Disuguaglianze e crisi climatica figlie di uno stesso sistema

“Il cambiamento climatico è la sfida chiave del nostro tempo. La nostra generazione è la prima a sperimentare il rapido aumento delle temperature in tutto il mondo e probabilmente l’ultima che effettivamente possa combattere l’imminente crisi climatica globale”. Questo il messaggio di 16 Capi di Stato e di governi europei con il quale si chiedeva che, durante la conferenza del 2018 dell’ONU sul cambiamento climatico (COP 24), venissero adottate “norme operative dettagliate e linee guida che rendano operativo l’accordo raggiunto a Parigi tre anni fa”.

L’Accordo di Parigi, firmato a dicembre 2015 da tutti i paesi del pianeta (con l’eccezione della Siria e del Nicaragua che si sono aggregati successivamente), ha rappresentato il tentativo di stimolare i vari governi a definire strategie volte a contenere le emissioni dei gas climalteranti. Il fatto che meno di un anno dopo, il 4 novembre 2016, l’Accordo sia entrato in vigore rappresenta un record di velocità nei trattati internazionali. Ad oggi, 187 dei 197 paesi che avevano firmato l’Accordo l’hanno già ratificato.

Assenti gli Usa che il 4 novembre 2019 hanno notificato ufficialmente la loro uscita. Questo abbandono diverrà definitivo però solo dopo un anno, cioè esattamente il giorno successivo allo svolgimento delle elezioni presidenziali del 2020. Insomma, nulla è perduto. Un ruolo proattivo degli Usa sarebbe infatti molto importante, anche se va sottolineato che, per reazione alle posizioni negazioniste di Trump, molte città, Stati e imprese degli Stati Uniti Usa hanno accelerato il proprio impegno sul clima.

La crisi climatica si aggrava

La situazione in effetti è molto preoccupante, anche perché si è registrata una accelerazione dei fenomeni climatici. I cinque anni più caldi mai registrati a livello mondiale si sono succeduti tutti nell’ultimo quinquennio. Il 2019 ha vissuto gravissimi incendi nell’Amazzonia, in California, in Africa e in Australia, alla fusione dei ghiacci della Groenlandia con oltre 200 miliardi di tonnellate persi nel mese di luglio, alla siccità in atto nell’Africa centrale che ha prosciugato le imponenti cascate Vittoria.

E fenomeni estremi si susseguono anche in Italia con bombe d’acqua, l’abbattimento di 14 milioni di alberi nel Triveneto per la devastante “tempesta Vaia” e la sequenza mai finora avvenuta di fenomeni di acqua alta record a Venezia. Secondo la banca dati europea che registra tutti gli eventi estremi – tornado, piogge torrenziali, grandinate eccezionali, tempeste di neve, valanghe –, nel nostro paese dall’inizio del 2019 si sono verificati 1.543 eventi di questo tipo.

Del resto le “forzanti” climatiche sono sempre più preoccupanti.

La concentrazione dell’anidride carbonica che intrappola il calore nell’atmosfera, ha raggiunto il livello di 410 parti per milione, un valore comparabile solo a quello di milioni di anni fa, quando la temperatura era più elevata dai 2 ai 3 gradi e il livello del mare dai 10 ai 20 metri più alto.

Obbiettivi di riduzione delle emissioni

Malgrado gli impegni volontari assunti a Parigi, le emissioni mondiali di anidride carbonica continuano a crescere e sono arrivate a 36,8 miliardi di tonnellate nel 2018. In effetti, solo pochi governi stanno davvero impegnandosi come sarebbe necessario e sarà importante verificare quali nuovi e più incisivi impegni verranno assunti alla COP26 del 2020.

Ricordiamo che per non superare l’incremento di 2 °C rispetto all’era preindustriale dovremmo azzerare le emissioni entro 40-50 anni. Uno scenario che per i paesi industrializzati comporterà necessariamente uno sforzo maggiore rispetto a quello richiesto a quelli in via di transizione, con una decarbonizzazione da raggiungere entro la metà del secolo.

Questo obbiettivo è stato fatto proprio per ora solo dall’Europa, dalla Nuova Zelanda dell’intraprendente primo ministro Jacinda Ardern e da singoli Stati come la California, che con l’executive order B-55-18 firmato dal governatore Jerry Brown si propone di diventare “carbon neutral” già nel 2045.

Naturalmente i tagli dovranno essere anche più incisivi se si vuole evitare di superare l’incremento di 1,5 °C.

Come è facile capire, si tratta di una sfida gigantesca che rimette in discussione gli stili di vita e l’intera economia.

