Come resistere
ai tempi bui

Perché la sinistra, in forme diverse nei vari paesi, ma in maniera nitida ed estrema in Italia, ha perduto base sociale, attrattività ideale, credibilità e forza politica?  Su questo interrogativo, tra i politici della sinistra di casa nostra, regna un’assurda censura, un silenzio tombale, una paura che impedisce l’avvio di un’autocritica rigeneratrice.

La mia tesi che voglio subito anticipare è che, al netto di eventi eccezionali oggi del tutto incerti, questo declino della sinistra continuerà inesorabilmente a meno che nel nostro campo non si decida di abbandonare i vecchi paradigmi ideologici e ci si impegni a capire (in concreto e non genericamente) la nuova fase dello sviluppo capitalistico basata sull’economia della conoscenza per potere fare i conti con le straordinarie e sconvolgenti novità del presente.

Fortunatamente tra gli intellettuali interessati al futuro della democrazia e della sinistra, collegando la situazione italiana a quella del resto del mondo occidentale, c’è ormai una risposta quasi unanime, e comunque largamente prevalente, che individua nella globalizzazione la causa prima del terremoto economico, sociale e politico che ha scosso il nostro mondo.

La globalizzazione ha tolto alla sinistra identità e il senso della propria missione, mentre ha svilito il ruolo dello Stato e il valore della sfera pubblica. Questa tesi corretta, va meglio argomentata per evitare malintesi o ritorni all’indietro. La sinistra non poteva opporsi all’idea della globalizzazione; il suo errore è consistito nel darsene una visione edulcorata, nel pensare che fosse una semplice continuazione delle precedenti fasi. Si è limitata quindi, come allora si diceva, a prevederne opportunità e rischi, sottovalutando natura e portata della nuova sconvolgente fase di rivoluzione capitalista.

Giacinto Militello in corteo con Luciano Lama

Era il tempo in cui fiorivano i tentativi della così detta Terza Via con Blair, Schroeder ed in Italia il PDS, che invece di sviluppare un pensiero critico, decisero di trasformarsi progressivamente in interpreti anche acuti e brillanti di un neoliberismo moderato rivelatosi, poi, nei fatti sempre più inefficace ed impotente. Ci riferiamo, quindi, a quest’ultima fase della globalizzazione capitalista che ha cambiato gli assetti produttivi, sociali e geopolitici globali: riducendo, in oriente, la povertà e sviluppando occupazione ed, al contrario generando in Occidente diseguaglianze, precarietà del lavoro e crisi della democrazia, nei nostri paesi industrializzati. Com’è avvenuto questo rovesciamento epocale? E quale prospettiva, quali problemi ha aperto nella nostra vita sociale e democratica?

Non mi convince la tesi di chi si limita a parlare di crisi sistemica del capitalismo, perché, oltre a nascondere in questo modo le specificità e le devastanti novità di questa fase, trascura il fatto che la crisi sistemica è già avvenuta più volte ed è stata prevista e analizzata nell’800 da Marx e poi nel secolo successivo da grandi economisti come Polany, Keynes e Schumpeter. Sono passati quindi più di due secoli ed il crollo del sistema è avvenuto solo negli anni Trenta, poi da allora non è più avvenuto. Qui sorge un’importante questione teorica. Che la crisi sia intrinseca al funzionamento del sistema capitalistico, è verità nota e più volte accertata dai popoli oltre che dagli scienziati; ma i due secoli trascorsi ci dicono anche che alla crisi si accompagnano sempre grandi trasformazioni e nuove forme di sviluppo delle forze produttive. Cristiano Antonelli, economista, con cui conservo da anni un dialogo intenso, stimolante e, mi permetto di aggiungere, anche lungimirante, propone, insieme ad altri suoi colleghi, di formulare una nuova teoria economica, elaborata attraverso un complesso innesto del pensiero di vari grandi economisti tra i quali anche Walras, Marshall oltre che Schumpeter.

Questo ha portato alla formulazione di un nuovo modello interpretativo per cui crisi e crescita sono caratteristiche intrinseche al capitalismo e soprattutto fortemente, e variamente, complementari. Sarà compito dei Governi e di una sinistra avveduta e colta intervenire in questo processo per far prevalere libertà, democrazia e giustizia sociale.

Non mi convince nemmeno la tesi, largamente contenuta nel recente libro chiamato “La grande regressione”; che dando per scontata la fine dell’egemonia culturale e politica della sinistra, prevede che il ventunesimo secolo sarà un secolo autoritario, con alfieri del tipo di Trump, Putin e Erdogan. In particolare, si criticano i Clinton anche a causa della loro lunga pratica di intesa con Wall Street e le Corporation.

C’è in questa tesi una comprensibile preoccupazione per la rottura che è intervenuta tra capitalismo e democrazia, ma se ne forzano eccessivamente i caratteri. Basta ricordare in America lo straordinario fenomeno di Sanders e il modo in cui la società americana sta rispondendo alla filosofia trumpista, ed in Europa il successo di Macron e la sconfitta della destra in Olanda ed Austria, ed infine, lo strepitoso risveglio del labourismo inglese con Jeremy Corbin.

Non si vuole, qui, dire che in questi successi si trovano le risposte che la democrazia cerca per resistere e sconfiggere la ventata antidemocratica ed antisociale, ma sono certo testimonianze di culture, tradizioni, istituzioni e forse politiche, che vogliono e sanno resistere ai tempi bui che attraversiamo.

Abbiamo pubblicato qui la prima parte di un testo di Giacinto Militello portato dall’autore, nell’ottobre dello scorso anno, al seminario sulla crisi della sinistra e del socialismo, organizzato dalla Società di Teoria Critica a Cortona. L’intera relazione è stata poi poi ripresa dai Quaderni di Rassegna sindacale nel dicembre del 2017.