerca di fuggire o di suicidarsi. Anna Laura Braghetti, una ragazza romana di 25 anni, gli compra il cibo al supermercato (molti anni dopo, nella sua autobiografia, si lamenterà del fatto che le Brigate rosse, nonostante lei avesse tenuto regolare scontrino di tutta la spesa, non l’abbiano mai rimborsata).

La prigione di Moro, che nessuno disturberà mai nei 55 giorni del rapimento, è posta in un’elegante casa del quartiere della Magliana a sud della capitale. Solamente otto anni prima era ancora un canneto, un avvallamento ristretto intorno a un’ansa del Tevere sotto il livello del mare, trasformato in agglomerato urbano che copre 25 ettari, in soli cinque anni. A finanziare l’enorme speculazione edilizia il costruttore Danilo Sbarra, il Banco Ambrosiano di Milano, il capomafia di Palermo Pippo Calò. Qui si è radicata una “banda” criminale che agisce in tutta Roma dirigendo usura, traffico di eroina, bische, estorsioni, sequestri di persona. I capi della “banda della Magliana” abitano a una distanza che varia dai cento ai duecento passi da via Montalcini. L’arsenale centralizzato della banda è invece situato in una sede distaccata del ministero della Sanità in via Liszt, tredici minuti a piedi da via Montalcini a passo tranquillo. Una rete di sicurezza messa in atto dalla banda è in grado di segnalare chiunque possa pensare di infiltrarsi nel suo territorio.

“Comunicato n. 7. Oggi 18 aprile 1978 si conclude il periodo “dittatoriale” della Dc che per ben trent’anni ha dominato con la logica del sopruso. Il cadavere di Aldo Moro si trova nelle acque limacciose del Lago della Duchessa, a 1800 metri d’altezza, in località Cartore, provincia di Rieti”. I telegiornali mostrano sommozzatori muniti di scafandro che si immergono nell’acqua dopo aver fatto saltare con le mine una spessa lastra di ghiaccio. Anche il prigioniero viene messo al corrente, e scrive: “È una macabra grande edizione della mia esecuzione”. A fabbricare il falso documento, su richiesta dei servizi segreti italiani è Toni Chicchiarelli, un ottimo falsario di quadri, che aderisce alla banda della Magliana. Una commessa che svolge volentieri. Alcuni anni dopo, Toni Chicchiarelli farà sapere di saperla molto lunga sulla prigionia di Moro, produrrà polaroid con il prigioniero scattate in via Montalcini ma, purtroppo per chi cerca la verità, finirà ammazzato.

Roma-Palermo, 9 maggio 1978.

La mattina i giovani brigatisti invitano il presidente della Dc a rivestirsi con la grisaglia che indossava il 16 marzo, il giorno che avrebbe dovuto segnare la svolta storica della politica italiana. Viene portato in un garage e fatto accomodare nel bagagliaio di una Renault 4 di colore rosso. Gli sparano Mario Moretti, Prospero Gallinari e Germano Maccari. Poi la macchina si muove con il cadavere nel centro storico di Roma. Uno dei medici legali che vedrà il cadavere dirà: “Aveva un’espressione trasognata”.

Nella notte precedente, nel piccolo e sconosciuto paese siciliano di Cinisi, Cosa Nostra rapisce il giovane Peppino Impastato, “quello che mancava di rispetto”. Lo uccidono e lo depositano sui binari della ferrovia. I carabinieri lo trovano la mattina e comunicano la morte di un terrorista rosso, mentre stava per compiere un attentato.

(Enrico Deaglio, “Patria”, 2009)