Dissesto idrogeologico e clima: i costi insostenibili del non agire

L’Italia soffre di più per gli effetti della crisi climatica? In Europa certamente sì, e la ragione è che l’impatto negativo del “climate change” sul territorio e sulla sicurezza delle persone è amplificato dalla condizione ormai cronica fragilità e incuria in cui versa buona parte dei nostri “luoghi”. Venezia, in questo senso, è la punta di un immenso iceberg. Qui la fragilità è certo nella fisiologia di una città costruita sull’acqua e per la quale l’acqua, il mare, le maree sono da sempre compagni di vita ingombranti e molto esigenti. Ma è anche ed è molto in aspetti patologici: prima il saccheggio dissennato di un ecosistema delicatissimo – basti pensare alla “follia” di realizzare uno dei più grandi poli industriali d’Italia, Porto Marghera, nel cuore della laguna, o ai canali consegnati alle scorribande quotidiane di gigantesche navi da crociera -, oggi la crisi climatica, essa pure causato dall’uomo, che moltiplica frequenza e intensità dei fenomeni di acqua alta. Molti in questi giorni hanno puntato l’indice sui ritardi nella costruzione del Mose, il sistema di dighe mobili quasi ultimato ma non ancora funzionante. Per il Mose si sono già spesi 5 miliardi, a questo punto va completato in fretta; ma il Mose non è la soluzione ai problemi di Venezia, anzi è stato esso stesso un problema: per i suoi costi esorbitanti e generatori di un vasto intreccio di corruzione e malaffare, perché come ripetono da anni gli ambientalisti e come certificò ai tempi del sindaco Cacciari la stessa amministrazione della città da una parte non servirà a mettere in sicurezza la laguna e dall’altra ha distolto risorse e attenzione da interventi più semplici ed economicamente meno onerosi sulle bocche di porto.

Ma Venezia, si diceva, è solo la cima di un iceberg molto più grande, fatto del “combinato disposto” tra antico dissesto del nostro territorio, che viene da decenni mancata manutenzione, di consumo eccessivo e disordinato del suolo, di abusivismo edilizio, e conseguenze attuali della crisi climatica sul “bel Paese”. Per dire: 7 milioni e mezzo di italiani vivono in zone a rischio idrogeologico, e secondo stime dell’Ispra, l’Agenzia nazionale per la protezione ambientale, dal 1999 al 2018 i fondi pubblici stanziati per fronteggiare tale rischio hanno superato di poco i 5 miliardi di euro. Insomma: l’Italia per rendere un po’ più stabile e sicuro il proprio suolo ha impegnato più o meno la stessa somma investita in una sola “grande opera” come il Mose peraltro di dubbia utilità.

Come dimostra largamente la storia italiana, il dissesto del territorio ha un alto prezzo anche sul piano strettamente economico: è il prezzo sostenuto per “ricostruire, spesso tardi e male, ogni volta che un’esondazione, un’alluvione, una frana distruggono case e cancellano infrastrutture e attività produttive. “Prevenire” i danni costerebbe meno che ripararli ex-post, ma per prevenire occorrono politiche di respiro, occorre una visione strategica dell’interesse generale che ai decisori italiani manca da tempo. Qui ogni volta che un’alluvione, o anche un terremoto, spazzano via palazzi e strade, infrastrutture costruite dove non si sarebbe dovuto, la principale preoccupazione di chi decide è rifarle esattamente dov’erano. Qui quando la politica s’impegna a realizzare le opere pubbliche necessarie al Paese, lo fa proponendo – l’ultimo, incredibile caso è la “lista della spesa” lanciata dal partito di Matteo Renzi – tutto e il contrario di tutto: ferrovie per spostare merci e passeggeri verso la modalità di trasporto più vantaggiosa per l’ambiente ma anche autostrade che invece alimentano la mobilità su gomma, lotta al dissesto idrogeologico ma anche altro consumo del suolo per aggravarlo ulteriormente…

La crisi climatica – che bisogna fare di tutto per arginare azzerando il prima possibile l’uso di combustibili fossili ma che ha già prodotto effetti consolidati come l’inaridimento di vaste zone dell’Italia – rischia di fare crescere sempre di più il prezzo di queste “non-scelte”. Per questo serve che finalmente veda la luce il Piano nazionale di adattamento ai cambianti climatici tuttora nei cassetti del governo. Nel testo in bozza, frutto di un’ampia e approfondita consultazione pubblica, c’è scritto che “non agire” costerà, in termini di minore Pil, molto di più che spendere i miliardi necessari all’adattamento. Prevenire, come quasi sempre, è meglio che curare a ferite già aperte e sanguinanti: sarebbe bello che questo governo nato promettendo un “green new deal”, che il Partito democratico che quotidianamente invoca una “rivoluzione verde”, senza bisogno di volare troppo alto provassero intanto ad applicare questa regola persino banale.