Come si vive a Ceraso
una delle tante
Riace d’Italia

Riace, geograficamente lontana poco più di trecento chilometri, resiste (a questo punto non si sa fino a quando) a Ceraso, appartato spicchio d’Occidente – che si chiami Cilento è valore aggiunto, non diminutio – a due passi in linea d’aria dalla marina di Elea-Velia. Dove il pensiero antico raggiunse vette di inusitata raffinatezza e profondità con la filosofia dell’Essere, per Popper punto dal quale è cominciata la civiltà moderna. Qui, Magna Graecia come Riace, le parole accoglienza e integrazione si sono completamente depurate del suono falso e convenzionale da cui spesso sono accompagnate nel discorso pubblico. Per riprendersi una nudità semantica e una crudezza etimologica che strapperebbero un sorriso di compiacimento perfino all’inflessibile Parmenide, fondatore della Scuola Eleatica. Tutto merito di un sindaco giovane, creativo e temerario che assomiglia molto, per il suo coraggio, a Mimmo Lucano. L’interpretazione assolutamente originale con cui Gennaro Maione, così si chiama il primo cittadino, ha spremuto il meglio dal decreto Minniti (malgrado Minniti stesso, verrebbe da dire) definisce un metodo. Ed è dal metodo che scaturisce una storia esemplare, con una coerenza logica che avrebbe fatto la felicità dell’estroso Zenone, quello del paradosso di Achille e la tartaruga, compagno di speculazione e discepolo di Parmenide un paio di millenni fa. La storia è quella di sei famiglie (quattro regolari, due unigenitoriali) di rifugiati, in tutto poco più di una ventina di migranti provenienti da Mali, Marocco, Libia, Sud Sudan, Nigeria e Costa d’Avorio, che qui, nel cuore del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, potrebbero aver trovato, fuori da ogni retorica, un inizio di terra promessa.

Khaled è marocchino, ha 15 anni e un sinistro che sa accarezzare la palla, imprimendogli traiettorie imprevedibili. Nei tornei di calcetto estivi ha richiamato l’attenzione di diversi osservatori di squadre dilettantistiche dei dintorni. Con Momo, maliano, stessa età, formano una bella coppia di ali: chissà che non ne sentiremo parlare, prima o poi. Il calcio per Khaled e Momo (nomi di fantasia), l’antica arte della filatura per le donne e piccoli lavoretti agricoli e artigianali per i maschi adulti. L’integrazione, a Ceraso si costruisce – nemmeno tanto faticosamente, a dire il vero – con quello che c’è a disposizione. Che non è moltissimo ma il sindaco Maione finora se l’è fatto bastare. Un rettangolo in erba sintetica per le sfide a cinque in attesa che terminino i lavori di ristrutturazione del campo sportivo comunale, le antiche corti nascoste da monumentali portali di pietra dove le donne spingono il carro delle stagioni guardando scorrere la vita come attraverso un sudario, le aspre balze cretose affollate di ulivi secolari, che valgono al paese il titolo di capitale dell’olio extravergine di oliva man mano che si sale verso sua maestà il monte Gelbison. Mentre giù, come ha scritto in uno dei suoi reportage del cuore Peppino Liuccio, poeta e socialista come Rocco Scotellaro, i campi ridono di luce nel verde e il rio Palistro “ferisce zigzagante i coltivi, che, verso la pianura, sono riserve di biade, fienagioni e ortofrutta”.

Ai sei nuclei di rifugiati il progetto Sprar per Ceraso, gestito dalla Cooperativa Apeiron di Pignataro Maggiore già distintasi in provincia di Caserta nel recupero e riuso a scopi sociali di beni sottratti ai boss casalesi, ha garantito sei miniappartamenti completamente arredati e dislocati nelle varie frazioni del paese, perché l’integrazione dev’essere uniforme e riguardare tutta la comunità, non solo la parte più consapevole e avvertita. E il processo, incardinato un anno e mezzo fa, nella tarda primavera del 2017, non ha subito finora alcuna battuta d’arresto. Anzi. Per esempio, alla riapertura delle scuole, a metà settembre, tutti i minori, arrivati in paese solo sul finire dello scorso anno scolastico, hanno trovato posto tra i banchi.

