Colpo di mano di Salvini:
trasforma il Viminale
in un nuovo Palazzo Chigi

Invasione di campo. Non solo per i temi e gli interlocutori ma proprio per il luogo in cui ha avuto luogo. Matteo Salvini ha deciso di giocare in casa un altro anomalo tempo della sua perenne partita con (contro?) il collega Luigi Di Maio. E per sancire la sua supremazia nel governo giallo-verde ha invitato al Viminale, la sede del ministero dell’Interno, una folta delegazione di industriali e di rappresentanti dell’economia nazionale per discutere delle richieste del mondo imprenditoriale che aspettano di veder realizzate, anche se in parte, le promesse finora non mantenute dall’esecutivo.

Il Viminale, il luogo in cui altri dovrebbero essere gli argomenti di confronto, al posto di Palazzo Chigi. O, più ancora, del ministero dello Sviluppo economico, che dovrebbe essere sede naturale di ogni scambio di opinioni su temi come quelli su cui per un paio d’ore ha discettato Salvini che si era portato anche l’arbitro, il potente sottosegretario Giancarlo Giorgetti, leghista di lungo corso. Lavoro, imprese, tasse. Il possibile sviluppo, la crisi.

Non c’è che dire, davvero un inedito nella gestione di un esecutivo che anche a cercare con la memoria nelle più originali berlusconate, non ha eguali. Con un premier che evoca una sua forza contrattuale in Europa per nascondere la sua debolezza strutturale in casa e un vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, che ora rischia di vedersi appannare anche il ruolo che gli compete per nomina da un invadente ed aggressivo compagno di viaggio, l’uomo delle felpe, che da un po’ di giorni ne sfoggia una con la scritta “polizia”, a sancire la sua forza di uomo d’ordine. Si comporta Salvini, forte dei sondaggi e della piazza, sempre più come fosse un uomo solo al comando cercando di relegare gli altri due al ruolo di portatori d’acqua. Lui si propone come l’unico interlocutore con l’Europa del dopo voto e chiede la diretta investitura dei leghisti arrivati a Roma. Lui insiste nel confermarsi come il rappresentante di sessanta milioni di italiani, dimenticandosi che finora di certo può vantare solo il diciassette per cento di voti di quel 73 per cento che il 4 marzo è andato a votare. Il futuro è nelle mani degli dei, è vero. Ma soprattutto nei voti veri. Intendiamoci: l’exploit della Lega è innegabile e anche preoccupante. Ma da qui a rappresentare tutti, neonati e immigrati regolari compresi, ce ne vuole…

Inevitabile la reazione dell’altro vice premier e di Conte mentre il leader leghista ha cercato di distogliere l’attenzione dalla polemica ipotizzando un referendum per decidere sulla Tav, un modo furbersco per nascondere dietro un’ipotetica indicazione popolare l’inefficienza dell’esecutivo incapace di prendere una posizione.

Luigi Di Maio non l’ha proprio mandata giù l’invasione di campo del collega. Ed è passato al contrattacco. Annunciando che gli imprenditori si appresta ad incontrarli lui “e non una decina di sigle come quelle ricevute al Viminale ma almeno una trentina”. E citando le parole del presidente di Confindustria Boccia al termine del confronto con Salvini e, cioè, che “dopo le parole ci vogliono i fatti” ha sottolineato che questi “si fanno solo al Mise perché è il Mise che si occupa delle imprese”. Nel suo ministero, insomma. Ed è inutile cercare di scalzarlo perché lui non ha nessuna intenzione di lasciare spazio ad altri. Spazi peraltro davvero inusuali poiché con tutti i problemi che il Paese si trova ad affrontare sugli argomenti di competenza di Salvini non si capisce proprio perché il ministro abbia voluto allargare così i suoi orizzonti. Delirio di onnipotenza o velato timore che poi ad un certo punto i conti bisognerà pure farli e l’inefficienza del governa potrebbe travolgere tutti protagonisti. Anche chi ora si sente al sicuro.

Per non essere da meno anche il presidente Conte si è fatto il suo incontro. Con i sindacati ai quali ha ipotizzato “un patto fiscale con i cittadini” non mancando di fornire il solito elenco di buone intenzioni in tema di evasione, pensioni d’oro, reddito di cittadinanza, quota cento. E così via.