Ma va ricordato che gli obbiettivi sfidanti di contenimento dei gas climalteranti rappresentano un potente stimolo nell’orientare gli investimenti in tutti i settori.

Ed è interessante notare come molti governi considerino l’adozione di target ambiziosi un segnale importante per le proprie imprese e per le loro economie. Così, ad esempio, Francia, Regno Unito, Olanda, Norvegia, Danimarca, Irlanda, Svezia hanno proposto una data oltre la quale non si potranno più vendere auto a benzina o diesel.

E focalizzando l’attenzione sull’elettricità verde, troviamo diversi paesi con impegni seri al 2030: il 65% in Germania, il 75% in Spagna, l’85% in Portogallo, il 100% in Danimarca.

Non possiamo dire che il Piano italiano sia altrettanto sfidante.

Anche nel nostro paese, obbiettivi chiari, ambiziosi, di lungo periodo sarebbero invece importanti per lanciare un chiaro messaggio ai comparti industriali che si dovranno attrezzare per diventare più competitivi nello scenario internazionale di decarbonizzazione.

L’Europa e il clima

Nel 2014 l’Europa aveva deciso un taglio del 40% al 2030 rispetto ai livelli del 1990, ma l’accelerazione dell’emergenza climatica e la drastica riduzione dei costi delle tecnologie del solare e dell’eolico, hanno imposto e permesso di essere più ambiziosi.

Così il Parlamento europeo ha votato l’innalzamento del taglio delle emissioni al 55% e il nuovo presidente della Commissione Ursula von der Leien ha dichiarato di voler portare subito l’obbiettivo al 50%. E il vicepresidente della Commissione con delega al Green New Deal, Frans Timmermans, ha avuto l’indicazione di definire nei primi 100 giorni di lavoro lo scenario per una Europa a zero emissioni nette a metà secolo.

Sviluppo verdeIl nostro Continente dovrà quindi attrezzarsi per far funzionare trasporti, fabbriche, climatizzare gli edifici… alla fine del prossimo decennio producendo da gas, petrolio e carbone la metà dell’anidride carbonica che veniva emessa nel 1990. E ancora più ambizioso sarà il salto successivo. In soli vent’anni, tra il 2031 e il 2050, in Europa e in Italia le emissioni nette di CO2 dovranno infatti essere azzerate.

Alla luce di queste sfide, non si può dire che il nostro Piano energia clima sia all’altezza della sfida, considerando che prevede al 2030 un taglio della CO2 solo del 38%.

Ma quale sarebbe l’effetto derivante dall’adozione di obbiettivi più ambiziosi? Si accelererebbe la riqualificazione energetica “spinta” degli edifici, si stimolerebbe la crescita del comparto di auto elettriche, si rafforzerebbe la transizione verso le rinnovabili.

Settore civile più efficiente

E’ chiaro che per ottenere risultati incisivi si dovrà spingere sempre di più sulla riqualificazione spinta degli edifici che consente risparmi del 60-80%. In Europa il passaggio alla “Deep renovation” delle costruzioni consentirebbe di ridurre del 36% i consumi del settore al 2030, migliorando il comfort termico degli ambienti, facendo ripartire l’occupazione, riducendo le importazioni di gas. E, ovviamente riducendo le emissioni di CO2.

Naturalmente questo è possibile solo con un deciso cambio di marcia, con una forte spinta alla ricerca e l’adozione di nuovi modelli di intervento.

In effetti, Il settore delle costruzioni è caratterizzato da una scarsa propensione all’innovazione e da bassa produttività. Un grande piano di riqualificazione e di rigenerazione dei quartieri favorirebbe la modernizzazione dell’intero settore. La digitalizzazione e l’industrializzazione dei processi su larga scala consentirebbe di ridurre del 30-40% i tempi e del 10-20% i costi, consentendo così di passare dall’1% di superficie che ogni anno viene riqualificata al 2%, con interessanti ricadute occupazionali.

Occorre dunque un salto di qualità rispetto alla miriade di interventi di efficientamento separati (infissi, caldaie…) che hanno caratterizzato in passato le politiche di sostegno, passando progressivamente alla riqualificazione spinta di interi edifici, rigenerando pezzi di quartieri.

Il ruolo delle fonti rinnovabili

Secondo la bozza del Piano Energia Clima inviata dal nostro Governo a Bruxelles a gennaio di quest’anno, nel 2030 la produzione verde dovrà consentire di soddisfare il 55,4% dei consumi elettrici. Un obbiettivo che implicherebbe di raddoppiare l’attuale contributo dell’eolico e di triplicare quello del fotovoltaico.

