Prendemmo a frustate i potenti
ma le risate non li hanno seppelliti

Che tempi, quei tempi. Di Cuore, il settimanale satirico-politico-sociale divenuto nei primi anni Novanta fenomenino editoriale, l’afición sta ricordando in questi giorni, sospesi tra pandemia e governissimo Draghi, il trentennale tondo. Ma, in realtà, è “solo” l’anniversario della sua autonoma uscita in edicola, dopo due anni vissuti intensamente tra le braccia accoglienti dell’Unità che – direttore Massimo D’Alema – l’aveva spronato all’esordio assoluto nel gennaio dell’89. Cuore nasce sulla scia di Tango, inserto del giornale comunista diretto da Sergio Staino, il padre di Bobo, coscienza dolente e critica della gauche italiana. E la filiazione si ferma qui, perché Cuore inizia la navigazione forte dei migliori vignettisti del Paese, da Altan a Elle Kappa, da Vincino a Vauro, da Riccardo Mannelli al duo Disegni & Caviglia, da Enzo Lunari ad Angese al geniale Roberto Perini  – e si aggregheranno in seguito Ziche & Minoggio, Marco Scalia, Michele Cavaliere, Alberto Rebori – ma al timone non c’è un disegnatore satirico bensì un giornalista nato e cresciuto all’Unità, Michele Serra, assistito da chi scrive, ai tempi caposervizio delle pagine culturali, e da Piergiorgio Paterlini, finissimo scrittore, autore teatrale e giornalista di Reggio Emilia. Poco dopo si aggiungerà il manovratore di desk Carlo Marulli, mentre con funzioni di assistenza e – almeno nelle intenzioni – vaglio politico c’è dal primo vagito Sergio “Tato” Banali, già caporedattore del quotidiano fondato da Gramsci.

Con ogni evidenza, il maturo Banali ben poco controllerà, aggregandosi di gusto a un’impresa che è sì satirica e però anche squisitamente giornalistica. E D’Alema – a differenza di Alessandro Natta, adiratosi non poco per la copertina “Nattango” ordita da Staino, in cui il segretario del Pci ballava ignudo con l’accompagnamento musicale di Craxi e Andreotti – un uomo politico troppo furbo per qualsiasi gesto censorio, che ci avrebbe golosamente scatenati, si terrà lontano da qualsiasi ingerenza. Cuore ha redazione nella sede milanese del quotidiano e si propone fin da subito come una rivista “vera” in tutto e per tutto, dalla scansione tematica delle pagine alle rubriche, pagina della Posta coi lettori compresa, affidata a Patrizio Roversi: imita tic e luoghi comuni  del mestiere per demolirli e torcerli senza pietà alcuna, impegnandosi a denudare qualsiasi re capiti a tiro, con dovuta attenzione speciale al Pci che stava per cambiare pelle e nome con la sofferta Bolognina occhettiana. Cuore intercetta il comune sentire di tanti miltanti-simpatizzanti sballottati tra le tempeste della grande Storia e le classiche miserie nostrane; fa centro, senza prendere la mira, anticipando l’esplosione di mani Pulite. Critica e maldipancia politici speziati dal piacere di ridere con una punta d’amarezza, un effetto abbastanza classico e molto italiano, sospesi come siamo da sempre in un clima weimariano.

Bizzarrie antropologiche

Si ride un  bel po’, a ogni modo, con “E chi se ne frega”, rubrica dedicata allo spreco di carta e inchiostro su quotidiani e riviste (“Il bambino che va a scuola vuol sentirsi dire ‘bravo’ dalla mamma”, Francesco Alberoni sul Corriere della Sera), “Cronaca Vera” concentrata sulle bizzarrie antropologiche del Belpaese (“La coppia Gianmarco e Letizia Moratti, rappresenta un altro modo di vivere in assoluta discrezione. Nella casa di Milano il lusso è contenuto, a parte i Picasso, i Guttuso e i De Chirico alle pareti”, Fashion Life, inserto di La Repubblica), i tormentoni: si delinea robustamente quello su Craxi, il Bettino conducator delle truppe del garofano che, in vena di umiltà, si fa celebrare al congresso socialista dell’89 con la Piramide dell’architetto Panseca, fondatore non per caso del movimento Arte Ricca, un nome perfettamente in linea con le intime pulsioni bancarie del Psi craxiano. Parentesi: sì, Craxi è lo stesso Craxi riscoperto ed elogiato di recente come grande statista da chi ne dimentica la formidabile capacità di creare voragini nel debito pubblico.

