Clima, a Bonn
sfida contro il tempo

A Bonn la Svezia è il sogno di tutti i 10.000 partecipanti alla conferenza ONU sul clima. La Svezia ha aumentato il prodotto interno lordo del 60% in 25 anni e, nello stesso tempo, ridotto di un quinto le emissioni di anidride carbonica. Il Nord Europa non è mai stato così verde. La Germania dice addio al nucleare. La Norvegia sceglie di lasciare 50 miliardi di euro sotto le acque del Mar Glaciale Artico, nell’arcipelago delle isole Lofoten, dove è stato individuato petrolio per oltre un miliardo di barili. Che comunque non valgono la più grande barriere corallina al mondo in acque fredde, né la più ricca riserva di uccelli. E Olanda, Danimarca, Germania parteciperanno alla costruzione di una gigantesca fabbrica del vento. In un’isola artificiale in mezzo al mare del Nord svetteranno migliaia di turbine a vento. Altre isole artificiali nel tempo si affiancheranno e, secondo la danese TSO Energinet, l’hub eolico del Mare del Nord potrà dare energia pulita a 80 milioni di europei.

Dagmara Koska, dirigente dell’Unione Europea nel settore energetico, definisce “essenziale” questo pensare in grande “in considerazione delle sfide che dobbiamo affrontare per combattere il cambiamento climatico”. Alla conferenza di Bonn viene calcolato il costo umano ed economico provocato dall’inquinamento. La presidenza quest’anno è tenuta dalle Isole Fiji, un arcipelago di 330 isole nel sud dell’Oceano pacifico. Il primo ministro Frank Bainimarama ha spiegato come, per far fronte all’aumento della temperatura, a cicloni, tempeste e innalzamento del livello del mare, la sua nazione dovrà spendere l’equivalente del proprio Pil nei prossimi dieci anni. Un calcolo fatto con gli esperti della Banca Mondiale.

Inondazioni, siccità, carestie, migrazioni di massa: è questo il conto che gli inquinatori globali hanno lasciato da pagare. L’accordo sul clima di Parigi dell’anno scorso è stato negoziato da 196 Paesi e già ratificato da 147. Punta a mantenere l’innalzamento globale medio delle temperature al di sotto dei 2 °C rispetto all’inizio del secolo e, possibilmente, entro il grado e mezzo, come chiedono i piccoli stati insulari. 

Dovrebbe pagare chi storicamente ha inquinato di più, si continua a ripetere. Gli Stati Uniti non hanno infatti sottoscritto l’intesa, ma a Bonn la delegazione alternativa a stelle e strisce, composta da governatori, sindaci, tribù di nativi e potenti uomini d’affari chiede comunque un posto al tavolo di lavoro. L’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha fatto notare che le istituzioni e aziende americane che hanno accettato di ridurre le emissioni valgono 10 trilioni di dollari.

Il Nord Europa anticipa e mette in pratica gli obiettivi, ma tutti comprendono come diventare una superpotenza verde sia l’affare del momento. Un buon affare anche per il pianeta. Esempi a non finire. La zootecnia mangia territorio e inquina: per contrastare il consumo di carne e latticini c’è la corsa alla carne fatta in laboratorio o ricavata da vegetali, in prospettiva il cibo più richiesto. Anche Bill Gates ha dato sostegno a due aziende in questo settore. Per quanto riguarda le auto elettriche la Cina ne vende ogni mese quanto l’Europa e gli Stati Uniti assieme. Il primato dell’efficienza energetica in edilizia, altra grande voce economica, spetta all’Unione Europea, più 20% dal 2000 ad oggi, con una preponderante fetta nel Nord Europa. Ma è una corsa contro il tempo.

Nicholas Stern, ex-capo economista della Banca Mondiale, si dice moderatamente ottimista perché “si va creando un ambiente talmente ostile che si rischia di vanificare ogni forma di sviluppo”. Il presidente di turno alla conferenza di Bonn, Frank Bainimarama ha detto di dover parlare a nome di tutti gli abitanti del pianeta, ma di farlo da una particolare prospettiva, “quella di uno Stato fatto di piccole e fragili isole in via di sviluppo sempre più devastate dai cambiamenti climatici. Non possiamo permetterci di perdere la palla. Ve lo chiedo col cuore in mano”.