Contro il partito
del risentimento

Perché un capo politico di un partito che vuole andare al governo fa una dichiarazione durissima contro i sindacati – o vi riformate o ci penseremo noi a mettervi in riga quando andremo al governo – sapendo che susciterà polemiche e reazioni critiche? Lo fa perché è convinto di intercettare un risentimento diffuso contro i sindacati, e di riuscire in questo modo a convogliare voti verso il suo partito. Mette in questo modo in azione, su un punto specifico e assai delicato, la strategia del movimento, che è fondata sul principio del risentimento. Il quale, in quanto tale, non né di destra né sinistra.

L’Italia è oggi, in larga parte, un Paese di risentiti: contro lo stato, contro i partiti, contro il sindacato, contro l’Università come si vede dalle polemiche di questi giorni. In breve, contro qualunque istituzione, a cominciare naturalmente dal Parlamento e dalla classe politica, visti come il principio di tutti i mali, l’ostacolo da abbattere se si vuole “purificare” la Nazione.
Questo risentimento – nel quale confluiscono sia pulsioni di tipo politico che attese escatologiche – è il terreno di coltura dei 5 stelle, è l’asse della loro strategia. E funziona perché in Italia oggi niente è così profondo e diffuso come il risentimento, che continuerà a crescere in maniera impetuosa – individuando volta per volta nuovi obiettivi – se non ci sarà una forza politica capace di trasformarlo in energia positiva, in un principio di speranza, senza il quale le società decadono e finiscono.

Ma è un lavoro difficile e non avrà successo se si punterà, come a volte si è fatto, sul fallimento dei 5 stelle nel governo delle città. Questo non ha comportato e non comporterà la fine del consenso che è cresciuto in questi anni intorno a loro. Lo abbiamo visto a Roma: i continui fallimenti della sindaca attuale non hanno generato una crisi significativa di consenso nel movimento.
Per un motivo semplice: il risentimento è una passione, un istinto, e il rapporto degli elettori e dei seguaci dei 5 stelle è basato sulla fides, non sulla ratio. E funziona perché la politica è fatta, certo, di progetti razionali, ma è anche sostanziata di fides: come si diceva una volta, ottiene più risultati uno stregone in cui si ha fiducia che un medico bravo.

E questo accade “a prescindere” direbbe Totò, perché attiene alle strutture profonde degli uomini, ai loro istinti originari. I programmi non contano, cambiano a seconda dalla situazione: anzi tanto più sono flessibili tanto più portano voti – a destra e a sinistra. Conta la fides. Nonostante ogni fallimento, i seguaci dei 5 stelle continueranno ad avere fiducia nei loro capi. A meno che non venga offerta loro un’alternativa politica credibile, capace di entrare in sintonia profonda con il risentimento e spingendo gli elettori verso il campo della ratio.
Se si dicesse però solo questo si rischierebbe di trascurare il motivo di fondo che spiega il successo dei 5 stelle in questi anni.
Il risentimento nasce da una frustrazione, dal sentirsi estranei, fuori dalle sedi in cui si decide. Nasce appunto dal sentirsi fuori da tutto, e dal rancore che questo produce. Il risentimento, come l’invidia, è una triste passione tipicamente democratica. Ed infatti è stato ulteriormente accentuato dalla crisi della democrazia rappresentativa che ha generato in Italia l’avvento del berlusconismo. Il risentimento, e il successo dei 5 stelle che ne è conseguito, sono il frutto diretto di questa lunga storia, che inizia, a volerla periodizzare, negli anni Settanta.

Ma i 5 Stelle hanno avuto successo perché sono riusciti a risolvere in positivo questa frustrazione con la “scoperta” della democrazia diretta, rilanciandola attraverso la Rete. Non sono stati gli unici in Europa, ma da noi hanno avuto successo perché il berlusconismo aveva già assestato colpi distruttivi alla democrazia rappresentativa e alle tradizionali politiche di massa.
È questa crisi – un fatto enorme sul quale ancora non si riflette a sufficienza – la radice storica del successo dei 5 stelle. Gli errori dei capi non contano, le ambiguità della linea politica non hanno effetti reali; ciò che conta è partecipare, decidere, contare; e più i partiti tradizionali si sono chiusi in se stessi, più i 5stelle si sono rafforzati, presentandosi come l’unica forza in grado di garantire ricambio politico ed apertura a nuove classi dirigenti, soprattutto quelle che erano state sempre ai margini.

Se questo è vero, le forze interessate al cambiamento del paese hanno in primo luogo il compito di capire questo risentimento, le sue ragioni materiali, dando ad esso risposte positive sul piano sociale e politico ma anche culturale, e avviando soprattutto un ricambio profondo delle classi dirigenti. Ma per farcela dovrebbero spiegare anche che la democrazia diretta genera solamente il potere dei capi, le decisioni di una élite ristrettissima e nuove oligarchie come si è visto con l’intronizzazione del nuovo capo del movimento: attuata con una imposizione delle mani di tipo religioso attraverso la grande Chiesa della Rete. Dovrebbero far capire che la democrazia diretta è strutturalmente autoritaria, e anche dispotica, come la storia dimostra. E per questo è necessaria la battaglia delle idee.

Ma c’è soprattutto un compito da svolgere se si vuole portare l’Italia fuori dalla lunga crisi in cui ristagna da mezzo secolo: consiste nel riformare, in modo profondo, la democrazia rappresentativa, ristabilendo su nuove basi il circolo fra partecipazione e decisione, in Italia come in Europa, aprendo nuove possibilità agli homines novi che, da qualunque parte provengano – geografica, religiosa, culturale – chiedono riconoscimento e potere. Forse non tutti ne hanno consapevolezza, ma le barriere della vecchia storia sono crollate. In Italia i 5 stelle sono stati un indice anche di questo.