E’ difficile cambiare il sistema alimentare per battere fame e cambiamenti climatici

Non è un Rapporto come tanti altri ne vengono pubblicati e diffusi sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla nostra vita quotidiana quello dell’IPCC (sigla che sta per Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite) approvato il 7 agosto scorso: è il punto di arrivo di un percorso iniziato durante la 48° sessione annuale (Nairobi, Kenya, 11-18 aprile 2016) che ha coinvolto 107 esperti di 52 paesi, il 58% dei quali provenienti dai Paesi in via di sviluppo; 28.275 commenti e osservazioni di esperti di ogni parte del mondo e 7.000 pubblicazioni scientifiche sono state considerate per redigere lo studio finale.

 

Un testo complesso, oltre che autorevole, che affronta molte questioni legate ai cambiamenti climatici (desertificazione, degrado dei terreni, gestione sostenibile delle terre, sicurezza alimentare e flussi di gas climalteranti negli ecosistemi terrestri), a dimostrazione – se ce ne fosse stato bisogno – della estrema interconnessione interna dei sistemi viventi.

Per evitare la catastrofe climatica

cambiamenti climaticiIl Rapporto sottolinea l’urgenza di intervenire, ma anche la direzione degli interventi, per modificare profondamente il sistema alimentare globale al fine di contribuire al controllo delle emissioni che incidono sul clima. L’intero sistema della produzione alimentare, compreso il packaging e il trasporto, vale il 37% delle emissioni di gas climalteranti: ecco perché un uso meno intensivo delle terre, diete con un minore apporto proteico dovuto alla carne e la riduzione degli sprechi alimentari sono tre azioni decisive nell’immediato per impedire la catastrofe climatica. Questo il messaggio centrale del rapporto.
Un risultato che potrebbe apparire scontato, ma non lo è affatto se consideriamo che i negoziatori dei diversi paesi nelle Nazioni Unite, riunitisi a Ginevra dal 3 al 6 agosto, hanno dovuto faticare non poco per superare le opposizioni dei paesi con grandi industrie di biocarburanti e di allevamenti intensivi di bestiame, primi fra tutti gli Stati Uniti. Ma il Rapporto comunque conclude che le diete ad alto apporto “carnivoro” hanno un’impronta di carbone più pesante e che i biocarburanti competono con la produzione alimentare.

Agricoltura versus deforestazione

agricoltura
Gli autori del Rapporto hanno affrontato l’arduo compito di valutare l’impatto dell’agricoltura e della deforestazione a fini agricoli sul clima e di prospettare le soluzioni per una migliore gestione delle terre per contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici. Fermare la deforestazione, limitare l’uso di fertilizzanti con alto livello di emissioni di gas serra e coltivazioni che bloccano il carbonio nei terreni, sono obiettivi essenziali per controllare l’aumento delle temperature.

Attualmente, i terreni e i paesaggi naturali assorbono più carbonio di quello che emettono, ma la deforestazione e il degrado dei terreni sta rapidamente cambiando questo bilancio. Dagli anni ’60 ad oggi la produzione di carne è più che raddoppiata e l’apporto calorico delle diete per persona è aumentato di un terzo. Ovviamente i dati sulla denutrizione e la fame, che invece non sono diminuiti con analoga velocità nel periodo, ci dicono che questo aumento delle calorie si concentra con livelli ben più elevati nei paesi del benessere.

Dunque è necessario un cambiamento strutturale nell’agricoltura e negli allevamenti, quindi nelle nostre diete; ed occorre anche una più equa distribuzione del cibo, oltre che nella sua produzione.
Si dirà che il Rapporto ci dice, con una maggiore autorevolezza e utilizzo di dati, ciò che già sapevamo o che altri rapporti ci avevano già detto da tempo. Ma, allora, perché questi cambiamenti necessari non si innescano?

Il ruolo della finanza

Una delle cause, forse la causa, di ciò è la stessa che impedisce altri cambiamenti necessari nella struttura produttiva ed economica del pianeta: i soldi, la finanza. Sì, perché il sistema alimentare globale è diventato una parte, fra le maggiori, della finanza globale e non è più un sistema per sfamare le persone.
Le Nazioni Unite hanno enunciato l’obiettivo “fame zero” nei Sustainable Development Goals e a questo obiettivo ne sono connessi altri – ad esempio salute, consumo e produzione responsabili, clima – che hanno una relazione diretta con la finanza. Purtroppo oggi la finanza ha perso il proprio ruolo sociale di strumento al servizio dell’economia e dell’insieme della società per trasformarsi in un fine, con l’unico obiettivo di produrre denaro dal denaro.

