Scuola svalutata e violenza sui docenti

Un insegnante selvaggiamente malmenato, come avvenuto a Torino, non è un fatto isolato. Sono sempre più frequenti le segnalazioni e si suppone siano altrettanti i casi che rimangono sottotraccia senza esposizione mediatica. L’aggressione ad un insegnante è una violenza materiale, ma contiene anche una dimensione simbolica che può essere sinteticamente individuata nel progressivo inaridimento dell’autorevolezza dell’istruzione pubblica. In un contesto di ipocrisia generale in cui da un lato si sventola la retorica della società dell’informazione e della conseguente necessità di rafforzare competenze e saperi, dall’altro è in atto da tempo un processo molto articolato di aggressione simbolica e culturale all’istruzione di stato. In questa apparente contraddizione si sono sviluppati fenomeni la cui convergenza è all’origine di un indebolimento del ruolo riconosciuto ai processi educativi.

Storicamente possiamo individuare nei provvedimenti del Ministro Moratti (III governo Berlusconi) ma soprattutto nella legge 133/2008 (IV governo Berlusconi) il punto di avvio di una scelta di rottura nelle politiche scolastiche. Il lavoro educativo doveva essere disciplinato e ridotto ad operare in nome della “essenzialità” con risorse limitate. L’operazione non poteva essere sviluppata in maniera diretta, poiché sarebbe emerso chiaramente lo spirito classista e restauratore che animava l’impianto generale di quei provvedimenti. Si è lavorato sulla forma per non svelare il contenuto. Così partì una campagna di svalutazione delle esperienze laboratoriali, delle esperienze di tempo pieno, della cultura didattico-pedagogica nella scuola all’insegna di una furia devastatrice che dipingeva l’insegnante come una sorta di opportunista dell’impiego pubblico; un lavoro a mezzo tempo, retribuito (male) full time, con mesi di insospettata vacanza, sotto l’ombrello della libertà di insegnamento. Nulla valsero le mobilitazioni sindacali di massa (come da protocollo, il movimento sindacale venne accusato di promuovere difese corporative di interessi “particolari”), i dati empirici che mostravano gli alti livelli di stress correlato al lavoro tra gli insegnanti, gli orari di lavoro di gran lunga superiori a quello che il “senso comune” ha invece ritagliato attorno alla figura dell’insegnante. Libertà di insegnamento e scuola pubblica di stato dovevano essere oggetto di un ridimensionamento generale; questo pulsava dal sottosuolo dell’economia neoliberista. Un indirizzo disciplinare, che si completa con i provvedimenti del ministro Brunetta che restringe il campo di azione dell’iniziativa sindacale.

La legge 107/2015 (governo Renzi) cambia radicalmente prospettiva e anziché adottare una logica disciplinare sceglie la logica del mercato, della competizione, con il feticcio della meritocrazia che sostituisce la valorizzazione professionale. Tra la logica mercantile e quella disciplinare ci furono alcune linee di continuità. Una in particolare: entrambe le prospettive aderivano ad una analisi superficialmente negativa della scuola italiana, senza scendere mai le scale dell’analisi e dell’approfondimento. Per un decennio gli ingranaggi della egemonia “sottoculturale” lavorarono a pieno ritmo in un processo che vide il sostegno e l’apporto di molti attori spinti e ispirati da ragioni diverse: dalle lobby della cultura commerciale alle organizzazioni di rappresentanza dell’impresa. Diversi furono i soggetti, la maggior parte dei quali senza alcun titolo, impegnati nell’individuazione dei limiti della scuola italiana. Una convergenza di provvedimenti legislativi, scelte in materia finanziaria e progetti culturali che contribuì non tanto a modificare il ruolo e l’assetto scolastico, quanto invece a svuotarne il profilo istituzionale.

Non solo, ma l’aggressione simbolica prima che materiale subita dalla scuola ha sfregiato anche il ruolo che la Costituzione assegna alla più grande infrastruttura del paese.  Quanto questa svalutazione sia entrata nel senso comune e quali siano stati i processi di questo insediamento nella percezione di una parte significativa del tessuto sociale richiede una analisi non improvvisata. Quando si saranno ricostruiti gli intrecci e i meccanismi che hanno elevato a senso comune l’egemonia sottoculturale della svalutazione del lavoro educativo statale sarà anche possibile non solo denunciare ma anche comprendere e spiegare perché la scuola è un luogo di resistenza, come ha scritto efficacemente Recalcati, e quanto sia ampia la distanza che separa il linguaggio educativo dalla forza di messaggi e pulsioni che invece propongono indirizzi comportamentali, incardinati su una visione svalutante l’analisi critica, il valore dell’uguaglianza e della dimensione espressiva che non sia incorporata in una logica di scambio e di consumo.

Il paradosso storico è che proprio nel momento in cui la società soffre della carenza di una estesa cultura critica e riflessiva la scuola italiana si trova in una profonda crisi di legittimazione sociale e culturale. Una crisi di legittimazione che non si ferma al confine del lavoro educativo ma si estende e comprende il lavoro intellettuale, inteso come produzione di concezioni del mondo e categorie di analisi. Certamente ha contribuito a depotenziare il ruolo della scuola un fattore strutturale rappresentato dall’irrigidimento della mobilità sociale (strettamente legato alla precarietà nel mercato del lavoro) e quindi dei meccanismi che in passato avevano favorito la possibilità per intere generazioni di intraprendere un percorso di miglioramento della condizione sociale di partenza, di cui l’istruzione pubblica ha rappresentato un asse portante.

Il silenzio del ceto politico sui fatti di violenza oltre ad essere imbarazzante, rivela tuttavia l’assenza di una reale visione politica, di una concezione del mondo, di una idea di “persona” che si intende guardare quale riferimento antropologico nella definizione di indirizzi di politica culturale. La scuola resiste con il suo linguaggio inclusivo, con i limiti e le generosità che lo attraversano, ma questa resistenza se non trova un progetto condiviso, una discussione ampia sul valore ed il ruolo dell’istruzione democratica, sarà destinata a ripiegare su strategie di sopravvivenza sino a ridursi ad un ruolo marginale. La ripresa di un nuovo insediamento di massa della sinistra italiana passa anche dal dialogo con la parte più giovane della popolazione sui temi educativi e sull’importanza della formazione lungo tutto l’arco della vita come perno di una trasformazione sociale; in termini di investimenti e politiche pubbliche, ma anche restituendo alla professionalità offesa dell’insegnante un rinnovato riconoscimento sociale.