Le code polemiche (e drammatiche) della svolta occhettiana porteranno Cuore a inventarsi, al colmo del sobbollimento interno al Pci, una prima pagina lottizzata dalle famose tre mozioni presentate al congresso del marzo ’90. Ma in ordine decrescente di spazio: apertura con la prima mozione riformista di Occhetto, più sotto il titolo a mezza pagina per la seconda mozione di Natta e Ingrao, contrari al cambio di nome del Partito e riquadrino in basso per la terza mozione proposta dal conservatore filosovietico Armando Cossutta. La situazione era grave e seria, ma spesso la tragedia contiene semi di commedia. Con quella prima pagina Cuore esplicita nero su bianco una riflessione capitale di Piergiorgio Paterlini: “La satira parla DEL potere, non AL potere. Se l’umorismo non fa ridere, la sua ragion d’essere viene completamente meno; se la satira non fa ridere, la sua ragion d’essere permane e si rafforza”. Satira è lo sguardo sul mondo di chi si sente inconciliato con lo stato di cose presenti  ed è in grado ancora di indignarsi. Con la consapevolezza che è eternamente attuale la massima di Piergiorgio Bellocchio, fratello del regista e fondatore dei “Quaderni Piacentini”: “Beato colui che ha sete di giustizia, perché verrà giustiziato”.

Altra nota metodologica: Cuore si dà da fare coi capataz e le promesse rampanti dei partiti storici, ma al contempo punta frecce avvelenate contro la famosa “gente”, di qui il sottotitolo programmatico della rivista, “Settimanale di Resistenza Umana”, proposto da chi scrive a Serra è lestamente accettato. A testimonianza dell’impegno satirico a 360 gradi rimangono titoli come “Limiti della democrazia: troppi coglioni alle urne” e l’oxfordiano: “L’uomo della strada è una bella merda”. E che dire della rubrica “Mai più senza”, sentito tributo all’inutile e al consumismo straccione? Due esempi: lo “Slip magnetico” per ridare ardore “anche ai casi più… ostinati” e lo “stuzzicadenti da succhiare” alla menta. E “Braccia rubate all’agricoltura”? È ancor oggi un onore aver pubblicato in questa rubrica la foto di un compunto “Emanuele Filiberto, figlio di Vittorio Emanuele, principe di Venezia e principe di Piemonte” , proprio il bel tomo che ha chiesto scusa l’altro ieri per le leggi razziali. Con calma, eh.

Con l’uscita autonoma – le pagine verdoline incroceranno senza nave d’appoggio dal febbraio ‘91 fino all’autunno del ’96 – spunteranno altri fiori, vedi il fustigatorio  “Niente resterà impunito”, per le cure di Piermaria Romani, ripescaggio del fatuo-pericoloso nato per infestare edicole, librerie, salotti. Da segnalare al riguardo la copertina datata 1984 di “Molto interessante” (testata accattivante, vero?), “rivista di varie amenità diretta dall’esploratore Fininvest Ambrogio Fogar. Fallì prima ancora di arrivare in edicola”. Proseguirà la milizia cuoresca contro la fantasia porno-commerciale dei negozianti l’amatissima rubrica “Botteghe Oscure”, esponendo al pubblico ludibrio insegne denunciate dai lettori come le agenzie funebri “L’’Ideal Casse” e “Funeral Director”, l’anglicismo straccione di “Pan Shop Center”, l’incongruo “Da Marco- Boutique del pecoraro”, il parrucchiere “Taglioteca”, il sublime “Lo chalet della frattaglia”.

