Più sanità pubblica: ecco
cosa potremmo fare
con i 37 miliardi del Mes

Trentasette miliardi di euro non sono pochi. Conviene prenderli, quelli del MES, per investirli nella sanità. Già, ma come? Una risposta rigorosa prevedrebbe un’analisi approfondita di tante situazioni. Proviamo solo a dare qualche spunto, del tutto provvisorio.

In primo luogo cerchiamo di valutare la cifra: 37 miliardi di euro. Non sono pochi, abbiamo detto. Ma neppure tantissimi. Per il nostro sistema sanitario spendiamo, ogni anno, 110 miliardi di euro. Dunque, se accettiamo il prestito del MES aumenteremmo – una tantum – di un terzo il nostro budget sanitario. Una dotazione notevole, ma non miracolistica. In ogni caso è meglio pensare a investimenti sistemici.

Non solo terapie intensive

Certo dobbiamo migliorare la nostra capacità di risposta alle malattie infettive. Perché altre pandemie, persino più gravi, sono possibili in futuro. E allora dobbiamo aumentare il numero delle terapie intensive. La Germania, prima della pandemia, poteva contare su 350 terapie intensive ogni milione di abitanti. L’Italia solo 83. Nel pieno dell’epidemia sono raddoppiate, a 160 per milione di abitanti. Dobbiamo raddoppiarle ancora, portandole al livello di intensità tedesco.

Queste attrezzature (e altre ancora) devono essere distribuite omogeneamente sul territorio nazionale. Se la Lombardia dovrà avere 3.500 terapie intensive in virtù della sua popolazione di 10 milioni di abitanti, la Campania con i suoi 5,8 milioni di abitanti ne dovrà avere 2.030 e la Basilicata, che di abitanti ne conta 562.000, ne dovrà avere 196.

Ma non è solo questione di terapie intensive. Ci vuole molto di più. Per renderci in grado di rispondere al meglio a questa e alle prossime pandemie occorre migliorare le strutture ospedaliere. Aumentando il numero di ospedali specializzati, come lo Spallanzani di Roma, il Cutugno di Napoli o il Sacco di Milano. Ma anche attrezzando tutti gli altri ospedali – e, se del caso, costruendone di nuovi – perché siano in grado senza sforzo e in tempi rapidissimi di fronteggiare un’emergenza. Il che significa, anche e forse soprattutto, formare tutti gli operatori sanitari alla gestione di una pandemia.

Il territorio, le Rsa e la comunicazione

Ma questa pandemia ci ha insegnato che affrontare il problema solo dal punto di vista ospedaliero è una strategia perdente: si veda il diverso andamento del COVID-19 in Lombardia e in Veneto. Quello che è ancor più decisivo sono i servizi territoriali, in grado di minimizzare il ricorso all’ospedale. Occorre, dunque, un’imponente azione di tessitura di un capillare ordito sul territorio, che prevede anche la formazione e la responsabilizzazione dei medici di base.

In questo contesto va prevista un’urgente riforma delle RSA, le residenze sanitarie assistenziali. Devono entrare a far parte organicamente della prevenzione anti epidemica e non essere maldestramente e tragicamente esposte agli agenti infettivi com’è accaduto in questi mesi. Più in generale, ancora, va ripensata tutta la sanità e anche il welfare per l’età anziana: ancora non ci siamo resi conto che il nostro è un paese con un alto tasso di anzianità e che questo è un problema primario. Mai più le bare dei nostri vecchi trasportate su carri militari dalle RSA e dagli ospedali in cimiteri lontani.

Se ci è consentito, vorremmo aggiungere un’indicazione che potrebbe sembrare marginale. Occorre che una parte piccola, ma non infinitesima, di quei 37 miliardi siano in vestiti in un robusto centro di comunicazione del rischio facente capo alla presidenza del Consiglio e che sia in grado di veicolare con voce, nel medesimo tempo, forte e chiara i messaggi della comunità scientifica istituzionale (in questo caso dell’Istituto Superiore si sanità) e delle autorità politiche. Troppo il caos comunicativo di queste settimane per non generare confusione e, a tratti, sconcerto.

Aprire le porte delle università

Ma la risposta adatta a un’emergenza sanitaria non può essere un fiore, sia pure vistoso, nel deserto. Una quota parte importante, se non la principale, di quei 37 miliardi va impiegata per rafforzare il sistema sanitario nazionale fondato sul pubblico, mediante un’azione organica. Che comprenda: la creazione di ospedali flessibili, in grado di adeguarsi alle diverse emergenze che eventualmente si presentano e la rete territoriale cui abbiamo già accennato. Ma che preveda anche un aumento degli organici nel pubblico: più medici, in particolare specializzati, e più personale sanitario.

In entrambi i casi occorre che le università smettano la politica del numero chiuso per l’accesso alle specializzazioni o, quanto meno, la rivedano profondamente. Nello stesso tempo le università devono aumentare i corsi di formazione per infermieri e altro personale sanitario. Tutto questo potrebbe essere ottenuto anche con una politica di accesso gratuito e semi-gratuito alle università. Politica che potrebbe minimizzare l’attesa caduta delle iscrizioni ai nostri atenei. Non dimentichiamoci che l’Italia è ultima in Europa e penultima tra i paesi OCSE per numero di giovani laureati. E di questo paghiamo già salatissime conseguenze.

Ma c’è di più. L’Italia, lo abbiamo sempre detto, vanta uno dei più efficienti sistemi sanitari al mondo. Ma questa nostra prerogativa è stata attaccata negli ultimi lustri sia dalla diminuzione costante degli investimenti nella sanità pubblica sia dalla scelta, perseguita da alcune regioni in particolare, di “privatizzazione” della sanità. La ricca Lombardia con una classe medica di valore assoluto ha pagato nelle scorse settimane un prezzo, ancora una volta salatissimo, alla corsa al privato. La salute è un diritto universale dell’uomo che può essere efficacemente soddisfatto soprattutto dal pubblico.

Tra i punti deboli del nostro sistema sanitario c’è la profonda disuguaglianza dell’offerta tra il Nord, il Centro e il Sud. Questa crescente asimmetria non fa bene a nessuno. Utilizziamo, quindi, i 37 miliardi per diminuire le differenze. Per rendere tutti i cittadini italiani uguali difronte alla salute.