Come Brexit paralizza il Regno Unito

Custodiamo il nostro Paese: guardate cosa succede in Gran Bretagna. Lì i politici e i cittadini hanno scordato cosa hanno raggiunto assieme. E ora sono in balia del caos”: il primo ministro dei Paesi Bassi Mark Rutte ha utilizzato la Brexit come apologo terrificante sul tema della discordia che acceca, per aprire con una lettera aperta la campagna elettorale del suo partito, la VVD, in vista delle elezioni provinciali olandesi.

Ora il colosso televisivo statunitense HBO ha finalmente svelato il trailer del film “Brexit”, con Benedict Cumberbatch nel ruolo dell’uomo che ha lanciato la campagna per andarsene, il consulente e analista politico Dominic Cummings, che ha coniato lo slogan “take back control”. Nick Cohen, editorialista dell’Observer, ha definito Cummings “la più importante figura contemporanea di cui il 99 per cento della popolazione non ha mai sentito parlare”. Diretto da Toby Haynes, il film ci porterà dietro le scene, rivelandoci personalità, strategie, lotte tra i leader dei favorevoli e dei contrari alla Brexit. E’ coprodotto da BBC, Channel 4 e House Productions Set. La prima sarà il 19 gennaio. 

In quei giorni, a cavallo del voto del parlamento britannico sull’accordo pattuito da Theresa May con i 27 Paesi dell’Unione che restano, avremo la conferma che l’intesa non piace a nessuno. Il terrore dei mercati, del Paese reale, del servizio sanitario nazionale, è che dopo l’esito negativo continui la lenta deriva del Regno Unito: o con un’uscita caotica dall’euro, oppure con infiniti tempi supplementari della politica, siano essi un nuovo negoziato, un rinvio dell’uscita con la revoca dell’articolo 50 che sancisce il diritto ad andarsene, oppure un nuovo referendum, o ancora nuove elezioni e, perché no, tutte o alcune di queste opzioni in combinato disposto. Mesi e mesi, forse un anno di blocco.

Mancano circa cento giorni utili al 29 marzo, data dell’uscita (ormai tassativa, dice Bruxelles) del Regno Unito. Governo e parlamento dilapidano il poco tempo rimasto e “succhiano la vita del Paese”: è l’accusa di un partito trasversale radicato fuori dai palazzi e sempre più potente, che sta trovando con fatica voce anche a Westminster, grazie ai presidenti di sei commissioni parlamentari. La crisi ha cancellato dall’agenda del governo affari interni vitali, osservano gli unici politici che hanno saputo guardare fuori dal finestrino del treno della Brexit. Sono Franck Field, indipendente affiliato ai laburisti, presidente del comitato parlamentare lavoro e pensioni, il conservatore Damian Collins, presidente della commissione cultura digitale e sport, la laburista Mary Creagh, alla guida della commissione ambiente, il liberale democratico Norman Lamb, che coordina il gruppo scienza e tecnologia, oltre ad Ann Nicky Morgan, conservatrice, per la commissione tesoro e Robert Halfon, anch’egli conservatore, per quella che si occupa di educazione. 

Teresa May

Il caso, o una loro sensibilità politica, vuole che siano stati gli unici a sintonizzarsi con l’ansia, divenuta angoscia, del Paese. Il servizio sanitario nazionale e l’assistenza sociale non riescono a rimpiazzare e reclutare nuovo personale e segnalano che mancano 20.300 medici e 64.000 infermieri. Il caos sulla Brexit ha imposto il rinvio del nuovo piano per il servizio sanitario e della legge sulla nuova assistenza sociale. Aumenta il degrado assieme alla piccola e grande criminalità. Secondo Mary Creagh, una dei sei “ufficiali di collegamento” tra Westminster e dei cittadini, le misure di continua austerità hanno reso le comunità più povere da trascurate a totalmente neglette. I vescovi della Chiesa d’Inghilterra hanno sottolineato la crisi nazionale e, dallo scorso fine settimana, chiedono meditazione o preghiere “per l’unità nazionale, il coraggio, l’integrità e la chiarezza dei nostri politici”.

Nadra Ahmed, presidente dell’associazione nazionale dell’assistenza, che rappresenta piccoli e medi enti del settore, sottolinea come “nel 2017 era definita dai nostri politici come urgente una revisione dei servizi ai più vulnerabili. Ma siamo abituati – ha aggiunto- al fatto che non sia per loro veramente così urgente”. Mancano anche la riforma della finanza locale, una strategia del governo sulla sicurezza in internet e perfino la legge sugli abusi in famiglia, di cui la stessa May si era fatta campionessa. Tante le leggi già delineate, ma tutte hanno dovuto farsi da parte, per lasciar passare la locomotiva impazzita della Brexit.

Adesso dovete chiudere – scrivono i sei parlamentari di diversi partiti che chiedono la fine della paralisi- Sul serio, dobbiamo portare a conclusione la Brexit. Per evitare un danno serio al nostro Paese”.