La speculazione sul cibo

agricolturaLa speculazione sul prezzo del cibo e delle materie prime, scommettendo sulla fame dei più poveri, è uno degli esempi più evidenti e inaccettabili delle storture dell’attuale sistema finanziario. I meccanismi finanziari che hanno impatti sul prezzo del cibo sono diversi, ma sui moderni mercati finanziari il principale e più dannoso passa tramite l’utilizzo dei derivati, in pratica scommettendo su un prezzo futuro.

L’acquisto di un derivato dà diritto, alla scadenza, di comprare un certo quantitativo di una materia prima a un prezzo fissato all’acquisto. Ma se alla scadenza il prezzo sui mercati internazionali è aumentato, tramite il derivato si ha il diritto di acquistarla comunque al prezzo pattuito al momento della sottoscrizione. Rivendendolo al prezzo di mercato quel derivato si realizza un guadagno. Ovviamente se il prezzo è calato, si determina una perdita. Naturalmente la finanza è così creativa che ha inventato molti strumenti e metodi per speculare sul cibo, con leve finanziarie di diverso tipo. Ma tutto ciò non va a finanziare contadini e produttori. Mentre centinaia di milioni di persone in particolare nelle aree rurali sono escluse dall’accesso al credito, somme stratosferiche inseguono profitti a breve da scommesse sul cibo, causando impatti devastanti per le fasce più deboli della popolazione.

I vani tentativi dell’Europa

Dunque, la finanziarizzazione ha “contaminato” e drogato anche il settore delle produzioni agricole. E, come per l’economia reale, le istituzioni internazionali si sono dimostrate incapaci di regolare i mercati finanziari.
L’Unione Europea si era impegnata a farlo, introducendo un sistema di “limiti di posizione” che limitassero la quantità di denaro che le aziende possono scommettere sul cibo, al fine di ridurre la volatilità dei prezzi di merci essenziali, fra le quali quelle agricole. Ma i tentativi si sono fin qui arenati in un gioco di veti incorciati, mediazioni al ribasso, pressioni delle lobbies: l’originaria proposta del 2014 ha dovuto fermarsi di fronte alle proposte presentate per indebolire l’efficacia dei limiti di posizione.

La regolazione inefficace

siccitàCosì, nel marzo 2016 il commissario per i servizi finanziari Jonathan Hill – prima di dimettersi per le vicende inglesi legate alla Brexit – ha annunciato che non avrebbe presentato la bozza di normativa sui “limiti di posizione” per l’approvazione al Parlamento. La bozza è tornata nelle mani dell’ESMA (European Securities and Markets Authority) per riformularne il contenuto.

Infatti la direttiva Markets in Financial Instruments Directive and Regulation (MiFID II/MIFIR), pone dei limiti sullo scambio dei derivati sulle commodities sui mercati finanziari e l’ESMA ha fra le sue varie competenze, quella di vigilare (nella forma di opinioni) circa il rispetto di questi limiti. Ma fra le 70 commodities regolamentate dalla Direttiva, solo 8 sono relative ai prodotti agricoli (fra questi zucchero, cacao, caffé, grani e frumenti), ma con una regolazione assai lassa.

Soltanto nel gennaio 2019 l’ESMA ha pubblicato 6 opinioni relative ai derivati sulle commodities, ma nessuna di queste riguardava il settore agricolo, anche se fra il 2016 e il 2018 sono state 7 le opinioni espressa dall’ESMA su segnalazioni relative ad eventuali superamenti dei limiti di posizione temporale relative a materie prime agricole.

La finanziarizzazione del cibo

allevamento di pecoreDunque, il sistema finanziario ha molto a che vedere con il cibo, con la sua filiera produttiva, con l’utilizzo dei terreni e con le nostre diete; ma esso si tiene ben coperto dietro complessi meccanismi speculativi e altrettanto complessi, ma meno efficaci, sistemi di regolazione. Di nuovo, regolare la finanza in modo più efficace e politicamente orientato verso gli obiettivi di sostenibilità delle Nazioni Unite, resta la sfida del nostro tempo e soprattutto per la nostre istituzioni sovranazionali.