Combattere la Brexit paga

Contee, distretti, sindaci, municipalità metropolitane, amministrazioni di città medie e villaggi: la spina dorsale della politica, anche nel Regno Unito, corre e innerva il livello di gestione locale. Venerdì scorso il Regno Unito si è svegliato con un risultato delle elezioni territoriali (248 consigli, sei sindaci e 11 assemblee elettive nell’Irlanda del Nord) che si commentava da solo e che, nei prossimi giorni, sarà determinante sia per il governo in carica. Per dare un’idea di come e quanto sia cambiato il clima politico e di quale accelerazione stia subendo un inevitabile cambiamento di rotta sulla Brexit e in campo sociale, varrà la pena di ricordare i dati delle amministrative della scorsa settimana. Il messaggio degli elettori è potente.

I conservatori hanno perso 1334 seggi nei diversi organismi di governo, il peggior risultato degli ultimi vent’anni. A rendere questo dato ancor più pesante c’è il fatto che non si è tenuta nessuna elezione in Galles, storica roccaforte laburista, né nella Scozia governata dallo Scottish National Party, socialdemocratico e pro-europeo. Alle urne solo Inghilterra e Irlanda del Nord.

I laburisti, avrebbero potuto beneficiare dal tracollo, ma non li ha aiutati la decisione di tenere aperto un ultimo e sempre più inconcludente canale di trattativa con Theresa May. Per senso di responsabilità Corbyn aveva ritenuto di garantire in qualche modo il Paese, cercando di strappare al governo almeno la promessa di restare nell’unione doganale e nel mercato unico, qualunque cosa dovesse accadere in avvenire. Tuttavia, dal momento che i conservatori chiedono ormai più volte al giorno a May quando si deciderà a indicare la data  dimissioni, e dato che un improbabile successore conservatore certo non si riterrà legato a impegni assunti da altri, lo scrupolo dei laburisti ha sconcertato gli elettori. I laburisti hanno perso 82 seggi, un nonnulla rispetto al crollo conservatore, ma comunque un’occasione mancata, un segnale che invita a scelte chiare. Chi invece non ha esitato a schierarsi, prima del voto nelle contee e nelle città, a favore della permanenza nell’Unione Europea, e anche per imporre subito la fine dei tagli a scuola, protezione ambiente e servizio sanitario nazionale è andato col vento in poppa. I Lib-Dems hanno guadagnato 703 seggi, i Verdi oltre 200. Entrambi chiedono che sia fatto al più presto un secondo referendum sulla permanenza o meno nell’Unione.

“Ogni evidenza indica che i laburisti sarebbero penalizzati se facilitassero in qualunque modo la Brexit – scrive nel proprio editoriale del 5 maggio l’Observer – Essi devono urgentemente cambiare tattica e sostenere con chiarezza un voto popolare confermativo prima delle elezioni europee: è la cosa giusta da fare ed è l’unica sensata strategia per il partito”. L’analista Rob Ford ha sottolineato come la grande maggioranza dei laburisti sia per restare in Europa, un processo in atto anche nella base conservatrice, esausta e delusa da promesse non mantenute e da un generale impoverimento dei servizi pubblici e delle famiglie. Gli elettori di sinistra hanno, in sia pur piccola parte, virato verso i Liberali democratici e i Verdi, ma nel complesso sono rimasti ancorati al Labour.

Viene invece da cittadini tradizionalmente conservatori l’emorragia di voti che ha favorito il partito Lib-Dem di Sir Vince Cable, un mix di posizioni liberali sociali e liberali classiche (un’uguaglianza sostenuta dall’intervento dello Stato, ma temperata dalla competizione e da regole di mercato “leggere”). Così come viene da ex-tories anche il supporto alle idee dei Greens di Siăn Rebecca Berry e Jonathan Bartley, la leader gallese e quello inglese del partito, dichiaratamente di sinistra. È a favore di servizi pubblici ben finanziati e controllati localmente e di una robusta economia di Stato. I Verdi hanno continuato a dire che “un voto a noi è un voto contro il caos, un voto per restare e un voto per una Gran Bretagna aperta e fiduciosa”. Forte l’apertura agli immigrati e il sostegno ai diritti civili contro ogni discriminazione religiosa, sessuale, etnica.

L’Ukip di Nigel Farange si è ridotta a poca cosa nelle amministrazioni del territorio, avendo perso 145 seggi e restando con 8 consiglieri.

Il segretario di Stato per gli affari interni Saijd Javid, di fronte a due settimane parlamentari bollenti e a una già segnata campagna per le europee, ha convenuto che vi sono “problemi di fiducia nella Brexit” e che aggiunto che le elezioni per il parlamento di Bruxelles saranno “ancora più impegnative”.

Tre anni dopo il referendum gli elettori chiedono un processo decisionale competente e chiaro per uscire dalle sabbie mobili della Brexit: ridare la parola ai cittadini farà chiarezza e potrà permettere al Paese di tornare a quella normalità (edilizia sociale, educazione, trasporti, protezione dei consumatori, rifiuti, tasse, sostegno alle famiglie) che i consigli locali hanno comunque dovuto cercare di garantire.