Giornalismo d’inchiesta e di cultura

Sempre di giornalismo d’inchiesta – benché particolare – si trattava. E di cultura. Cuore ha ospitato parole di Domenico Starnone, Luigi Manconi, Goffredo Fofi, Nando della Chiesa, Stefano Rodotà, Adriano Sofri, Giovanni Berlinguer, Stefano Bonaga (sua una disamina, molto seria, sulla “Semantica dello stronzo”, featuring Emilio Fede), buona gente senza alcuna preoccupazione di condividere quello spazio libero con una banda di agguerriti cialtroni. Con l’occhio affilato, però, sui bradisismi e le crepe della politica, perché va bene illuminare le gesta ora di goffa modernizzazione ora prepotenti e razziste del pueblo italiano ma non bisogna mai dimenticarsi dei suoi rappresentanti. “Parla come mangi” di Paterlini ha offerto per settimane, per anni, preziose (e veracissime) decrittazioni satiriche. Era uno degli appuntamenti più amati dai lettori, dove il lessico obliquo di parlamentari, ministri  e maggiorenti vari veniva implacabilmente tradotto. Con la dichiarazione di De Mita “Io sono convinto che sono meglio le elezioni su proposte chiare, anziché tirare campare per altri quindici mesi” così decifrata: “Non posso sopportare l’idea che il governo Andreotti duri più del mio”. E il lamento di Settimo Gottardo della sinistra Dc, “Il senatore socialista Achille Cutrera ha indagato con tanto accanimento nella commissione parlamentare d’inchiesta sul dopo-terremoto in Irpinia solo per salvare Signorile e la sua spregiudicata ed incontrollata gestione dei fondi per le industrie”, che con Paterlini diventava: “La Dc si è foraggiata con ottomila miliardi di fondi per la ricostruzione. Sono stati i socialisti a fare la spia, per nascondere i miliardi rubati dalla corrente di Signorile”.

Istituzioni e burocrazia. Dopo ben più di vent’anni troppo poco è mutato nel corpaccione statale venato di clientelismo, immune alla meritocrazia. Il lessico ministeriale offre ancora nefasti, oscuri gioielli di cui si pasceva la rubrica “Leggi e decreti”. Non è mai uscito su Cuore ma il “chiarimento” di quel funzionario sui motivi che avevano condotto a negare la scorta al professor  Marco Biagi, ucciso nel 2002 dalla Nuove Brigate Rosse, va scolpito, ieri come oggi, nel marmo dell’immutabilità tricolore: “Si è appurata una evidente distonia nel circuito valutativo a livello centrale e periferico che è stata fondata distintamente nelle fasi della concessione e della revoca delle misure di protezione, su parametri non omogenei, il che ha prodotto risultati disomogenei”. “Tutto vero”, ahinoi, come da bollino apposto su Cuore nei casi più incredibili, quando la realtà travalica qualsiasi estro fantastico. Italia matrigna e stragista. Un titolo per sottolineare disincanto civile e rabbia: “Erano deviati anche i servizi di Panatta”. Tanto per alleggerire, ecco l’astrusità della materia fiscale: aveva scatenato la penna di Serra nello speciale inserto col modulo della dichiarazione dei redditi, comprensivo di specifiche e rimandi da gita impossibile su Marte, mentre in una pagina interna della rivista veniva pubblicata la surreale cronaca del Campionato Italiano di 740, con tanto di foto dei finalisti, Colella e Ganglio.

I primi anni del “Cuore” autonomo, arricchito in redazione da Lia Celi, Luca Bottura e Alessandro Robecchi, sono segnati da titoloni diventati “storici”: “Hanno la faccia come il culo” (dedicato all’ennesimo rimpasto di governo), “Come John Lennon – Salvo Lima ucciso da un fan impazzito”, “Siete poveri? Cazzi vostri”, “Scatta l’ora legale. Panico tra i socialisti” col sommario: “Vivace dibattito nel Psi: a Roma si punta tutto sulle elezioni, a Milano sull’amnistia – Dopo un incontro all’Onu Craxi cerca nuove soluzioni, De Cuellar cerca il suo Cartier d’oro”. E non meno funambolicamente si titola nelle pagine interne. Tanto per restare al tormentone meneghino-craxiano, ecco un riferimento brechtiano al Piccolo Teatro infeudato al tangentizio Psi: “L’Opera da tre soldi doveva costarne solo due”.  Si avvicina il redde rationem per Bettino, Cuore titola in prima: “Passerotto non andare via”.

Fase discendente

Le vendite del verdolino raggiungono l’apice, il guaio è che Serra, indiscusso mattatore, molla di lì a poco e inizia una fase discendente, nonostante l’impegno del nuovo direttore così salutato con entusiasmo da Vauro nell’assemblea di presentazione: “Ah, sei Claudio Sabelli Fioretti. E sti cazzi non ce li metti?”. Sarà quindi la volta di chi scrive: un maresciallo Badoglio per tempi di crisi. Nel ’91 Cuore vendeva in media 124.000 copie, l’ultimo numero del 2 novembre ’96 appena 22.000. E l’editore Giampaolo Grandi, manager di lungo corso, chiuderà il gas. Chiaro e semplice. Ma poi, siamo onesti, non è che la rivista aveva già dato tutto? In fondo, e Serra ha fatto bene a ricordarlo, le riviste di satira hanno la scadenza, come lo yogurt. E allestire ogni settimana un circo vivace e aggressivo, sempre in grado di sbeffeggiare il giornalismo copiandone stilemi, pigrizie, opportunismo (vedi il “Borsino tette e culi” che vide rivaleggiare a lungo Panorama e L’Espresso), la politica e tutto il resto non è facile, all’invenzione limpida comincia a sostituirsi la maniera, al piacere di trovarsi a lavorare in un ambiente umanamente fervido e amicale subentra la routine e talvolta qualcosa di peggio. La stagione fervida d’esordio, ricchissima di invenzioni e iniziative (una tra mille il supplemento Cuore Mundial per Italia 90 con la redazione irrobustita dall’inviato Unità Massimo Cavallini nei panni dell’alpino Ciro G. Baravalle, patriottico commentatore calcistico bipolare e voltagabbana) era lontana.

