Come ho cercato e trovato nella poesia
la vita vissuta dagli invisibili

“Per scrivere L’opposta riva, ho vissuto per tre anni con gli immigrati clandestini, gli illegali, i sans-papier. Ho vissuto con loro tra il 2001 ed il 2003, quotidianamente.  In quei tre anni abbiamo condiviso pasti, i letti in dormitori o materassi gettati a terra in baracche o fabbriche dismesse. Assieme abbiamo fatto le code per essere scelti da un caporale per un impiego giornaliero in nero e assieme siamo stati spesso scartati. Assieme abbiamo accompagnato conoscenti per il rinnovo dei documenti in Polizia e con loro abbiamo fatto la fila per notti intere e giorni senza fine. Assieme abbiamo fatto la spesa nei discount, viaggiato per la città, guardato partite di calcio alla televisione, festeggiato compleanni; abbiamo celebrato ricorrenze religiose o digiunato per onorarle. Abbiamo pianto le morti o ringraziato per aver ritrovato i vivi.  A quel tempo lavoravo come impiegato in un albergo di lusso, vivendo quindi una vita fatta di due metà incompatibili; da un lato l’opulenza, dall’altra il contrario: la povertà, la mancanza di sicurezza anche medica, il vivere di nascosto e lontano dagli occhi della legalità in un’indigenza che è però stata sempre dignitosa, onesta soprattutto. Certi crimini raccontati dalle cronache non sono il ritratto assoluto e definitivo di tutti i migranti presenti sul territorio: c’è anche un altro lato della medaglia, quello positivo, vasto, ben più vasto di quanto si possa immaginare. E invisibile. Non si parla dell’invisibilità ed è per questo che io ho voluto farlo. “

Fabiano Alborghetti è nato a Milano, queste parole introducono “L’opposta riva” il libro che più lo caratterizza e ne definisce i tratti. Oggi è uno dei più stimati poeti europei, ma non grazie all’Italia, dove era per lo più sconosciuto per la grande editoria e a livello accademico: trasferitosi in Svizzera ha trovato lì il proprio Eldorado, ha trovato soprattutto una comunità umana e letteraria pronta ad ascoltarlo e fare del proprio percorso un percorso collettivo. Oggi dopo avere conquistato molti premi a livello internazionale, tra i vari incarichi ricopre quello di Presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana con sede a Lugano.

Chi migra è straniero

Usato spesso come arma di retorica politica il tema dei migranti assume oggi una valenza ulteriore in una società sempre più orientata a proteggere anche con veemenza la proprietà personale. Chi migra insomma è straniero, e chi straniero è estraneo e quell’essere estraneo impaurisce, porta alla distruzione delle certezze. Hegel nella “fenomenologia dello spirito” parla ripetutamente di questo concetto ma in una chiave simile a quanto compiuto da Alborghetti: l’oggetto estraneo lo è perché ancora non è stato afferrato e per superare l’estraneità (come indica anche Marx) va fatto un passo verso la reciproca conoscenza. In fondo se prendiamo per buona anche una delle frasi più condivise del sentire religioso “ama il prossimo tuo come te stesso” siamo in grado di abbattere il concetto stesso di straniero perché la traduzione letterale dall’ebraico suona più o meno così “ama il volto di chi ti viene incontro” e quel soggetto non viene definito. Chi può decidere chi può definirsi un essere umano? Il colore della pelle? Il suolo di nascita? L’orientamento religioso? Lo stato di salute?

La pandemia accresce questa disomogeneità, innanzitutto nel pensiero collettivo: la malattia nel bestiale cortocircuito di notizie a cui da qualche anno siamo abituati è portata nel sentire da chi ci è estraneo (anche se non è vero, anche se in diverse aree nelle nostre regioni il contagio è avvenuto ad esempio con un pranzo tra amici, oppure con una partita di carte) mentre l’unica certezza è che cresce a livelli sempre più imponenti proprio in quelle nazioni dove il sistema sanitario  è garantito solamente per le classi sociali più alte, dove il discrimine è la base della struttura sociale.

Per non approdare anche noi a quella struttura dobbiamo essere in grado di attraversare la riva e guardare quotidianamente con occhi diversi chi ci viene incontro <Gente a piedi senza custode ognuno / se non la memoria, l’occhio indietro a dilavare la strada fatta. / Ognuno ripetere in silenzio: / dalla perdita presente alla trama a venire, noi siamo dove?>

 

Fabiano Alborghetti, L’opposta riva, Lietocolle 2006.

L’opposta riva (dieci anni dopo), La vita Felice 2013.