Città e periferie
il declino italiano

Le città e le periferie del futuro sono oggetto in tutta Europa di attenzione costante, di monitoraggio e di coraggiosi ed imponenti investimenti per l’innovazione, la sicurezza e la crescita. Vengono mobilitate grandi risorse pubbliche nazionali ed europee come acceleratori di investimenti privati e si cerca di affrontare la questione che riguarda le periferie (che in molti casi supera, per scala e complessità, quella italiana) con azioni di lungo periodo e di carattere strategico.

Per questo riteniamo che anche in Italia sia giunto il momento di affrontare la “questione urbana” e le vecchie e nuove contraddizioni che essa contiene in modo strutturato ed organico. Con alcune leggi organiche (sul governo del territorio e sull’edilizia pubblica), con un programma strategico pluriennale di almeno 10-12 anni, con strumenti di coordinamento nazionale (un’agenzia per le città o un rafforzamento delle funzioni dell’attuale CIPU) e soprattutto con una politica di investimenti stabile e programmata secondo una logica non episodica, con azioni per la tutela della legalità, la lotta alle catene criminali che si celano dietro le occupazioni del patrimonio pubblico e privato o dietro il traffico dei rifiuti e lo sfruttamento dei nomadi, il diritto alla sicurezza.

In questi anni gli investimenti dei Comuni sulle nostre citta hanno conosciuto un violento calo, in controtendenza rispetto alle dinamiche in atto già accennate nelle maggiori città europee. Un calo che nei casi più gravi, come in quello di Roma, ha ridotto il volume degli investimenti ad un terzo di quello raggiunto prima del 2008. E’ calato il volume degli investimenti e degli interventi sulle reti, sul capitale fisso di opere e patrimonio edilizio, sulla manutenzione urbana e sui servizi mentre è cresciuta in forma e dimensione eccessiva la spesa corrente.

A dieci anni di distanza si sente il peso delle decisioni – solo da poco superate – che condussero nel 2007 all’impegno dei fondi rilasciati dai privati per le urbanizzazioni e previsti dalla legge Bucalossi non più per le opere ma per la liquidità di cassa delle amministrazioni locali. Una roba che ha sottratto alla manutenzione e al volume di interventi per le città almeno 15 miliardi di euro. E pesa, in Italia, l’assenza di una giusta normativa sulla fiscalità urbana che consenta di finanziare in ordinario i sistemi urbani attraverso un equo rapporto tra la rendita urbana e la città pubblica da sempre squilibrato a favore della prima; anche questo ci rende arretrati rispetto alle altre grandi e maggiori nazioni europee.

Per ricordare un solo dato: in Italia la percentuale di contribuzione dei privati, attraverso la cosiddetta legge Bucalossi, per la realizzazione delle opere di urbanizzazione e per il costo di costruzione, corrisponde mediamente ad una forbice ricompresa tra il 5 ed il 15% del plusvalore del prodotto edilizio messo sul mercato. Nel resto d’Europa questa percentuale non scende sotto il 25% e nella sola Svizzera, uno dei paesi simbolo del capitalismo finanziario, la regola è il 50%.

In sostanza l’Italia è il paese europeo con la più bassa partecipazione della rendita urbana alla realizzazione degli standard per servizi e per le dotazioni territoriali. Occorre un “Piano strategico per le città” che può ammontare a 25 miliardi in 10-12 anni, se si stabilizzano i bandi per le periferie emanati dal Governo e soprattutto se si supera la logica minimalista della ricucitura minuta, accompagnandola ad una programmazione strutturata su linee tematiche ben precise (mobilità, ambiente, rifiuti, rinnovo urbano ed edilizio, edilizia abitativa sociale e pubblica, scuola ed Università) e si cerca di determinare una maggiore massa critica degli interventi su ambiti definiti e capaci di spostare gli equilibri in modo sensibile.

Il Governo sta cambiando passo, ma occorre concentrare e selezionare l’azione delle risorse sulle città evitando dispersioni e effetti-pioggia per sovvertire i termini della “questione urbana” aperta oggi in Italia. I bandi fin qui emessi hanno un volume di investimenti pubblici e privati di 4 miliardi di euro e interessano oltre 500 comuni.

Nel nostro lavoro nella Commissione di inchiesta sulle periferie abbiamo individuato, inoltre, la necessità di completare il processo di riforma del sistema degli enti locali iniziato con la trasformazione delle province e la introduzione delle città metropolitane di secondo livello nell’ambito della legge 56 del 2014. La “governance” dei sistemi metropolitani è un tema centrale e decisivo per una efficace politica per le città e le periferie. Senza una ridefinizione e integrazione del potere democratico sul territorio sarà molto difficile se non impossibile venire incontro alle esigenze convergenti di decisione e di rappresentanza che salgono dalle comunità locali, dal sistema degli interessi, dal mondo economico, dal mondo del lavoro e delle professioni.

Si va verso un ‘Europa delle città metropolitane e non più solo dei Comuni. Si va verso un’Europa delle macro regioni e non più solo delle Regioni. Cresce e si amplia lo spettro della territorialità degli insediamenti, delle loro relazioni e connessioni. Deve cambiare la forma del potere democratico dei territori perché stiamo definitivamente superando la condizione determinatasi a partire dall’anno Mille in poi, delle città come “centri” (ben descritta dagli storici francesi della scuola annalista e strutturalista come Jacques Le Goff o Fernand Braudel), diventando ormai, gli organismi urbani, dei “poli-centri”, delle aggregazioni frutto di contatti territoriali ormai inseparabili tra comune e comune.

Non sono discorsi tecnici ma sono discorsi profondamente sociali. Parliamo di un grande tema democratico di rappresentanza e di potere al quale la sinistra non può più essere indifferente perché la sinistra nasce per cambiare la società attraverso l’idea migliore e più forte di Stato possibile.

Nelle nostre città esiste una enorme energia di civismo fatta di volontariato, solidarietà, apostolato quotidiano nel sociale, nell’assistenza, nell’associazionismo sportivo e culturale, nelle buone pratiche di sussidiarietà per la manutenzione dei beni comuni e del patrimonio ambientale e storico, nelle battaglie per la casa e per il recupero urbanistico in un quadro di legalità democratica.

La società civile reagisce in modo sano a tante avversità. Lo Zen, Corviale, Scampia, Tor Bella Monaca, Diamante e tante immense e problematiche periferie italiane sono piene di creatività, di nuclei di lotta al degrado, di esperienze fantastiche di organizzazione civica con forte attivismo di donne e di giovani che raramente, però, incontrano sul territorio la politica ed i partiti. Il salto in avanti che si può compiere per migliorare le nostre comunità che vivono nei contesti urbani non può prescindere da loro.

(2/ FINE)

 

Leggi la prima parte dell’inchiesta di Roberto Morassut