Qualcuno, ricordando gli elevati, in alcuni casi eccessivi, incentivi che hanno consentito nel periodo 2007-2012 di far decollare l’energia verde in Italia come nel resto di Europa, potrebbe essere preoccupato del balzo in avanti che ci aspetta. In realtà, proprio lo sforzo del nostro Continente ha favorito la creazione di un vasto mercato, con la connessa produzione su larga scala delle tecnologie, che ha portato ad una forte riduzione dei prezzi. Oggi un modulo fotovoltaico costa in decimo rispetto a 10 anni fa.

Secondo la stessa Agenzia Internazionale dell’Energia in molte aree del mondo solare ed eolico sono ormai più convenienti rispetto all’elettricità di nuove centrali a gas o a carbone.

Quindi, il prossimo decennio potrà vedere anche da noi una forte espansione delle rinnovabili senza incentivi, o con un sostegno molto limitato.

Anzi, il fotovoltaico nel Sud genererà elettricità a prezzi così bassi da diventare un elemento di attrazione per la localizzazione di nuove industrie. Ci sono poi nuove interessanti prospettive che si aprono. E’ il caso delle “Comunità energetiche”, previste dalla Direttiva europea sulle rinnovabili che consentendo scambi di energia tra diversi utenti, faciliteranno il percorso verso una democrazia energetica rendendo protagonisti i cittadini e gli Enti locali. Esperienze di questo tipo sono già avviate in alcuni paesi europei e stanno avendo un enorme successo in California dove 19 “Community Choice Aggregation” forniscono energia pulita a dieci milioni di cittadini.

La mobilità elettrica

Se le rinnovabili stanno trasformando il panorama energetico, l’irruzione dei veicoli elettrici rappresenterà una vera rivoluzione sul fronte dei trasporti.

I piani industriali delle case automobilistiche di tutto il mondo, con l’ingresso in forte e colpevole ritardo anche di Fca, prevedono investimenti enormi. Complessivamente la transizione verso la mobilità elettrica prevede a livello globale investimenti per 250 miliardi di euro. Questa corsa è sostenuta dall’evoluzione delle batterie, con netti miglioramenti sul fronte della peso, della durata, del riciclo e soprattutto dei costi, in calo dell’85% tra il 2010 e il 2018.

La previsione del Piano italiano energia clima è di avere sei milioni di veicoli elettrici al 2030.

Naturalmente questo cambiamento rappresenta un rischio e al tempo stesso una opportunità per le industrie automobilistiche. Secondo uno studio dell’associazione Motus-e, una politica accorta che aiuti la trasformazione del comparto auto in Italia potrebbe portare ad un fatturato di quasi 100 miliardi € nel 2030.

Ma le tecnologie “dirompenti” da sole non bastano

E’ sempre più evidente però che queste tecnologie, seppure fondamentali, saranno insufficienti.

Nell’ultimo biennio le emissioni mondiali di anidride carbonica sono infatti aumentate di 1,1 miliardi di tonnellate, una quantità pari a tre volte la produzione italiana di CO2.

E, pur essendo in forte crescita, la produzione aggiuntiva delle rinnovabili è riuscita a soddisfare meno della metà dell’incremento mondiale della domanda elettrica nel 2018.

Ci si sta rendendo conto che la sfida climatica esige una riflessione profonda sull’attuale modello economico, sull’orientamento degli investimenti, sulla fiscalità ambientale. Un ripensamento che va strettamente legato alla lotta alle diseguaglianze sociali che sono figlie di questo sistema.

E, contemporaneamente, sarà necessario rivedere gli stili di vita, come ci ricordano i milioni di giovani che scendono in piazza contro l’emergenza climatica. Ma questi passaggi sono molto delicati. Le resistenze su provvedimenti limitati, come quelli sul contenuto di zucchero nelle bibite o per disincentivare l’uso della plastica monouso, ci fanno capire come sia necessario un attento lavoro di preparazione e di coinvolgimento delle parti.

Certamente, per affrontare la sfida climatica sarà necessaria una profonda riflessione culturale e politica che, al momento, è solo iniziata.

Ma va sottolineato come l’umanità si trovi per la prima volta di fronte ad un limite globale, quello delle emissioni da non superare per evitare una catastrofe climatica. E proprio la comprensione della gravità della situazione potrebbe consentire/obbligare la ricerca di percorsi nuovi che in condizioni normali sarebbero impensabili.

Gianni Silvestrini è direttore scientifico Kyoto Club

 Il testo è tratto dall’ultimo numero di InfinitiMondi diretto da Gianfranco Nappi e Massimiliano Amato che sarà in distribuzione dal 16 dicembre