Smetterla con Cuore ha presentato almeno un vantaggio: nessun collega “serio” ci ha più posto la fatidica domanda “Esistono i limiti della satira?”. E che diavolo ne sapevamo? Si marciava con un ethos che cercava di evitare cattiverie sui deboli, menando più sul peccato che sul peccatore (Bettino a parte, ma era realmente irresistibile nella sua tracotanza). E senza censure preventive, nel nome della santa libertà espressiva, purché giustificata da intelligenza ed efficacia giornalistica. Vediamo un caso di scuola. Cuore negli anni aveva pubblicato più di una vignetta e molti articoli di satira sulla strage di Ustica dell’80 e relative indagini, suscitando le critiche dei sacerdoti dell’equo e del conveniente: ma come si fa a ridere di una cosa simile? Considerato che le stragi in Italia hanno assunto via via, tra epidemie mortali in seno ai testimoni processuali (vedi Piazza Fontana, la stessa Ustica etc) e mancata individuazione dei mandanti, un senso di ripugnante grottesco, la satira (occhio, non l’umorismo) sulla tragedia del DC9 Itavia era un modo per ribadirne la moralità  contro l’immoralità delle menzogne di Stato. Piccole citazioni. Da Elle Kappa: “La verità su Ustica è questa: L’ipotesi della bomba era così ridicola che gli ottantuno passeggeri sono morti dal ridere”. E da Altan: chiede un intervistatore rivolto a un generale dell’Aeronautica: “E avete resistito nove anni con questo tremendo segreto?”, risposta: “Siamo soldati, mica donnicciole”. Il bello (bello davvero) fu che nel giugno ’94 allegato al settimanale uscì un libriccino antologico di tavole cuoresche su Ustica intitolato “Com’è profondo il mare”, realizzato per volontà dell’associazione parenti delle vittime.

“Perché non lo rifate”?

Altra domanda frequente all’epoca del massimo successo era: “Perché non fondate un partito?”. Risposta agevole: “Per non suicidarci”. Non ha mai smesso per contro di riproporsi un quesito più intelligente: “Perché non rifate Cuore?”. Detto che la banda si è sciolta nel movimento e ciascun fa per sé ormai da secoli, come riedificare qualcosa di sensato e di satiricamente, giornalisticamente sapido con questa codificata melassa dei media mainstream? Fin troppo facile dileggiarli e pure inutile, perché hanno perso qualsiasi aura. La parola satirica ora è disseminata ovunque e comodamente accasata, talvolta addomesticata (vedi in tv, ottimo Makkox a parte), talaltra no. Informazione (e Cuore di informazione ne faceva, annusando i tempi) e disinformazione corrono adesso sulle onde del web, che può essere palude ingannevole o piccolo faro. Del resto, se non c’è in giro un giornale satirico, una ragione ci sarà.

E ragioni non meno solide ha la nostalgia di tanti che rimpiangono, con Cuore e un’età più verde, le feste d’estate organizzate in collaborazione col Pds a Montecchio Emilia, nel Reggiano, sulle rive dell’Enza, in compagnia di zanzare grandi come Tupolev, dibattiti, musica e spettacolucci. Di ragazzi e ragazze ne arrivavano a migliaia, tende, bonghi etc. Non erano feste comandate, di quelle che ritmano il vuoto tra un’occasione di consumo e un’altra, tra il panettone e l’uovo di Pasqua. Erano raduni non mediati dal denaro, in un clima semplicemente umano, autentico, dove si poteva immaginare (citando Michel Leiris) “di aver siglato un patto col mondo e d’essersi ritrovati con se stessi”. Che tempi, quei tempi.