Con Lega e 5 stelle non manovre trasformiste
ma analisi differenziate

È dal 4 marzo 2018 che molti esponenti del Pd e del centrosinistra parlano in vario modo della possibilità di un accordo con il Movimento 5 Stelle. Questo tipo di discorsi generano morbose e ricorrenti curiosità negli organi di informazione e danno vita a retroscena spesso senza alcun fondamento, ma capaci di deviare l’attenzione e impegnare tempo prezioso, che andrebbe speso altrimenti. Da quel 4 marzo tuttavia molte cose sono cambiate ed è possibile fare un primo bilancio.

Ha ragione Michele Ciliberto quando, a proposito dei Cinquestelle (QUI) e delle loro tante promesse mancate, parla di “rivoluzione tradita”, di riedizione dell’antico “trasformismo” e “ribellismo popolare”. Ha ragione Michele Prospero (QUI) quando definisce il Movimento di Grillo e Casaleggio un “non-partito populista” eterodiretto da una “proprietà aziendale” e descrive la dinamica reale del governo Salvini-Di Maio come “palese deriva illiberale”. Alcuni autorevoli politici e commentatori, volendo poi impartire lezioni esemplari, ci hanno detto che memori della nostra storia avremmo dovuto da subito dialogare con i Cinquestelle, scomodando i precedenti di Togliatti con Guglielmo Giannini (Uomo Qualunque) e del “compromesso storico”, ma dal punto di vista di Moro verso i comunisti. Noi tuttavia non siamo né il Pci di Togliatti, né la Dc di Moro. Ma a parte la confusione storica, di per sé già eloquente, è proprio la premessa politica ad essere sbagliata.

Qualunque tipo di dialogo, civile, pubblico e democratico, è sempre da auspicare, ma sarebbe davvero riduttivo pensare che nel caso dei Cinquestelle la via maestra sia quella di una manovra parlamentare di tipo consociativo. Essa sarebbe l’esplosione dell’opportunismo e del trasformismo. Ragioniamo in termini togliattiani, cioè di “analisi differenziata”. Prendiamo Lega e Cinquestelle. Certamente non sono la stessa cosa, e tocca a noi evitare l’errore di non saper distinguere cose diverse o mettere sullo stesso piano forze che occorre tenere distinte; ma attenzione agli inganni, a quelli che Ciliberto chiama “rovesciamenti continui di apparenza e realtà”. Il Di Maio partigiano e di sinistra è anzitutto un trasformista nato, che prova a “distinguersi” da Salvini per “nascondersi” e nascondere la sua sostanziale complicità con le politiche illiberali e anticostituzionali attuate in un solo anno di governo.

Questo “distinguersi per nascondersi” è pura propaganda per arginare l’emorragia di consensi in corso e per occupare uno spazio politico a sinistra che è con tutta evidenza aperto. Bastano pochi esempi per suffragare questo ragionamento. I ministri Cinquestelle hanno votato il Decreto sicurezza che abolisce la protezione umanitaria e chiude gli Sprar, hanno ostentato la strategia dei “porti chiusi”, hanno demonizzato le Ong chiamandole “Taxi del mare” (Di Maio), hanno salvato Salvini dal processo per “sequestro di persona” e infine sono alleati per le elezioni europee con un partito polacco di estrema destra (Kukiz’15) omofobo, antiabortista e antisemita. Solo chi pratica quello che Prospero chiama l’ “indifferentismo ideale” è capace di una “poligamia” inquietante di questo tipo. La stessa che ha spinto Di Maio a sostenere la frangia golpista dei gilet gialli o a mostrare la sua ipocrita indignazione verso CasaPound, Forza Nuova e il Congresso Pro Vita di Verona.

Intanto i Cinquestelle hanno perso oltre il 10% dei consensi ed essendosi rivelata inutile la competizione a destra Di Maio ha cambiato marcia e senza muoversi di un metro ha innescato la competizione a sinistra. L’analisi differenziata ci dovrebbe aiutare a capire questo e altro. Ad esempio, ad interpretare l’egemonia strisciante del razzismo e della xenofobia che, come ci ha insegnato Umberto Eco, rappresenta il vero carattere dell’eterno fascismo italiano. Questa egemonia però non vuol dire meccanicamente che tutti gli italiani sono razzisti, ma piuttosto che le parole d’ordine della destra sono entrate nella testa anche di chi non è di destra. L’odio e il razzismo, da combattere come ideologie sempre, quando raggiungono le masse vanno interpretate come il sintomo di una grave emergenza sociale.

Compito della sinistra è battersi in questo terreno, per dare rappresentanza e voce alla sofferenza sociale, per non lasciarla solo al campo del populismo. Allo stesso modo l’analisi differenziata dovrebbe aiutarci a distinguere gli eletti dei Cinquestelle dai loro elettori, uscendo appunto dalla grande impostura della “democrazia diretta” e della piattaforma Rousseau, che vorrebbe trasformare ogni cittadino in “titolare del potere”. Da dove nasce il fiume dei Cinquestelle? Con la nascita del Pd, e quindi con l’ammainamento della bandiera rossa, si è rapidamente polverizzato un patrimonio di organizzazione e di radicamento che ha creato esclusione ed emarginazione di tanti militanti. Cominciò allora la prima rincorsa del grillismo. Poi nel 2011, con la crisi del debito e il governo Monti, abbiamo avuto il superamento nei fatti del dualismo destra-sinistra e l’esplosione dell’antipolitica, con ondate potenti di consenso verso i Cinquestelle nel 2013. Infine Renzi, che prima con la rottamazione si è scagliato contro la sinistra, inseguendo un rinnovamento illusorio per poi deluderlo con racconti ottimistici totalmente dissociati dalla dura realtà materiale del paese. Da qui il fragore del 4 marzo 2018 e il dispiegarsi di una vera e propria bancarotta populista. I Cinquestelle al governo hanno una sola via: quella del trasformismo e della massima elasticità da destra a sinistra e su qualsiasi tema.

Questo teatrino quotidiano di travestimenti e saturazioni degli spazi che vede Di Maio vestire in pochi giorni il gilet giallo, il doppio petto del destro antieuropeo o impugnare la bandiera dell’antifascismo è illusorio e ingannevole e sta comportando la scomparsa dell’opposizione. Non capirlo e assecondarlo è davvero un errore incredibile. Ciliberto e Prospero hanno colto il punto. Solo lavorando alla costruzione di una forza politica alternativa e capace di rispondere alle speranze del popolo italiano e riprogettando la sinistra come opposizione forte per sconfiggere i populisti, avremo la possibilità di tornare al governo senza passare dal piano della subalternità ai Cinquestelle.

Con le primarie del marzo 2019 che hanno eletto Zingaretti si è aperta nel paese una possibilità nuova e anche la lista unitaria per le Europee sta sicuramente contribuendo a rilanciare un’idea plurale del centrosinistra. Sarebbe un grave errore se al posto del lavoro quotidiano di ricostruzione sostituissimo le illusioni ottiche di un’involuzione democratica dei Cinquestelle o l’idea di un ritorno in sella passando dalla scorciatoia di una manovra parlamentare. Sarebbe un’operazione sterile e passiva. Abbiamo davanti una lunga traversata e dobbiamo compierla col passo giusto, rinunciando una volta per sempre alle tentazioni del demone populista.