Ma è forte la paura che l’escalation innescata dalle politiche anti immigrazione del Viminale possa stroncare questa esperienza. Per ora, nonostante il clima pesante, Maione procede a carrarmato in quello che, da qualsiasi parte lo si voglia guardare, è un investimento sul futuro del suo paese. Un ribaltamento totale del Salvini-pensiero. Anche delle ultime proposte sul ripopolamento dei piccoli borghi del Sud in via d’estinzione a colpi di deportazioni di pensionati esentati dal pagamento delle tasse. Lo slogan scelto dal sindaco è: “Ceraso deve vivere, non accompagnare a morire”. E sul punto le distanze da Riace praticamente si azzerano. I 2600 residenti di oggi rappresentano il minimo demografico storico per il piccolo comune cilentano. E l’immigrazione – è il ragionamento del primo cittadino – può rappresentare un’opportunità inaspettata per produrre una clamorosa inversione del trend.

Le criticità non mancano, e saltano fuori ovviamente dalle maglie larghe di una rete di provvedimenti statali contraddittori, confusi, spesso parziali e incompleti. La principale è legata alla problematica collocazione dei migranti adulti sul mercato del lavoro, locale e comprensoriale: d’altronde, il decreto Minniti non prevedeva niente sul punto e Maione, finora costretto ad arrangiarsi con quello che aveva, ha capito che così non sarebbe durata a lungo. I piccoli lavoretti svolti su base volontaria sia dalle donne che dagli uomini di questa minuscola comunità di colore, pur creando la strada per una loro progressiva integrazione nel tessuto paesano, non chiudono un buco attraverso il quale, col passare del tempo, potrebbero cominciare a passare la delusione, la frustrazione, la sfiducia.

Ma da cilentano verace il sindaco non difetta della proverbiale capatosta. Coadiuvato notte e giorno dal responsabile operativo del progetto, l’agropolese Riccardo Coppola, Maione ha marcato stretto negli ultimi mesi la prefettura e le altre istituzioni locali. Inondandole di idee e proposte. Il prossimo step del progetto Ceraso dovrebbe essere l’avvio di veri e propri percorsi di inclusione. E se la struttura produttiva locale non riesce, per dimensioni, volumi e caratteristiche, a garantire occasioni di occupazione stabile e duratura, il sindaco e l’amministrazione non hanno esitato a mettere in campo direttamente il Comune. Presto un gruppo di migranti dovrebbe essere impegnato in un progetto riguardante il “supporto e la manutenzione di beni di pubblica utilità”. Locuzione abbastanza lunga per dire che potrebbero lavorare per il Municipio: dovrebbero coadiuvare gli addetti all’igiene urbana.

Potrebbero, dovrebbero: il condizionale è obbligatorio, una clausola di salvaguardia visti i tempi che corrono. Per ora, rendendosi conto che il crinale intrapreso poteva diventare scivoloso per gli eventuali risentimenti che l’impiego dei migranti alle dirette dipendenze del Comune avrebbe potuto suscitare tra i residenti in cerca di una sistemazione lavorativa, il sindaco ha correttamente informato la popolazione. Coinvolgendola nelle scelte. E la risposta è stata positiva. Addirittura entusiastico il riscontro fornito dalle aziende agricole e artigianali del paese, presso le quali un altro gruppo di migranti dovrebbe svolgere una serie di tirocini formativi. Oltre alla molitura delle olive per la produzione dell’olio extravergine, Ceraso ospita diversi caseifici mentre, sul versante delle attività artigianali, famosi sono in tutto il comprensorio i suoi ebanisti. Anche un giovane fabbro del luogo, avuta notizia del progetto, ha aperto le porte della sua officina.

Maione e Coppola lo hanno ribattezzato “Patto d’accoglienza”. Patto, appunto, perché nessuna scelta viene calata dall’alto, senza il coinvolgimento della popolazione. L’accoglienza dei migranti per nuclei familiari fa di Ceraso un paradigma. Qui, dove un gruppo di esuli greci fondò una delle scuole filosofiche più famose dell’antichità, si ripete uno schema inaugurato due millenni fa. A testimonianza che Salvini e quelli come lui sono accidenti della Storia e della civiltà. Le quali però alla lunga si riprendono quello che gli uomini hanno cercato di togliere loro.

Sembra quasi di vederlo, l’austero Parmenide, fregarsi le mani soddisfatto sotto la Porta Rosa…