Quel giorno che Pajetta
prese Bertolucci per il bavero

Pubblichiamo un estratto dal libro di Gianni Borgna “L’ultima generazione.
Incontri, passione e politica. Autobiografia di un comunista italiano” 2016, Edizioni Ponte Sisto

Un altro fatto significativo di quel periodo fu l’amicizia che strinsi con Bernardo Bertolucci, che ammiravo sin da ragazzo sia come regista sia come poeta, anche se quest’altra strada lui aveva deciso presto di abbandonarla.
Cominciai meglio a conoscerlo, naturalmente, all’indomani dell’uccisione di Pasolini, quando decidemmo di chiamare a raccolta mezzo cinema italiano per realizzare un film-documento
dal titolo piuttosto esplicito: Il silenzio è complicità.


La frequentazione proseguì perché suo fratello Giuseppe decise di realizzare per la RAI un documentario sulla festa di Ravenna che, quando andò in onda, ottenne l’effetto di rinfocolare
le polemiche su quell’evento già tanto discusso. Il lavoro, nell’insieme molto efficace, si apriva con un divertente contrasto tra me (come rappresentante della Fgci per così dire intellettuale) e Augusto Ferrajoli detto Peppe Monnezza (il giovane netturbino che a Primavalle aveva dato vita alle consulte per il lavoro). Io che ricordavo di avere sempre amato Godard, Hitchcock e Rossellini, lui che richiamava l’attenzione sui tanti problemi che un giovane della sua estrazione sociale doveva quotidianamente affrontare.
Poi presi a incontrare assiduamente Bernardo in vista dell’uscita di un film cui lui mostrava di tenere moltissimo, anche sul piano politico, e che aveva girato proprio mentre Pasolini
stava finendo la lavorazione di Salò. Si intitolava Novecento e ne parlava come di una sfida estrema, sia per il tema trattato, L’ultima generazione sia, e ancor più, per le soluzioni formali adottate e per la durata, davvero “abnorme” (sei ore) per un film che aveva naturalmente, dato il costo, anche grandi ambizioni commerciali.

Bertolucci l’aveva realizzato con l’idea che fosse l’opera che più di ogni altra potesse sostenere la politica che il Pci di Enrico Berlinguer stava cercando di affermare; idea che aveva subito creato attorno al film un’attenzione e una diffidenza davvero inusuali, attirandogli inevitabilmente anche critiche più o meno malevole, subito enfatizzate dai media.
Si decise così di organizzare una proiezione privata per farlo visionare in anteprima ad alcuni tra i massimi dirigenti del partito. La proiezione si tenne alla Pea, dove già avevamo potuto vedere Salò  che, nel frattempo, al pari di Ultimo tango a Parigi, era stato tolto dalla circolazione e addirittura condannato al rogo. Ma, data la lunghezza dell’opera, era previsto che al termine della prima parte si facesse una breve pausa ristoratrice.
Che io ricordi, erano sicuramente presenti Giorgio Amendola, Gian Carlo Pajetta e Maurizio Ferrara, mentre della Fgci c’erano, oltre a me, D’Alema, Bettini e Adornato. La proiezione ebbe inizio all’orario convenuto e si interruppe alla fine della prima parte. Tutti si mostravano molto
compiaciuti e naturalmente Bertolucci era a dir poco raggiante.


Poi si passò alla seconda parte, che personalmente ritengo la migliore ma che indubbiamente si svolgeva su un registro molto diverso rispetto alla prima. Vi echeggiavano i temi della lotta partigiana come lotta di classe, del “tradimento” della Resistenza e della fine del “vento del nord”, con uno stile visionario e melodrammatico violentemente antinaturalistico.
Non ricordo tutto quello che accadde quando le luci si riaccesero. Mi pare che Ferrara guadagnò subito l’uscita con la scusa che si era fatto tardi, e così Amendola. Mentre Pajetta, di fronte a noi che eravamo sbigottiti e a un ancor più sbigottito Bertolucci, prese quest’ultimo per il bavero e gliene disse di tutti i colori. Cosa che poi, a freddo, fece anche Amendola, con una tagliente dichiarazione.

Bertolucci era talmente avvilito da non riuscire nemmeno a replicare. Ma quando la Mostra di Venezia decise di invitare il film e di farlo precedere addirittura da un convegno internazionale,
chiese a Bettini e a me di accompagnarlo e di intervenire in suo favore. Francamente era un po’ bizzarra quella presenza di due giovani dirigenti comunisti chiamati ad attestare la validità “ideologica” di un’opera cinematografica. Ma noi non ci tirammo indietro, nonostante ci sentissimo dei pesci fuor d’acqua tra gli stucchi e gli ori dell’Hotel des Bains e le sale del Palazzo del Cinema, dove si aggiravano tra gli altri Gerard Depardieu, Dominique Sanda e Stefania Sandrelli.


Decidemmo, però, di difendere Novecento, prima e più che sul piano ideologico, sul piano artistico e culturale. Cosa che ci consentì di fronteggiare con maggiore efficacia gli attacchi violenti, e tutti politici, di Beniamino Placido al film, e di uscire indenni anche da quella prova. Quando poi lo rivedemmo nella grande sala del Lido, fummo ancor più convinti che, a dispetto delle tante critiche, si trattava di un lavoro assolutamente notevole, tra i più belli di Bertolucci. E lo scrissi anche in un articolo per Paese Sera, che lessi al telefono a Bernardo, il quale era partito per gli Stati Uniti e non si era ancora completamente ripreso da tutto quel can can.
Iniziavo dicendo che, contrariamente alle interpretazioni correnti, Novecento non era un film storico in senso stretto, quanto piuttosto un film autobiografico; per poi ricordare, soprattutto, che era un’opera tutt’altro che consolatoria, manichea o trionfalistica, ma amara, elegiaca, non meno di Prima della rivoluzione o di Strategia del ragno, come il suo stesso finale dimostrava. Il film, infatti, finisce non sulle bandiere rosse e sulla festa che segue il 25 aprile ma sulle delusioni e disillusioni dei due protagonisti, Olmo e Alfredo, ormai vecchi e prossimi a morire.